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Aisha e la sfida di diventare mamma in un’altra lingua

Ogni giorno varcano la soglia di Pianoterra molte donne in gravidanza o neo-mamme di origine straniera. Le loro provenienze sono diverse, e diversi sono i tragitti che hanno compiuto per ritrovarsi oggi qui. Tutte però sono accomunate da un’esperienza, quella della gravidanza e del parto, che è al tempo stesso quanto di più legato alla natura e di più profondamente segnato dalla cultura, con le sue specificità e differenze.

Aisha è una di loro. Una donna mite e dolce, già madre di un bimbo e in attesa di un secondo. Viene dal Marocco, e durante i primi colloqui con la nostra psicologa ci parla della sua stanchezza, della fatica di correre dietro a tutte le incombenze familiari. Parla di stanchezza, ma si intravede anche altro: tanta solitudine. Sembra che per questo nuovo bambino che lentamente cresce dentro di lei non ci sia spazio, e lei ne soffre.

Aisha entra nel programma 1000 Giorni e inizia a frequentare con regolarità Pianoterra. Partecipa a diverse attività di gruppo assieme ad altre future mamme, tutte diverse da lei, provenienti da tanti paesi lontani o dal quartiere accanto, ma temporanee compagne in questo viaggio speciale. Nel corso di questi incontri incoraggiamo Aisha a iniziare a interagire con il bambino, che si chiamerà Ahmed. Lo sa che già da adesso il piccolo è in grado di sentire e vedere? Che nel pancione fa tante cose, gioca, inizia a esplorare, e soprattutto sente lei, la sua mamma? Aisha inizia piano piano a far spazio ad Ahmed: assieme alle nostre operatrici e alle altre mamme ricorda e canta le nenie e le filastrocche della sua infanzia, si accarezza la pancia… piccoli gesti, importantissimi per costruire con il piccolo una relazione che proseguirà anche dopo la nascita.

Piano piano Aisha prende coraggio, vuole sapere di più, fa molte domande sulle indicazioni ricevute durante gli incontri con gli esperti di salute materno-infantile previsti dal programma 1000 Giorni. Trova spazio e accoglienza alle sue curiosità e ai suoi dubbi sugli esami da fare in gravidanza, su come “guardare” un’ecografia per iniziare a scorgere il suo Ahmed. Impara a dare un significato alle tante parole che affollano il suo percorso nascita: liquido amniotico, cordone ombelicale, valori del sangue, pressione…

Aisha è più sorridente e conferma che anche a casa le cose vanno meglio. Inizia condividere con le operatrici e con le altre mamme pezzi importanti della sua vita: porta il braccialetto che sua madre ha regalato al suo primogenito, ci racconta degli usi e dei rituali che accompagnano la nascita in Marocco. Tra le tante cose si fa strada il ricordo del primo parto, avvenuto con un cesareo che le ha lasciato tanta confusione, anche perché nessuno si è soffermato a spiegarle cosa le stava accadendo e il perché di quella procedura. Grazie al lavoro paziente con le nostre operatrici e con l’auto di video, immagini e dimostrazioni pratiche, Aisha impara a dare un nome alle fasi del travaglio e del parto riesce a ricostruire ciò che le è accaduto nel primo parto. Un altro piccolo tassello che serve a darle serenità.

Nel percorso di accompagnamento alla nascita iniziato assieme ad Aisha erano previsti anche incontri sulle prime cure da riservare al neonato nelle prime settimane dopo la nascita, ma Ahmed aveva fretta di venire al mondo e Aisha partorisce con qualche settimana di anticipo. La sentiamo al telefono e incontriamo suo marito Ichem per consegnare loro la nostra Valigia Maternità, che la futura mamma porta a casa poco prima del parto al termine del percorso di accompagnamento alla nascita del programma 1000 Giorni.

Pochi giorni dopo il rientro a casa andiamo a trovare lei e il piccolo Ahmed. Aisha è felicissima di vederci ma anche dispiaciuta, perché non ha potuto accoglierci come avrebbe voluto e la sua casa – come quella di tutte le neo-mamme, ci affrettiamo a rassicurarla – è non è molto in ordine. Controlliamo assieme a lei il libretto pediatrico con tutti i dati alla nascita del bambino. Parliamo dei passi successivi, delle visite e dei controlli da fare, della scelta del pediatra, ma anche delle prevedibili difficoltà che avrebbe incontrato a gestire la sua quotidianità con due bimbi piccoli e un marito assente molte ore al giorno per lavoro.

Finalmente Ahmed si addormenta placido in braccio a una delle operatrici, e Aisha può fare quello che avrebbe voluto fare sin dall’inizio: offrirci tè e frutta secca, come si fa in Marocco quando si riceve una visita, accompagnati da una sorta di pancake non lievitato di farina e semola. Si rilassa un po’ e ci racconta di come ha conosciuto suo marito, del loro matrimonio, di come sono arrivati in Italia. Ci mostra le foto di amici e parenti lasciati in Marocco. Ridiamo e scherziamo, facciamo assieme mille progetti sulle grandi passioni di Aisha, il cucito e la cucina, e andiamo via tra tanti baci e abbracci e la promessa di rivederci presto a Pianoterra.

