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Sufficientemente buoni? Genitori e figli nell’epoca del confinamento e del distanziamento sociale

L’anno appena trascorso ha messo a dura prova tutti. La parola “fragilità”, prima in qualche modo nascosta, allontanata dallo sguardo e dalla mente, è diventata invece onnipresente, la cifra di un’epoca. Si è poi moltiplicata in tante fragilità diverse. Alcune le vediamo, com’è naturale che sia, tutti i giorni in prima pagina su giornali e tg. Altre sono meno visibili, ma esistono, ad esempio tra le quattro mura delle case, più o meno adeguate, accoglienti o affollate, che da un anno a questa parte racchiudono, proteggendole e al tempo stesso imprigionandole, le esistenze di tutti noi.

Il lavoro dell’ultimo anno ci ha portato, ad esempio, a confrontarci con le fragilità di neo-genitori alle prese con l’attesa, l’arrivo e l’accudimento di un neonato in un periodo così complicato. Ansie e preoccupazioni legate al rischio di ammalarsi o contagiare altri, timori per un presente e un futuro precari, incerti, a rischio, la stanchezza di dover fare tutto da soli senza poter contare su una rete esterna di supporto: tutto questo ha complicato per le coppie di neo-genitori un momento già di per sé irto di ostacoli come quello perinatale. E noi sappiamo quanto questo periodo sia importante per lo sviluppo sano e armonioso di un bambino e quanto un ambiente poco sereno, attraversato da ansie e conflittualità, possa alimentare quel genere di stress tossico che rischia di incidere negativamente sulla sua crescita.

Intervenire in questa fase, lavorando con i futuri e neo-genitori per “fare spazio” al bambino, provando a sciogliere ansie e a gestire difficoltà e conflitti è parte integrante dei nostri interventi di supporto psico-educativo alle famiglie in questo difficile anno. Accanto alle famiglie sin dai primi giorni di lockdown, nel nostro lavoro quotidiano abbiamo potuto registrare quanto ormai rilevato da molti studi e ricerche: le famiglie hanno patito moltissimo l’isolamento e le ansie generate dalla pandemia, esprimendo un disagio emotivo, psicologico oltre che materiale che si è riflesso inevitabilmente sui rapporti di coppia e sui rapporti genitori-figli. Rapporti attraversati e sollecitati da stress e da conflittualità che hanno generato nei casi più gravi un preoccupante incremento di abusi e maltrattamenti su donne e minori, e più in generale situazioni di tensione ed esasperazione in cui le reazioni aggressive da parte dei genitori sui figli si sono fatte più frequenti e incontrollabili.

Messi così a dura prova anche genitori che – per dirla con il geniale psicoanalista britannico Donald Winnicott – si erano mostrati “sufficientemente buoni” hanno spesso alzato bandiera bianca, in segno di resa. È il caso di Antonella e suo marito Gerardo, una coppia di genitori che avevamo seguito qualche tempo fa presso lo sportello Fiocchi in Ospedale al Cardarelli perché il loro piccolo Roberto era nato prematuramente e aveva richiesto una lunga ospedalizzazione. In quell’occasione, ancora più difficile per un nucleo familiare che viveva in una situazione di grande precarietà socio-economica, i due genitori se l’erano cavata piuttosto bene, sfoderando assieme al loro bambino tante risorse per superare una partenza così complicata. Con il secondo figlio però tutto è cambiato. Una gravidanza stavolta facile e senza intoppi ha portato alla nascita di Vittorio, venuto al mondo però nel bel mezzo della pandemia. Alle prese con i due bambini – il più grandicello reso particolarmente agitato e difficile da gestire perché costantemente confinato a casa, il neonato più tranquillo ma comunque bisognoso di cure e attenzioni costanti – Antonella si è sentita sola e persa. Quando ci ha contattate, della mamma che avevamo conosciuto sembrava non esserci nemmeno l’ombra, al suo posto una giovane donna a pezzi, in preda all’ansia, alla rabbia e ai sensi di colpa per bambini che non sopportava più e che ora più che mai dipendevano totalmente ed esclusivamente da lei.

A questa mamma – e a tanti altri genitori che abbiamo seguito in questi mesi – abbiamo offerto in prima istanza uno spazio di ascolto in cui esternare pensieri negativi e confusi, emozioni inespresse, paure che aleggiavano senza trovare una forma. Il fatto di poterne parlare, al telefono o in videochiamata, ha segnato per i genitori (più spesso per le mamme) l’avvio di un lavoro sulle proprie emozioni, spesso contrastanti e incomprese, che ha consentito in molti casi di limitare i danni, decomprimendo il più possibile situazioni di costante tensione, fornendo loro anche indicazioni chiare su come supportare i propri figli in questo periodo. Un lavoro che è proseguito appena è stato possibile anche in presenza, quando accanto agli altri servizi abbiamo offerto ai genitori e ai loro bambini la possibilità di partecipare a incontri e laboratori sia individualmente, che in coppia o a piccoli gruppi, dedicati proprio all’elaborazione del groviglio di paure ed emozioni inedite provate nel vivere la genitorialità in un periodo così difficile.

Essere genitori sufficientemente buoni in epoca di pandemia richiede indubbiamente degli strumenti e degli aiuti nuovi e flessibili, ma soprattutto richiede la presenza di una rete in grado di penetrare nella solitudine e nell’isolamento delle mura domestiche, in cui la pandemia ci ha costretti, per cogliere sul nascere possibili situazioni di rischio per i più piccoli e accompagnare i loro genitori facendoli sentire meno soli, soffocati e travolti.

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