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Il gioco in emergenza: spazi, tempi e relazioni con l’altro tra distanziamento sociale e voglia di esplorare

Non c’è niente di più serio e più coinvolgente del gioco per un bambino. E in questa sua serietà è molto simile a un artista intento al suo lavoro. Come l’artista, anche il bambino giocando trasforma la realtà, la reinventa, la rappresenta in modo simbolico, creando un mondo immaginario che riflette i suoi sogni a occhi aperti, le sue fantasie, i suoi desideri

Silvia Vegetti Finzi

 

Quando due oggetti, legati insieme in qualunque modo, continuano ad avere capacità di movimento, comunemente si dice che quei due oggetti “fanno gioco”. Possiamo pensare quindi al gioco come lo spazio tra due oggetti in relazione. Ed è proprio questa dimensione del gioco, quella della stretta relazione, ad essere mancata di più alle bambine e ai bambini in questo difficile periodo di emergenza. È mancato l’altro, la cui presenza e vicinanza sono fondamentali per creare quello spazio carico di significati simbolici che è, appunto, il gioco.

L’emergenza determinata dall’epidemia di Covid-19 e dalle misure messe in campo per contenerla ha cambiato radicalmente gli spazi e i tempi del gioco per i bambini. Li ha prima di tutto ridotti, delimitati, svuotati, resi puntiformi: prima dell’emergenza bambine e bambini avevano a loro disposizione tanti ambienti per giocare – la casa, il nido o la scuola, il cortile o il parco, la strada – ognuno con le sue regole, i suoi tempi, le sue dimensioni. In ognuno era possibile sperimentare e scoprire cose diverse, e trovare persone diverse con cui relazionarsi, con cui giocare. Questa varietà è sparita con il lockdown: all’improvviso la casa è diventato l’unico spazio possibile per giocare e i genitori e i fratellini o le sorelline (se presenti) le uniche persone con cui farlo. Questo ha cambiato innanzitutto la dimensione fisica del gioco: spazi ridotti consentono movimenti ridotti, limitati. È cambiata poi la dimensione relazionale del gioco: avere solo i propri genitori o i fratellini e le sorelline come compagni di giochi ha impoverito enormemente la pluralità di relazioni avute prima con altri membri del nucleo familiare allargato, con vicini di casa o di strada, con i compagni di classe e gli educatori. Di questi ultimi in particolare è mancata la disponibilità totale al gioco e alla relazione che sul gioco è basata: i genitori, i primi educatori di un bambino, ce l’hanno messa davvero tutta, ma non è impresa semplice darsi al gioco con quell’attenzione assoluta che un bambino pretende e può ottenere solo da un altro bambino oppure al nido o alla scuola materna, dove il gioco è l’elemento più importante dell’intervento educativo. È cambiata infine la quantità dei giochi a disposizione e la possibilità di variarli a seconda dei momenti della giornata, degli spazi frequentati o dei compagni di gioco. Finito il lockdown si è aperta una fase di “nuova normalità” che ha avuto un impatto altrettanto forte sugli spazi e le modalità del gioco. Gli spazi piano piano di aprono, ma sono rarefatti, svuotati e riempiti di nuove regole: distanze, mascherine, scivoli e altalene sigillate.

La chiusura delle scuole e dei centri educativi e le limitazioni agli spostamenti previste nell’ambito delle misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19 hanno colpito bambini e adolescenti in modo diverso. Per i bambini più piccoli, quelli in età prescolare che apparentemente si sono adattati meglio rassegnandosi a queste limitazioni senza l’insofferenza che ci si aspetterebbe da un adolescente, la limitazione degli spazi e dei tempi del gioco e della sua dimensione fisica e relazionale potrebbe avere, nel presente ma anche nei prossimi mesi, degli effetti rilevanti. A venire meno o a essere pesantemente limitato è stato infatti non tanto un “passatempo”, ma lo strumento principale di conoscenza del mondo e di apprendimento.

Durante le telefonate di monitoraggio con i genitori dei bambini che frequentano i nostri servizi è emersa spesso la difficoltà di mantenere l’attenzione dei piccoli su un gioco per un tempo prolungato e, di conseguenza, la difficoltà di avere sempre nuovi giochi da proporre. Quello sui tempi di attenzione è un lavoro importantissimo che portiamo avanti costantemente nelle nostre attività educative, un lavoro lento che riceve risposte differenti a seconda dei bambini. Riprenderlo a distanza, contando ancora più di prima sull’alleanza con i genitori, non è stato facile, ma lo abbiamo fatto, cercando di supportare le famiglie con una programmazione in linea con quello che è stato fatto da settembre a marzo. Ogni giorno abbiamo proposto giochi e attività che potevano essere facilmente realizzati a casa con materiali di semplice reperibilità e che rispondessero alle esigenze specifiche alla fase di crescita in cui si trovano i bambini che frequentano i nostri spazi educativi. Questo ci ha consentito di affiancare le famiglie in questo delicatissimo momento di emergenza, ma più andiamo avanti e più tocchiamo con mano quanto questi bambini abbiano perso e continuino a perdere in questa condizione di relazioni rarefatte e spesso mediate da dispositivi elettronici. I bambini, forse oggi più che mai, hanno primariamente bisogno di quella dimensione fisica e interpersonale del gioco, hanno bisogno di relazione, di quelle relazioni che sono esse stesse gioco.

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