Aisha ringrazia spesso il suo Dio per ciò che ha, nonostante le tante difficoltà. La capacità che lei e le tante altre donne che incontriamo ogni giorno hanno di adattarsi a condizioni di vita complicate, segnate dalla precarietà giornaliera e spesso dalla mancanza di risorse economiche di base non cessa mai di stupirci, così come la speranza, la fiducia illimitata nella vita e la grazia innata nel porgere quel poco che hanno se si tratta di accogliere un ospite.

In tutte le culture sono previste forme di assistenza e protezione del post-parto, una fase delicatissima in cui spesso la donna si affida a una rete familiare e amicale che mette in campo, anche in modo inconscio, saperi e pratiche antiche e rituali che consentono il passaggio “da figlia a madre”. Le donne di origine straniera si trovano spesso a dover affrontare questo momento da sole, isolate sia socialmente che a causa della barriera linguistica. Questo isolamento che le rende più fragili e vulnerabili può essere spezzato da una rete di supporto alla pari: altre donne e madri che danno una mano con le faccende di casa, che preparano un pasto caldo o si offrono di andare a prendere a scuola gli altri figli, amiche con cui ridere e alleggerire il carico quotidiano per guardare al futuro di se stesse e della loro famiglia con una nuova energia. Ma occorrono anche servizi alla famiglia che siano sensibili alle differenze culturali e predisposti al confronto con utenti che hanno storie diverse.

A Pianoterra cerchiamo di comporre attorno alle future mamme una rete di sostegno e supporto che coinvolge le nostre operatrici, i servizi presenti sul territorio, ma anche tutte le donne che frequentano l’associazione e che spesso contribuiscono a formare quel gruppo di pari all’interno del quale una futura mamma può trovare supporto, confidenza, amicizia. E sentirsi meno sola.

Pianoterra partecipa alla Stracittadina di Roma!

Il 7 aprile Pianoterra Onlus parteciperà alla Stracittadina della XXV Maratona Internazionale di Roma: 5 km di passeggiata nel centro storico di Roma con partenza dai Fori Imperiali poco dopo lo start della Maratona internazionale e arrivo al Circo Massimo. L’Associazione ha infatti aderito al Charity Program della manifestazione, una iniziativa degli organizzatori che mette insieme i valori dello sport a quelli della solidarietà. Grazie a questo programma, la Stracittadina diventa un’occasione per sostenere i progetti e le iniziative di Pianoterra a favore di mamme e bambini in difficoltà a Roma e Napoli.

Aderire a questa iniziativa è semplicissimo! Iscrivendosi alla Stracittadina attraverso Pianoterra, parte della quota di iscrizione andrà a sostenere direttamente il nostro programma 1000 Giorni a favore di donne in gravidanza, neo-genitori e bimbi fino ai 3 anni che vivono in condizioni difficili, e in particolare il nostro sportello nel quartiere di Tor Sapienza a Roma.
 
L’invito è aperto a tutti: da 0 a 99 anni, a piedi o in monopattino, in passeggino o in fascia, di corsa o camminando… sono tutti i benvenuti per una mattinata di festa e attività all’aria aperta all’insegna della solidarietà!
 
Per avere maggiori informazioni e iscriversi alla Stracittadina con Pianoterra, scriveteci a comunicazione@pianoterra.net o chiamateci al +39 340 0716353
Vi aspettiamo numerosi!

La pelle | Gianni Rodari

Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole
Pelle Gialla come il limone
tanti colori come i fiori.
Di nessuno puoi farne a meno
per disegnare l’arcobaleno.
Chi un sol colore amerà
un cuore grigio sempre avrà.

Dieci anni di lavoro all’insegna del cambiamento

In questi giorni i social sono stati attraversati da una delle tante trovate diventate virali, la cosiddetta #10yearschallenge: gli utenti del web hanno fatto a gara a postare foto di come erano dieci anni fa e come sono diventati oggi, spesso lasciando commenti su come le loro vite e loro stessi siano nel frattempo cambiati. Noi abbiamo pensato di condividere con voi una riflessione proprio sul tema del cambiamento scritta dalla nostra presidente e contenuta nello speciale bilancio di missione per i primi dieci anni di attività che abbiamo pubblicato qualche mese fa, e una serie di dati per raccontarvi come e in che cosa siamo cambiati anche noi a Pianoterra.

Buona lettura!

Affiancare le persone più vulnerabili in un percorso di cambiamento: è forse questa la sintesi più precisa dell’essenza di Pianoterra. Ogni giorno, ci sforziamo di accompagnare il cambiamento contribuendo a imprimergli una direzione e a fornirgli l’energia necessaria – fiducia, autostima e altre risorse che spesso sono nascoste. Cerchiamo di attivare queste risorse, di mettere in luce le alternative, di aprire finestre su altri mondi. Lavorare per il cambiamento, per avviare con le persone che incontriamo un percorso di autonomia e di uscita da una condizione di dipendenza, significa lavorare con il cambiamento, interagire con tutte le sue manifestazioni, anche le più piccole e apparentemente trascurabili.

Pianoterra ha dieci anni. Come tutte le cose vive, anche la nostra organizzazione è cambiata: è cresciuta, si è trasformata adattandosi alle situazioni, agli incontri con le diverse realtà con cui è entrata in relazione.

