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Asilo nido: a che (e a chi) serve?

Cinquant’anni ci separano dal 1971, quando in Italia è stata varata la prima legge che istituiva gli asili nido pubblici, pensata esplicitamente per favorire l’accesso delle donne al mondo del lavoro, liberandole dall’accudimento esclusivo dei bambini nei primi anni di vita. Per molto tempo l’asilo nido è stato soprattutto questo: uno strumento di welfare in supporto alle esigenze degli adulti, un luogo sicuro in cui i bambini potessero essere custoditi mentre i genitori – e soprattutto le mamme – erano a lavoro.

Una concezione che permane ancora oggi, nonostante nel frattempo la ricerca scientifica abbia dimostrato in modo chiaro come le esperienze vissute dai bambini sin dalla nascita e nei primi anni di vita siano determinanti per la loro crescita. La possibilità di frequentare già in questa fascia di età un ambiente ricco di stimoli positivi contribuisce a gettare le basi per tutto ciò che i bambini apprenderanno nel corso della loro vita e rappresenta un potente strumento di contrasto alle disuguaglianze sociali determinate dall’ambiente in cui un bambino nasce.

Da servizio socio-assistenziale a servizio educativo e investimento per la costruzione di una società più giusta: una vera e propria rivoluzione, quindi, che non toglie nulla al ruolo fondamentale del nido nel bilanciare l’impatto che un figlio ha sui percorsi di vita e di lavoro dei genitori, sollevando le madri dall’esclusiva dell’accudimento, ma che impone di mettere al centro di questo servizio il bambino e il suo sviluppo.

Nel corso dei decenni i nidi si sono diffusi in tutto il paese, e oggi in Italia per ogni 100 bambini in età 0-2 anni sono disponibili 25,5 posti in servizi educativi per la prima infanzia. Un dato ancora molto distante dall’obiettivo di 33 posti disponibili ogni 100 bambini fissato dall’UE nel 2002, che si aggrava ancora di più se si considera la diffusione delle strutture sul territorio. Dai dati elaborati da OpenPolis per l’Osservatorio sulla povertà educativa in collaborazione con l’impresa sociale Con i bambini, emerge infatti molto chiara una linea di frattura che separa, in termini di offerta di posti in asili nido, il nord dal sud del paese, il centro dalle periferie, le aree urbane da quelle interne e remote. Fratture sovrapponibili in molti casi ai dati relativi all’occupazione femminile e agli indici di povertà assoluta e relativa delle famiglie e, più in generale, al livello complessivo di benessere. In queste aree – o quartieri – il divario rispetto agli obiettivi europei è molto più ampio, a volte abissale. Colmarlo rappresenta una sfida enorme, raccolta – almeno sulla carta – dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che guiderà gli investimenti provenienti dall’UE in risposta all’emergenza Covid-19 e che prevede esplicitamente un generalizzato potenziamento dei servizi di istruzione “dagli asili nido all’università”.

L’investimento sull’educazione precoce è uno dei pilastri su cui fondiamo il nostro lavoro di sostegno e accompagnamento alle famiglie più fragili. Proprio a partire da questo lavoro, abbiamo chiesto alle colleghe che lavorano sul campo di incrociare i dati ufficiali e gli annunci di investimento con le esperienze maturate in progetti come NEST, Tornasole e 1000 Giorni. Nelle prossime settimane condivideremo con voi questi approfondimenti, fotografie dai territori di Napoli, Roma e Castel Volturno.

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