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Nutrimento per un bambino, una mamma, una comunità

Nella Giornata mondiale dell’alimentazione condividiamo con voi una riflessione che Rossella Mancino, psicologa e responsabile dell’area Autonomia ed Empowerment di Pianoterra, ha scritto sull’idea di nutrimento, pubblicata nel nostro bilancio “10 anni di Pianoterra“, non a caso una delle parole chiave che abbiamo scelto per raccontare il senso dei nostri interventi al fianco delle mamme e dei bambini che incontriamo ogni giorno.

Nutrimento

Nutrire un bambino, ma anche una madre, una famiglia, un gruppo, una comunità: il concetto di nutrimento è uno dei cardini di Pianoterra, in senso sia letterale che simbolico. Per crescere armoniosamente abbiamo bisogno di nutrimento. Ci nutriamo mangiando ma anche giocando, sorridendo, condividendo, raccontando e ascoltando i racconti degli altri.

Per Pianoterra nutrire una famiglia in difficoltà vuole dire, tra l’altro, sostenerla e incoraggiarla affinché essa stessa si offra come fonte nutritiva per i membri che la compongono e per l’intera comunità di cui fa parte. In altre parole, significa offrire uno spazio di possibilità grazie al quale quella famiglia possa intraprendere un percorso di emancipazione, liberarsi degli ostacoli che non le consentono di riconoscere le proprie potenzialità e aspirazioni.

A Pianoterra lavoriamo sempre dal concreto all’astratto. Sappiamo che è impossibile il nutrimento simbolico se prima non è stato soddisfatto il bisogno di nutrimento materiale. Perciò, quando ci rendiamo conto che per una mamma, per una coppia, l’assillo della mancanza di cibo è reale e motivato, interveniamo con aiuti materiali. Gli interventi di questo tipo hanno una funzione “decompressiva”. Nella maggior parte dei casi si attivano in una situazione di emergenza, ma non si limitano al sostegno materiale; al contrario, si offrono come un momento zero, come un punto di partenza da cui costruire un percorso insieme alle utenti, tracciare appunto una strada verso l’emancipazione dalla condizione di bisogno. È questo il senso del “patto di reciproco impegno e responsabilità” che stabiliamo con le mamme e con le famiglie che prendiamo in carico.

A Pianoterra iniziamo sempre dalle mamme e dai bambini. Secondo la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ogni bambino ha diritto alla vita, alla sopravvivenza e a una crescita sana. Ma in Italia, secondo i dati Istat, nel 2017 c’erano 1 milione 208 mila minori poveri in termini assoluti, cui era negata persino la soddisfazione dei bisogni più basilari, tra cui quelli relativi a una corretta alimentazione.

Per quanto riguarda i neonati, è noto che per loro l’alimento migliore è il latte materno. È un alimento specie-specifico privo di possibili effetti allergizzanti e ricchissimo di immunoglobuline; è un alimento vivo che varia in base alle necessità del bambino durante la poppata e nell’arco della crescita. Ai vantaggi nutrizionali si sommano quelli psicologici: allattando al seno, una madre si sente in grado di prendersi cura al meglio del proprio bambino, mentre quest’ultimo continua a sentirsi protetto e custodito, in un’ideale prosecuzione della gestazione intrauterina. La maggior parte delle madri può allattare al seno il proprio bambino; i casi nei quali è sconsigliato sono piuttosto rari.

Eppure l’allattamento al seno non può essere dato per scontato. Ogni donna, soprattutto se alla prima esperienza di maternità, dovrebbe essere incoraggiata e preparata all’allattamento sin dalle prime fasi della gravidanza. Negli ospedali il personale medico e paramedico dovrebbe sempre fornire alle neomamme e alle future mamme tutte le informazioni di cui hanno bisogno e creare le condizioni migliori perché l’allattamento inizi subito dopo la nascita del bambino.

Anche se oggi sono aumentati i presidi ospedalieri che seguono i protocolli dell’Oms e i dati sull’allattamento al seno mostrano un incremento notevole (almeno nei primi sei mesi di vita del neonato), le cose si complicano molto quando si tratta di donne vulnerabili da un punto di vista sociale ed economico. I dati raccolti negli ultimi anni segnalano che, in generale, le donne meno istruite e quelle straniere hanno minori capacità di cogliere le opportunità assistenziali: per esempio, ritardano la prima visita in gravidanza e partecipano meno ai corsi di accompagnamento alla nascita. Sono quindi queste le donne che più dovrebbero essere sostenute nell’allattamento al seno: ma non è sempre facile, soprattutto in strutture pubbliche come i consultori, abituati a lavorare con un certo tipo di utenza (secondo i dati Istat ai corsi partecipano soprattutto le donne più istruite e quelle occupate), o negli ospedali, che hanno in carico centinaia di pazienti e sono fondati su una logica prettamente aziendalistica.