Quando assieme agli altri soci fondatori iniziammo a ragionare su cosa Pianoterra dovesse essere, il mio desiderio era di creare uno spazio che offrisse ascolto a persone in difficoltà, dove queste potessero sentirsi accolte e non giudicate, dove potessero tirare un sospiro di sollievo, metaforicamente ma anche in senso letterale. Immaginavo un luogo dove fermarsi per un po’, dove trovare riposo da quell’affanno fatto di ansia, paura, diffidenza e spesso solitudine, che colora il vivere quotidiano di chi, per esempio, è senza lavoro, senza il sostegno di amici e familiari perché si trova in un paese straniero, senza un compagno nel delicato periodo della gravidanza e della nascita di un bambino, in condizioni di marginalità e solitudine. Vedevo uno spazio calmo e accogliente dove poter tornare in contatto con quella parte di sé che facilmente si perde nelle mille complicazioni del quotidiano e che è proprio la parte dove sono custodite le nostre risorse.

In dieci anni abbiamo visto moltissimi piccoli grandi passi, momenti che confermano la nostra idea iniziale: accoglienza, ascolto e rispetto dell’altro, che sono alla base delle nostre azioni, possono essere non solo un sostegno prezioso nel processo di cambiamento, ma anche il detonatore che innesca il processo. Ogni lavoro di trasformazione dovrebbe partire da qui, tenendo a mente che il vero potenziale di ciascuno spesso è celato da pesanti strati di sofferenza, di fatica, di paura.

Osservare i dettagli della nostra condizione di esseri umani in un mondo tanto complicato può essere spaventoso e scoraggiante; è facile essere sopraffatti dal senso di impotenza. La paura che proviamo ha una qualità paralizzante: finiamo per dire “le cose stanno così”, “quella persona è nata così”, “io sono fatta così”, “il mondo funziona così”, come se la realtà fosse qualcosa di immutabile, come se non ci fosse niente da fare. Dimentichiamo che tutto ciò che vive è in continuo movimento, che tutto continuamente cambia, e che questa qualità è l’essenza stessa della vita.

Frank Ostaseski, fondatore dello Zen Hospice Project di San Francisco, nel suo libro “Cinque inviti” scrive: “È paradossale che, mentre tutti siamo d’accordo che la vita sia un flusso continuo, preferiamo attaccarci all’illusione di essere qualcosa di solido in un mondo mutevole. ‘Ogni cosa cambia tranne me’, ci diciamo” (Frank Ostaseski, Cinque inviti. Come la morte più aiutarci a vivere pienamente, Mondadori 2017). Ostaseski si ispira all’insegnamento buddista dell’impermanenza, spesso frainteso con l’idea che “tutto finisce”: in realtà il Budda ci invita a notare che tutto cambia e che nulla esiste se non in relazione a cause e condizioni. Questo, nell’insegnamento buddista, riguarda ogni aspetto della realtà, compreso il sé.
Cambiare – punto di vista, abitudini, comportamenti – è essenziale per la crescita personale di ciascuno, in qualunque circostanza, ma è sempre difficile: è difficile rompere l’inerzia, interrompere il circolo vizioso, spesso dalle radici antiche, che ci obbliga a muoverci in un solco profondo. Il cambiamento ha bisogno di una certa dose di energia, di risorse e di fiducia. Decidere di cambiare significa decidere di rischiare, implica l’abbandono delle certezze e il confronto con forze avverse spesso molto potenti – fantasmi della psiche o realtà sociali e culturali – che contrastano il cambiamento nel tentativo di mantenere lo status quo. Alejandro Jodorowsky attribuisce questo desiderio di ostacolare, di congelare, al Diavolo in persona: “(…) di fronte alla divina impermanenza combatto per conservare l’istinto, per congelarlo in una scultura fosforescente. (…) E rimango lì, tentando di unire tutti i secondi gli uni con gli altri, di frenare il trascorrere del tempo” (Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, La via dei tarocchi, Feltrinelli 2014).

Da dieci anni accompagniamo persone vulnerabili nei processi forse più delicati della vita: uomini e donne che diventano genitori, bambini piccoli che muovono i primi passi, ragazzi che affrontano il periodo turbolento dell’adolescenza. In particolare ci rivolgiamo alle donne in gravidanza, un momento dove tutto cambia: cambiano il corpo e la relazione con il corpo, cambiano i livelli di energia, il tono dell’umore, l’intensità delle emozioni, cambia la relazione con il compagno, in molti ambienti cambia anche lo status personale. Poi c’è il cambiamento più grande: diventare responsabili non solo di sé ma di un’altra persona, che per molto tempo sarà completamente dipendente dall’adulto che ne ha cura. In una fase così mobile è facile perdere l’equilibrio e il senso di sé se non si ha una vita, interiore e sociale, ben strutturata; coltivare modalità costruttive e familiarizzare con esse sarà determinante nello sviluppo di una nuova vita.

In questi dieci anni abbiamo avuto la conferma che sostenere le persone che vivono queste fasi della vita in una condizione di disagio significa lavorare per e con il cambiamento; significa introdurre buone pratiche che possano portare stabilità, competenza e, di conseguenza, autostima. L’aiuto materiale che a volte offriamo nel momento del bisogno non è altro che l’innesco per mettere in moto un percorso di riconquista delle proprie capacità: il percorso fatto insieme non deve diventare una nuova condizione, ma essere una fase dinamica di transizione, dalla difficoltà alla capacità, dalla dipendenza all’autonomia.

