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donna incinta

L’esperienza della tratta nei nostri interventi di accompagnamento alla nascita.

In alcuni dei contesti in cui interveniamo, l’esperienza della tratta attraversa le esistenze di molte donne. Nel territorio di Castel Volturno in particolare, dove collaboriamo già da tempo con altre realtà territoriali e da gennaio 2021 siamo presenti con il progetto “Luoghi per nascere a Castel Volturno”, realizzato con i fondi dell’8×1000 della Chiesa Valdese, questo è un vissuto che molte delle donne che si rivolgono a noi si portano dietro e dentro. E questo che scelgano o meno di condividerlo e raccontarlo.

Lavorare con donne vittime di tratta che diventano madri significa spesso fare i conti con il rischio di considerarle – appunto – unicamente nel loro ruolo di vittime. Si fatica a lasciare spazio ad altri ruoli, ugualmente significativi, come quello di madre.  Varcando la soglia di Pianoterra, una donna entra invece in uno spazio protetto e non giudicante, che mette al centro il suo benessere e quello del suo bambino. Uno spazio all’interno del quale ha la libertà di essere una donna e una madre, ruoli su cui in quel momento ha scelto di concentrarsi.

Questa premessa è per noi molto importante. Ed è una delle motivazioni per cui non abbiamo interventi specifici né progetti esclusivamente rivolti a donne vittime di tratta, ma includiamo donne con questo vissuto all’interno dei percorsi del Programma 1000 Giorni che offriamo alle future e neo-mamme, adattandoli e personalizzandoli per rispondere ad esigenze e valorizzare risorse specifiche.

Il vissuto della tratta – che sia supposto, quando intuito, o laddove evidente – non è dunque né l’oggetto del nostro intervento né lo scenario obbligato sullo sfondo del quale costruiamo i nostri percorsi di sostegno. Questo scenario viene introdotto e diventa oggetto di narrazione solo e quando è la donna a sceglierlo, quando questo racconto diventa funzionale al suo personale percorso evolutivo, di preparazione alla nascita e di rafforzamento del suo ruolo genitoriale.

Chiaramente un vissuto di questo tipo, sia quando concluso che quando ancora drammaticamente in corso, non può non influire sul tipo di percorso che offriamo, proprio a partire dalle richieste e dalle esigenze che queste donne esprimono. Tanto più in una fase specifica e importante come quella della gravidanza, una fase di grandi cambiamenti vissuti nell’arco dei nove mesi che rendono queste donne più resilienti e disposte a farsi aiutare per dedicarsi al nascituro, rimettendosi in gioco.

Anche quando dall’esterno gli spazi di scelta appaiono ridottissimi o pressoché nulli, il processo genitoriale innesca in queste donne dei meccanismi di protezione verso i figli, compresa l’acquisizione di una graduale consapevolezza di volere uscire dal circuito illegale, spesso la chiave di volta per la realizzazione di un desiderio di cambiamento.

Dall’esperienza delle nostre operatrici rileviamo come, nel lavoro con donne con vissuti molto violenti, comprese le esperienze di tratta, il bisogno che più di ogni altro emerge con forza è quello della cura. Cura per i loro corpi, che queste donne percepiscono come vulnerabili, segnati dal trauma, violati, di cui forse non si fidano nemmeno più, ma che dovranno diventare spazi sicuri per i loro piccoli; cura per i bambini che hanno scelto o meno di avere, ma nei confronti dei quali desiderano essere in ogni caso buone madri; cura per le donne che sono e le madri che diventeranno, in un contesto straniero, ostile, difficile, di cui sfuggono le coordinate.

Per rispondere a queste esigenze, gli interventi che mettiamo in campo assumono in molti casi solo un’intensità diversa: un numero maggiore di incontri, più monitoraggi, una rete di sostegno alla diade madre-bambino, tutto questo non perché imposto, ma perché è richiesto. C’è in effetti un desiderio comune che riscontriamo in queste donne di essere rassicurate, accompagnate, informate: provare a capire perché viene richiesto un esame o prescritto un integratore, cosa riporta un referto, cosa dovranno attendersi al momento del parto.

Proprio il parto rappresenta un momento cruciale nel lavoro con le donne portatrici di un vissuto di sfruttamento, suscettibile di rievocare scenari violenti che rischiano di acuire traumi e senso di impotenza e sopraffazione. Al pari del post-partum, caratterizzato da un rapporto tutto da costruire con un bambino che può finire per incarnare significati e ruoli diversi: personificazione di un cambiamento di vita,motore di risorse personali straordinarie, ma anche conseguenza di una violenza, legame con un contesto di sfruttamento, strumento di ricatto. È però per quel figlio o quella figlia che compiono la scelta di attivarsi, di chiedere un supporto continuato e costante, di affidarsi nel tentativo di essere delle buone madri.

Ed è su queste basi che costruiamo le nostre relazioni di accoglienza e accudimento, con l’obiettivo di favorire un percorso di autodeterminazione che, attraverso l’appropriazione del diritto di essere madri, si allarghi al pieno godimento di un più ampio spettro di diritti fondamentali, dalla salute alla sicurezza, dal lavoro all’istruzione.

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