A Pianoterra sosteniamo attivamente l’allattamento al seno. La nostra esperienza dimostra che, quando si riesce a coinvolgere le future mamme nei primi mesi di gravidanza, si possono ottenere buoni risultati. Per esempio, finora nessuna delle donne che hanno partecipato al programma 1000 Giorni ha richiesto il latte artificiale, almeno nei primi sei mesi di vita del bambino.

Ma lavorare a favore della mamma e del bambino non significa promuovere l’allattamento al seno senza se e senza ma. Conoscere le donne e le loro storie, conoscere ciò che si portano dentro, anche i loro fantasmi, ci ha fatto comprendere che per alcune l’allattamento aveva implicazioni molto particolari e che la scelta di non allattare, più o meno consapevole, andava accolta, compresa e rispettata. Penso in particolare alle donne immigrate che sono state vittime di tratta o quelle che hanno subito altri traumi legati al corpo.

Il programma di sostegno all’allattamento Diritto di poppata ha l’obiettivo di promuovere l’allattamento al seno e di intervenire solo nei casi in cui questo, per ragioni diverse, non è possibile. Considerando i costi esorbitanti del latte in formula e la difficoltà di ottenere bonus ed esenzioni, è facile comprendere che, se la madre non è in condizione di allattare al seno, un bambino che nasce in una famiglia povera, con scarsissimi mezzi di sostentamento, sarà probabilmente un bambino malnutrito. Diritto di poppata punta a scongiurare, per quanto possibile, i rischi legati a una scorretta alimentazione nei primissimi mesi di vita di un bambino.

Dal 2009 a oggi abbiamo preso in carico più di 600 donne e circa 700 bambini dalla nascita fino a un anno di vita e distribuito oltre 150 kg di latte al mese. Le donne che fanno richiesta di sostegno all’allattamento sono in gran parte straniere; molte sono sposate, ma nella stragrande maggioranza sono sole nella gestione dei bambini e del ménage familiare, vivono in condizione di grave povertà e spesso di isolamento. A Pianoterra accogliamo quotidianamente domande delle madri cercando di analizzare al meglio le loro necessità; ma ci rendiamo anche conto, con sempre maggiore evidenza, che è necessario muoversi velocemente per soddisfare quel bisogno urgente, quella preoccupazione legata al nutrimento del piccolo che mette in ombra tutto il resto, copre ogni altra possibilità e potenzialità.

È fondamentale che le mamme sappiano che il latte è un bene che possiamo garantire per tutta la durata della presa in carico, che lo avranno sempre se rispettano le regole e il patto di reciprocità che hanno sottoscritto.

Perché sia veramente efficace, la presa in carico deve essere sempre integrata. In particolare, la procedura mediante la quale una mamma riceve il latte formulato prevede che i servizi sociali territoriali attestino, dietro indagine socio-ambientale, lo stato di bisogno economico del nucleo familiare e che i pediatri di famiglia certifichino la necessità di allattamento in formula, specificandone anche le dosi necessarie. Tale procedura ha il duplice obiettivo di allargare il più possibile la rete di protezione intorno al nucleo familiare e di coinvolgere attivamente gli attori istituzionali.

D’altro canto, il patto di reciprocità implica che la mamma si impegni in quel percorso di emancipazione dalla condizione di bisogno a cui accennavo all’inizio. È un percorso progettato e negoziato individualmente, caso per caso, che prevede attività diverse a seconda delle situazioni: incontri di sostegno alla genitorialità, laboratori di cucito, corsi di italiano per stranieri.

Nel caso delle madri immigrate ci sono molti altri aspetti di cui tenere conto: l’isolamento, le reti familiari e comunitarie ridotte, le fragilità connesse al rischio di un maternage impoverito. Le esperienze dei gruppi di mamme, le attività di spazio giochi interculturale, i gruppi di donne impegnate in percorsi di formazione costituiscono contesti strutturati di socializzazione al femminile che possono fronteggiare alcune criticità. Per poter accogliere il figlio, la madre deve a sua volta essere accolta: se la maternità nella migrazione può essere un momento critico, è importante conoscerla nei suoi vari aspetti per aiutare le donne non solo a integrarsi, ma anche a essere protagoniste e riattivare le loro conoscenze, i loro processi di socializzazione, di libera scelta e di soggettività.

Lavorare a Pianoterra mi ha permesso di toccare con mano il fatto che nutrire, in una delle sue accezioni, vuol dire anche accogliere, ascoltare. E che è necessario un grande senso di responsabilità da parte di tutti, servizi compresi, nel saper ascoltare sia le donne portatrici di un proprio background, sia quelle donne con pochi riferimenti, che tendono ad assorbire le informazioni in modo meccanico, senza renderle proprie. Ascoltare le mamme, ascoltare i genitori, richiede di assumere la posizione di chi non interviene subito, ma osserva quanto accade all’interno della relazione, valorizzando per esempio le competenze di base che spesso l’altro non sa neppure di avere.

Ogni processo di nutrimento, quindi di crescita, parte da qui. È a partire da qui che nutrire significa creare, dare forma, plasmare, e che il nutrimento svolge la sua funzione meno visibile ma non meno importante: quella di creare simboli, significati, possibilità.

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