Possiamo vedere il mondo come un gigantesco e complesso ingranaggio dove ogni nostra azione è una rotella, ogni parola un piccolo bullone, ogni pensiero una goccia di carburante. È possibile, con una spinta attenta e gentile, dare il giusto senso a questo ingranaggio, in modo che il cambiamento possa prendere una direzione costruttiva, verso un mondo – una comunità – sempre più capace di prendersi cura di chi è più fragile.

Paradossalmente è proprio la “divina impermanenza” a regalarci forse l’unica, assoluta certezza: tutto cambia. E nel cambiamento le possibilità sono infinite.

 

E per concludere, ecco il nostro #10yearschallenge!

10 anni

Clicca qui per scaricare la nostra pubblicazione “Dieci anni di Pianoterra. Un bilancio”

L’esperienza del progetto “L’Alveare”: risultati e riflessioni dopo un anno di lavoro

Lo scorso 31 dicembre si è concluso il progetto L’Alveare, un sistema comunitario di presa in carico integrata, protezione socio-sanitaria ed educativa a misura di mamma e bambino nei primi anni di vita realizzato a Napoli grazie al contributo della Tavola Valdese. Il progetto nasceva con l’obiettivo di favorire la crescita sana ed equilibrata dei bambini esposti alla vulnerabilità economica e sociale rafforzando un sistema di presa in carico precoce, integrata e multidimensionale dei nuclei familiari più fragili. Grazie al progetto sono state sostenute circa 500 donne in gravidanza; sono stati presi in carico più di 100 nuclei familiari con piani di lavoro integrati e personalizzati; sono stati distribuiti 908,8 kg di latte in formula alle mamme impossibilitate per ragioni mediche ad allattare al seno i propri piccoli.

Particolarmente importanti e funzionali sono state le attività di accompagnamento alla nascita e di sostegno ai primi compiti genitoriali attivate nell’ambito del progetto. La presenza di un’equipe multidisciplinare – psicologa, assistente sociale, educatrice perinatale e ostetrica – ha permesso alle donne coinvolte nel progetto di sentirsi accolte e a proprio agio, di lasciarsi andare e porre domande, raccontarsi, chiedere aiuto. Un contesto in cui le donne hanno compreso a pieno la finalità non prettamente “medica” degli incontri proposti, ma diretta piuttosto ad un accompagnamento emotivo e relazionale della loro gravidanza.

Volendo fare un bilancio complessivo degli incontri realizzati – ci racconta la psicologa Arianna Russo, coordinatrice del progetto – questi risultati, utili e coinvolgenti per le mamme, sono frutto dell’utilizzo della lingua inglese, dell’uso di strumenti perlopiù visuali (foto e video), di tecniche esperienziali (rilassamento e massaggio) e del coinvolgimento ove possibile di mediatori culturali. Questi aspetti hanno favorito, incontro dopo incontro, la creazione di un clima familiare e la diffusione di una fiducia di base nel gruppo, operatrici comprese. Tale impostazione ha permesso di offrire molto più di un mero corso di accompagnamento alla nascita, che di solito prevede la condivisione di nozioni più o meno tecniche che permettano alle future mamme di conoscere gli aspetti più legati all’ambito medico che maggiormente possono preoccuparle. Alle donne coinvolte nel progetto è stato infatti offerto anche uno spazio, un luogo e un tempo nel quale pensare a se stesse come donne, al proprio corpo in cambiamento, ma anche a se stesse come madri migranti in una dimensione sconosciuta e lontana dai propri affetti”

Il progetto ha visto il coinvolgimento di attori importanti a livello territoriale: AIED, ACP e Associazione Nefesh onlus, ma anche Centri di accoglienza straordinaria, servizi sociali territoriali e altri enti del terzo settore, una rete integrata a cui va il merito del successo dei risultati conseguiti. I risultati di fatto confermano la tesi a supporto dell’impianto metodologico del progetto: solo un lavoro integrato tra i servizi può avere un impatto efficace e duraturo sul territorio.

Concludiamo con la storia di J., che abbiamo scelto tra le tante che hanno attraversato “L’Alveare” in questi dodici mesi e che fa emergere a nostro avviso la portata dell’impatto di una presa in carico integrata e precoce che ponga al centro la donna in una fase di grandi trasformazioni quale può essere la gravidanza. Ce la racconta una delle operatrici del progetto.

J. è una donna nigeriana di circa 29 anni, inviata da una cooperativa sociale che collabora da tempo con Pianoterra. J è al quinto mese di gravidanza, perciò decidiamo di includerla nel gruppo di accompagnamento alla nascita e sostegno ai primi compiti genitoriali, per prepararla al meglio all’esperienza del parto e alla nascita del suo primogenito.

Poco sappiamo ancora ora del passato e del presente di J., ma lavorando a stretto contatto con l’operatrice della casa famiglia dove vive riusciamo a raccogliere alcune informazioni sul perché si trova lì. J. rientra in un programma di protezione per vittime di tratta e che sta facendo un percorso di sostegno con la psicologa della casa di accoglienza.

