NEST

NEST: un modello educativo sperimentale che vuole farsi sistema

5 Luglio 2021

Con la conclusione del progetto NEST – Nido Educazione Servizi Territorio si chiude per noi una sperimentazione significativa nel campo dei servizi educativi per la fascia 0-6 anni. Dopo tre anni di lavoro in quattro contesti diversi e al tempo stesso molto simili tra loro, è importante chiederci quali siano stati gli esiti di questa sperimentazione, nel breve e nel lungo periodo. Anche e soprattutto per dare delle risposte alle comunità educanti che in questi tre anni sono fiorite attorno agli hub NEST e alle famiglie che li hanno abitati.

Ne abbiamo parlato con Elisa Serangeli, coordinatrice nazionale del progetto, partendo da qualche considerazione sui luoghi di intervento di NEST.

Le aree in cui abbiamo scelto di avviare gli hub NEST a Napoli, Roma, Bari e Milano sono tra loro molto simili, pur nelle differenze. Si tratta di quartieri con tutte le caratteristiche della periferia, anche quando periferici non sono (come nel caso di Bari e Napoli): i servizi pubblici sono scarsi, inesistenti o di difficile accesso, le condizioni abitative sono spesso precarie o inadeguate, si registrano alti tassi di natalità a fronte di una carenza di servizi materno-infantili, c’è molta disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile. I servizi educativi sono insufficienti se non del tutto inesistenti (pensiamo ai nidi), registrano una grande discontinuità in termini di qualità e alti tassi di drop-out.

Qual è stato secondo te l’impatto di NEST in questi quartieri?

Nel breve periodo in tutti e quattro i quartieri in cui abbiamo lavorato abbiamo registrato esiti simili: livelli di adesione molto alti e di abbandono molto bassi, persino nel periodo del lockdown e con il susseguirsi di aperture e chiusure che hanno caratterizzato questo ultimo anno di lavoro. Un dato, quest’ultimo, in totale controtendenza rispetto alla situazione nazionale, dove si è registrata invece una vera e propria emorragia di bambini da nidi e scuole di infanzia. Questo perché siamo riusciti a costruire delle relazioni di fiducia con le famiglie coinvolte, che hanno compreso il vero valore degli interventi educativi per i loro bambini superando ritrosie, diffidenza o paure (ad esempio riguardo la pandemia). Abbiamo inoltre sfatato un mito che riguarda soprattutto le regioni del sud: si è detto spesso infatti che qui i bambini non frequentano il nido o la scuola di infanzia perché è più diffusa la convinzione che debbano restare a casa. Eppure, se analizziamo da vicino i dati – ad esempio quelli delle cosiddette “sezioni primavera” – e pensiamo all’esperienza di NEST, è più logico dedurre che basta attivare un’offerta di qualità per far crescere la domanda.
Nel lungo periodo speriamo che il modello inaugurato da NEST possa contribuire a trasformare la rete di protezione attivata attorno alle famiglie sul territorio in un vero e proprio sistema in grado di contrastare efficacemente la povertà educativa minorile. Questo lo vedremo nel prossimo futuro, ma i primi indicatori emersi durante le valutazioni intermedie sembrano incoraggianti.

Parliamo di innovazione: come potremmo sintetizzare gli elementi davvero innovativi del progetto NEST?

NEST è stato innanzitutto un laboratorio in cui sperimentare un modello di servizio educativo per bambini tra 0 e 6 anni che coinvolgesse attivamente le famiglie. Un servizio educativo non più declinato come strumento utile alla conciliazione famiglia-lavoro, ma inteso come spazio di attivazione di una comunità educante che ha nella famiglia il suo primo, importantissimo motore.

Cosa ha funzionato meglio nell’attivazione di una comunità educante attorno alle famiglie prese in carico da NEST?

L’elemento di innovazione a cui accennavo è stata anche la carta vincente di NEST: il coinvolgimento delle famiglie. Nella fase di progettazione ci siamo interrogati a lungo su cosa significasse chiedere alle famiglie di partecipare. Volevamo superare l’idea di una richiesta di “forza lavoro”, ossia una richiesta di supporto per le pulizie, per la distribuzione della merenda, ecc. Questo perché ci sembrava importante che anche i genitori che non avevano un lavoro, perché disoccupati – una condizione purtroppo molto diffusa, soprattutto tra le mamme – potessero utilizzare il tempo “guadagnato” iscrivendo il bambino a NEST per se stessi, ad esempio impiegandolo nella ricerca attiva di un lavoro, in percorsi di formazione, ecc. Ecco perché, a differenza di quanto accade con i nidi pubblici, nelle graduatorie per accedere al SEC (lo Spazio Educativo e di Custodia di NEST) l’occupazione di uno o entrambi i genitori non era un criterio preso in considerazione.
A motivare i genitori doveva essere qualcos’altro, la consapevolezza di potersi portare a casa qualcosa di utile, di importante: perciò abbiamo chiesto la partecipazione alle attività di supporto alla genitorialità, le consulenze individuali o di gruppo su temi legati all’educazione dei bambini, ma non solo. Un rafforzamento delle competenze genitoriali ha dato come esito la presenza di genitori più partecipi e interessati, protagonisti degli interventi di sostegno proposti per i loro bambini. Questo è stato il fondamento sulla quale abbiamo costruito la comunità educante di NEST, il primo nucleo di una serie di cerchi concentrici che si sono andati irradiando dalla famiglia coinvolgendo via via tutti gli attori che intervengono nel percorso educativo del bambino. I genitori sono stati, di fatto, gli animatori di una rete che a sua volta ha fornito loro supporto e protezione.

Su cosa è invece ancora necessario lavorare?

Sicuramente sulla continuità. Un ciclo di progetto come questo, di durata triennale, non può che lanciare delle idee, provarle, sperimentarle. Questa sperimentazione però deve diventare sistema, traducendosi in un servizio permanente. E questo chiaramente non può restare in capo al privato, ma deve diventare patrimonio – e responsabilità – del pubblico.

E questo ci porta all’ultima domanda: questo modello di intervento sperimentale è sostenibile? E cosa occorre affinché lo diventi?

Il modello sperimentato con NEST è assolutamente sostenibile. Lo è perché non è esoso, andandosi a innestare su servizi pubblici già esistenti, ossia nidi e scuole dell’infanzia. Lo è perché tutte le risorse impiegate hanno contratti collettivi nazionali, perciò i costi sarebbero quelli di un qualsiasi altro asilo o scuola dell’infanzia. Lo è da un punto di vista strategico, perché sappiamo bene quanto sia importante investire nella prevenzione e nell’intervento precoce: spendere oggi un euro in prevenzione significa risparmiarne domani undici in attività di riparazione.
A mio avviso siamo arrivati anche in Italia a un punto di svolta: siamo pronti a cogliere la sfida di integrare pienamente la fascia 0-6 anni nel percorso educativo dei bambini e di riconsiderare il coinvolgimento delle famiglie nei servizi educativi per questa fascia come un importante strumento di contrasto alla povertà educativa e di empowerment. Occorre un cambio di mentalità, per superare l’idea di questi servizi come “baby parking” e noi con NEST abbiamo dimostrato che questo cambio di mentalità è possibile. Le riflessioni socio-pedagogiche sono mature, i processi politici anche: pensiamo a documenti quali il Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, alle linee pedagogiche sulla fascia di età 0-6 anni, alla legge 65 del 2017…  Anche la comunità del terzo settore è pronta non solo a sperimentare, ma anche collaborare: la responsabilità di un intero segmento del percorso educativo dei bambini però non può che essere in capo alle istituzioni pubbliche.

 

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