La partecipazione di J. al gruppo è da subito connotata da stati di umore e comportamenti contrastanti: le capita di essere allegra, partecipativa e volenterosa di ascoltare e ricevere consigli, così come scontrosa, negativa, cupa. Ciò accade sia nei confronti delle operatrici di Pianoterra che con le mamme partecipanti al gruppo; J. si adombra anche quando non le si rivolge l’attenzione che desidera, quando, implicitamente, le viene richiesto di “decentrarsi” per fare spazio ad altre donne. Accoglie con piacere attività pratiche ed è disposta ad affrontare tematiche legate al parto e alla cura del bambino, ma si chiude a riccio quando qualcuna affronta episodi del proprio passato o della situazione attuale con il compagno/marito. Decidiamo di rispettare il suo silenzio, certi che questo atteggiamento avrebbe favorito la costruzione di un legame di fiducia con la donna.

I pochi mesi che mancano al parto passano presto, e J. partorisce il suo piccolo con taglio cesareo. Dopo il parto andiamo a trovarla in ospedale dove, insieme alla nostra educatrice perinatale e in collaborazione con le ostetriche del reparto, le stiamo accanto mentre prova per la prima volta ad allattare il suo bambino al seno. J. sembra contenta e sembra apprezzare la presenza (non soltanto fisica) e la disponibilità di tutti. Al rientro a casa, J. riprende a frequentare le attività dell’associazione portando il suo bambino. Stavolta si mostra più partecipativa, più propositiva, avvia relazioni di fiducia anche con le altre partecipanti, frequentandole anche al di fuori dell’Associazione.

Su segnalazione di un altro ente e in accordo con le operatrici della casa di accoglienza che la ospita, J. partecipa a un corso di formazione per assistenti familiari che le darà la possibilità di cominciare, a conclusione della parte teorica, uno stage presso un centro di riabilitazione nella provincia di Napoli. Mentre questo stage sta volgendo al termine, J. viene a trovarci: si dice molto preoccupata per il suo futuro, dal momento che presto dovrà lasciare la casa di accoglienza dove vive da circa un anno e mezzo. La rete di associazioni che l’hanno supportata nei mesi trascorsi, e che continua a essere per lei un importante punto di riferimento, raccoglie la sua richiesta e si mette in moto, riuscendo a mettere J. in contatto con un’anziana signora che ha bisogno di un’assistente familiare ed è disposta a ospitarla assieme al figlio. 

Rossella e Andrea scelgono Pianoterra per le loro bomboniere solidali

Tra i tanti progetti che attiviamo con le donne che frequentano la nostra associazione c’è da qualche anno anche un piccolo laboratorio di cucito, incluso nella più ampia programmazione dello Spazio Mamme, il programma nazionale di sostegno alla genitorialità di Save the Children Italia attivo dal 2013 nei nostri spazi a Piazza San Domenico Maggiore. Si tratta soprattutto di uno spazio dedicato alla socializzazione e alla creatività, in cui le mamme possono trascorrere del tempo assieme realizzando piccoli lavori di cucito, ricamo o maglia. 

Con un gruppo di queste signore abbiamo avviato dal 2017 il progetto Me.Di.Na. un laboratorio artigianale per la produzione in piccola scala di articoli per la casa, capi di abbigliamento o accessori viene destinata e alla vendita in contesti quali i mercatini sociali organizzati dal Comune di Napoli o i nostri eventi di raccolta fondi. Qualche mese fa con le partecipanti al progetto abbiamo pensato di cimentarci nella produzione di bomboniere solidali: sacchettini confezionati con i bellissimi wax africani e pieni di profumata lavanda. I primi a scegliere di realizzare con noi le loro bomboniere di nozze sono stati Rossella e Andrea, sposatisi da poco a Napoli. Ecco cosa ci hanno scritto qualche giorno fa:

Quando abbiamo deciso di sposarci volevamo che il nostro matrimonio fosse l’occasione per fare qualcosa di bello con e per gli altri. Ci tenevamo a cogliere l’occasione di avere insieme tutti i nostri cari per raccontare loro la storia di una Napoli che sa accogliere, rimboccarsi le maniche e diffondere un messaggio di solidarietà. Così abbiamo conosciuto Pianoterra Onlus e le straordinarie signore che animano il laboratorio del cucito. Entrare nel laboratorio è una grandissima emozione: mani che cuciono, ricamano, creano e ricreano cose belle, anche a partire dagli scarti. Ci è piaciuta subito l’idea che le signore potessero creare qualcosa anche per noi. Qualcosa che non fosse un semplice oggetto ma che fosse il simbolo dell’unione tra culture anche apparentemente distanti, del lavoro che significa riscatto e voglia di affermarsi. Le signore hanno creato per noi dei sacchetti con meravigliose e gioiose stoffe africane che ci hanno gentilmente accompagnati a scegliere. Poi hanno riempito i sacchetti con pout-pourri e confetti, completando la confezione con un biglietto in cui si raccontava il senso della loro iniziativa. Era importante per noi che chi ricevesse la bomboniera conoscesse questa bella realtà. Ne siamo stati molto felici e anche i nostri cari hanno apprezzato molto l’iniziativa. Un oggetto bello esteticamente ma soprattutto dal grandissimo valore. Conoscere le signore di Pianoterra onlus, i loro sorrisi, i loro bambini e la loro enorme voglia di fare, è stato per noi straordinario!

Parte “Luoghi per nascere”, un nuovo progetto sostenuto dall’Otto per mille della Tavola Valdese

A dicembre 2018 una nuova progettualità di Pianoterra, “Luoghi per nascere”, che raccoglie un insieme di attività messe in campo da Pianoterra a sostegno di famiglie vulnerabili, con un’attenzione particolare a tutto ciò che ruota attorno al momento della nascita. 

“Luoghi per nascere” si concentra soprattutto – come dice il titolo che abbiamo scelto – sui luoghi della nascita, quelli in cui nasce un bimbo ma anche quelli in cui nasce una mamma e una famiglia. Abbiamo scelto il plurale perché se è vero che fisicamente un piccolo nasce in un solo luogo, spesso un ospedale, è altrettanto vero che il percorso che conduce i suoi futuri genitori ad arrivare pronti al momento della nascita e, anche in seguito, a far sì che alla nascita segua un sano sviluppo psico-fisico si svolge anche in altri luoghi, sparsi sul territorio e non sempre facilmente accessibili soprattutto da chi vive in condizioni di disagio e di marginalità. 

Questo progetto è stato pensato per offrire ai futuri genitori e ai neogenitori uno spazio o più spazi in cui compiere tutti i passi necessari ad accogliere al meglio il piccolo, con il sostegno di figure professionali specializzate nell’ambito della salute materno-infantile in grado di offrire sostengo psico-pedagogico e attività di rafforzamento delle competenze genitoriali. 

Questi spazi, questi luoghi non sono solo quelli in cui si svolgono i servizi di Pianoterra, ma comprendono anche tutti i nodi della fitta rete di supporto che Pianoterra tesse coinvolgendo i servizi per la famiglia presenti sul territorio. Orientare i futuri genitori e i neo-genitori sul territorio e far sì che possano accedere ai “luoghi per nascere” disponibili è un pezzo importante delle attività di Pianoterra in generale e di questo progetto in particolare. Per questo motivo nell’ambito del progetto è previsto un potenziamento della comunicazione con le famiglie e l’ideazione di nuovi strumenti da distribuire e far circolare sul territorio per avvicinare il più possibile i servizi disponibili a chi ne ha più bisogno. 

Luoghi per nascere è un progetto realizzato grazie al sostegno dell’Otto per mille della Tavola Valdeseopm valdesi

Prematuri a chi?

Il 17 novembre è un giorno molto speciale che però non tutti conoscono.

Ogni anno, infatti, in questa data si celebra la Giornata Mondiale della Prematurità, promossa dalla European Foundation for the Care of Newborn Infants, con l’intento di diffondere la consapevolezza e l’informazione, oltre che di sensibilizzare le donne sulle possibilità esistenti a livello di prevenzione e trattamento delle complicazioni legate ad un parto prematuro.

Da 5 anni siamo attivi con lo sportello di servizi alla nascita “Fiocchi in Ospedale”, un programma nazionale di Save the Children Italia che Pianoterra realizza presso la Neonatologia – T.I.N. e l’ambulatorio di follow-up del neonato a rischio dell’ospedale Cardarelli di Napoli, grazie al generoso sostegno di Pasta Garofalo. In questi anni abbiamo avuto la fortuna/possibilità di conoscere tante mamme e tanti papà di bimbi nati prematuri e che, grazie alle abili cure ricevute in reparto e al grande amore dei loro genitori, hanno potuto fare ritorno a casa.

Pensiamo non ci sia modo più bello di festeggiare questo giorno così speciale che farlo con una testimonianza che una mamma, seguita e supportata dal nostro servizio, ha voluto lasciarci.

 

Lo sportello di Fiocchi in Ospedale al Cardarelli è la realtà che ci ha permesso di trasformare l’esperienza traumatica che noi stavamo vivendo in un’esperienza di supporto, di contenimento e anche di affetto, e che ci ha fornito risorse che neanche pensavamo di avere, visto quello che stavamo affrontando.

Noi siamo arrivati in ospedale in piena notte e in piena emergenza, per un distacco di placenta improvviso. Ero alla mia prima gravidanza, e mi sono ritrovata dall’avere Giulio in pancia, convinta che andasse tutto bene, all’avere Giulio in carne ed ossa ma non accanto a me, non con noi, non con la sua mamma e il suo papà. E’ stata una cosa davvero disarmante. Non avevo minimamente immaginato che potesse accadere perché era stata una gravidanza bellissima, meravigliosa. Giulio è nato alla trentacinquesima settimana di 1,930 kg e 44 cm quindi proprio una mollichina, così come lo chiamavano in terapia intensiva. È stato in terapia intensiva per 15 giorni. Di quei 15 giorni sicuramente ricordiamo tante cose, tra le quali il supporto pratico e rassicurante di Daniela, il sorriso e le informazioni indispensabili di Brunella e il sostegno discreto e affettuoso di Arianna. Ricordiamo tutto questo perché loro ci hanno fatto in un certo senso da guida, consentendoci di camminare con un po’ più di sicurezza e un po’ più di serenità lungo la strada sconosciuta e tortuosa che stavamo percorrendo.

Per questo penso che lo sportello “Fiocchi in Ospedale al Cardarelli” sia davvero un servizio indispensabile per le mamme, i papà, le famiglie che in qualche modo affrontano l’esperienza di una nuova vita. Sia per chi come noi l’ha vissuta in un modo traumatico, improvviso, sia per chi in realtà arriva lì e sa di avere poche risorse a disposizione, si sente spiazzato perché ha pochi mezzi sia materiali che emotivi. In ospedale durante quei giorni ho avuto modo di conoscere tante mamme, alcune sole, alcune completamente disorientate, perse anche perché straniere che non riuscivano ad esprimersi e capire cosa venisse loro detto. In queste situazioni, trovare qualcuno che ti ascolta, ti sostiene, ti fornisce le informazioni di cui hai bisogno, ti guida e magari anche ti coccola è davvero meraviglioso.

“Fiocchi in Ospedale al Cardarelli” per noi ma in realtà per tante mamme che ho conosciuto lì è stato tutto questo, un’esperienza reale che rende migliore quello che sta accadendo e che non sempre ti permette di essere sereno. Grazie!

Il diabete si può prevenire? Intervenendo nei primi 1000 giorni è più facile

I primi mille giorni, dal concepimento fino ai due anni, sono cruciali per la salute futura del bambino. È possibile fare molto in questo lasso di tempo per contribuire a ridurre il rischio di sviluppare, in età giovanile e adulta, alcune patologie anche molto gravi, tra le quali sicuramente il diabete.

In occasione della Giornata Mondiale del Diabete, che ricorre ogni anno il 14 novembre, vi raccontiamo quali sono le azioni che mettiamo in campo con le donne e i bambini che seguono il nostro programma 1000 Giorni per promuovere un approccio salutare e informato anche all’alimentazione.

Iniziamo con il dire che la futura mamma può iniziare a prendersi cura dello stile di vita e dell’alimentazione sua e di suo figlio ancora prima della sua nascita. Per questo alle donne in gravidanza che aderiscono al programma 1000 Giorni proponiamo incontri di gruppo e consulenze individuali con una nutrizionista. È infatti importantissimo sapere che cosa si può mangiare e cosa invece bisogna evitare in gravidanza per non andare incontro a eventuali problemi relativi soprattutto alla crescita del feto. Informiamo le donne sulla giusta quantità di calorie da assumere e sulla loro equilibrata distribuzione nell’arco della giornata, al fine di scongiurare l’errata convinzione che una donna incinta debba letteralmente mangiare per due. La nostra nutrizionista insiste molto sulla necessità, per una donna incinta, di variare la dieta, assicurando un apporto di tutti i nutrienti necessari per sé e per la crescita del bambino: vitamine, proteine e sali minerali soprattutto. Informiamo infine le donne sull’aumento di peso ottimale durante la gravidanza e, se ce lo chiedono, le aiutiamo a monitorarlo.

Un altro focus importantissimo del nostro percorso sull’alimentazione nei primi mille giorni di vita riguarda naturalmente l’allattamento al seno. I più recenti studi confermano che il regime alimentare seguito durante l’allattamento e ancor prima in gravidanza condiziona fortemente anche la secrezione lattea. È per questo che al lavoro avviato dalla nutrizionista si affianca quello di promozione dell’allattamento al seno portato avanti dalla doula sin dagli ultimi mesi di gravidanza. Non si contano infatti più gli studi che dimostrano come il latte materno sia il miglior alimento possibile per un neonato: contiene tutti i nutrienti necessari affinché il neonato goda di buona salute e cresca bene.

Dopo la nascita del bambino, prosegue in parallelo il lavoro della doula e quello della nutrizionista. Le neo-mamme vengono informate del fatto che durante l’allattamento il fabbisogno calorico aumenta più che in gravidanza, e che dunque deve aumentare anche l’apporto giornaliero di calorie. Anche adesso, come durante l’attesa, è tuttavia importante che l’alimentazione materna garantisca l’apporto dei principi nutritivi fondamentali. Vengono dunque illustrati gli alimenti che non devono mai mancare durante l’allattamento e quelli invece assolutamente da evitare, e vengono proposti dei menu settimanali per facilitare il compito alle neo mamme.

Infine, altro momento molto delicato per la coppia madre-bambino, nonché per una corretta gestione alimentare di tutta la famiglia, è quello dello svezzamento. Dal sesto mese di vita il latte materno da solo non è più sufficiente a soddisfare i bisogni nutritivi del bambino. Si può avviare dunque il cosiddetto svezzamento, con l’aggiunta di cibi solidi e semisolidi (biscotti, frutta, minestrine). In questa fase interviene nel percorso il nostro pediatra, che presenta alle mamme di 1000 Giorni i primi cibi diversi dal latte da offrire al bambino, rispettando tuttavia le scelte materne, le preferenze e i gusti del bambino e le specificità alimentari tipiche di ciascuna cultura. Esistono infatti tanti tipi di svezzamento: l’importante è informare adeguatamente le mamme delle sostanze nutritive che non possono assolutamente mancare nella dieta del bambino e, più in generale, della famiglia, e dei cibi e delle abitudini legate all’alimentazione che invece vanno evitati per mantenersi in buona salute e gettare, sin da subito, le basi per uno stile di vita sano.

Un anno di 5×1000

Si è concluso anche per il 2018 il periodo in cui era possibile scegliere di devolvere il proprio 5×1000 a una onlus al momento di presentare la dichiarazione dei redditi.

In questi anni sono stati in tanti a scegliere Pianoterra al momento della dichiarazione dei redditi. Vorremmo avere modo di ringraziarli uno per uno. Molti li conosciamo, sono nostri sostenitori storici, persone sulle quali sappiamo di poter contare e che hanno contribuito a costruire assieme a noi in questi dieci anni la rete di interventi e attività per mamme e bambini di Pianoterra. Tanti altri però non li conosciamo direttamente, poiché come sapete le donazioni del 5×1000 arrivano alle onlus in forma anonima. Di questi nostri sostenitori sappiamo tuttavia che ci seguono e che naturalmente condividono la nostra mission e il nostro metodo. E abbiamo pensato che il modo migliore per ringraziarli fosse raccontare come Pianoterra ha scelto di utilizzare l’importo ricevuto.

Innanzitutto, le cifre. Dagli ultimi dati in nostro possesso, quelli relativi alla dichiarazione dei redditi dello scorso anno pubblicati sul sito dell’Agenzia delle entrate, 547 persone hanno sostenuto Pianoterra con il loro 5×1000, consentendoci di raccogliere oltre 90.000 euro. Si tratta di una parte importante del nostro bilancio annuale. Nell’infografica di seguito, riferita all’anno 2017, un dettaglio dell’incidenza di questo tipo di raccolta fondi sia rispetto al bilancio complessivo, sia rispetto ad altre forme di donazione.

5x1000

A rendere particolarmente preziose queste donazioni è stata soprattutto la possibilità di utilizzarle per rafforzare la sostenibilità dei progetti più strategici per Pianoterra, primo fra tutti il programma 1000 Giorni per donne in gravidanza, neo-genitori e bambini fino ai tre anni di età. Nel 2018 sono inoltre aumentati gli interventi a favore delle famiglie più vulnerabili, soprattutto a Napoli, ed è stato per noi fondamentale poter adeguare anche le risorse umane a questo incremento, ponendo sempre al centro la qualità delle attività offerte alle persone con cui entriamo in contatto e delle relazioni che costruiamo loro. Anche in questo caso i fondi del 5×1000 sono stati preziosi, consentendoci di sostenere questo aumento di attività attraverso l’ingresso di nuove risorse nel nostro staff.

È stato dunque un anno intenso per noi, un anno pieno di attività e iniziative a favore di mamme e bambini, rese possibili anche grazie anche al contributo di chi ha scelto di sostenerci devolvendo a Pianoterra il suo 5×1000. A tutti loro va il nostro più sentito ringraziamento!

 

Nutrimento per un bambino, una mamma, una comunità

Nella Giornata mondiale dell’alimentazione condividiamo con voi una riflessione che Rossella Mancino, psicologa e responsabile dell’area Autonomia ed Empowerment di Pianoterra, ha scritto sull’idea di nutrimento, pubblicata nel nostro bilancio “10 anni di Pianoterra“, non a caso una delle parole chiave che abbiamo scelto per raccontare il senso dei nostri interventi al fianco delle mamme e dei bambini che incontriamo ogni giorno.

Nutrimento

Nutrire un bambino, ma anche una madre, una famiglia, un gruppo, una comunità: il concetto di nutrimento è uno dei cardini di Pianoterra, in senso sia letterale che simbolico. Per crescere armoniosamente abbiamo bisogno di nutrimento. Ci nutriamo mangiando ma anche giocando, sorridendo, condividendo, raccontando e ascoltando i racconti degli altri.

Per Pianoterra nutrire una famiglia in difficoltà vuole dire, tra l’altro, sostenerla e incoraggiarla affinché essa stessa si offra come fonte nutritiva per i membri che la compongono e per l’intera comunità di cui fa parte. In altre parole, significa offrire uno spazio di possibilità grazie al quale quella famiglia possa intraprendere un percorso di emancipazione, liberarsi degli ostacoli che non le consentono di riconoscere le proprie potenzialità e aspirazioni.

A Pianoterra lavoriamo sempre dal concreto all’astratto. Sappiamo che è impossibile il nutrimento simbolico se prima non è stato soddisfatto il bisogno di nutrimento materiale. Perciò, quando ci rendiamo conto che per una mamma, per una coppia, l’assillo della mancanza di cibo è reale e motivato, interveniamo con aiuti materiali. Gli interventi di questo tipo hanno una funzione “decompressiva”. Nella maggior parte dei casi si attivano in una situazione di emergenza, ma non si limitano al sostegno materiale; al contrario, si offrono come un momento zero, come un punto di partenza da cui costruire un percorso insieme alle utenti, tracciare appunto una strada verso l’emancipazione dalla condizione di bisogno. È questo il senso del “patto di reciproco impegno e responsabilità” che stabiliamo con le mamme e con le famiglie che prendiamo in carico.

A Pianoterra iniziamo sempre dalle mamme e dai bambini. Secondo la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ogni bambino ha diritto alla vita, alla sopravvivenza e a una crescita sana. Ma in Italia, secondo i dati Istat, nel 2017 c’erano 1 milione 208 mila minori poveri in termini assoluti, cui era negata persino la soddisfazione dei bisogni più basilari, tra cui quelli relativi a una corretta alimentazione.

Per quanto riguarda i neonati, è noto che per loro l’alimento migliore è il latte materno. È un alimento specie-specifico privo di possibili effetti allergizzanti e ricchissimo di immunoglobuline; è un alimento vivo che varia in base alle necessità del bambino durante la poppata e nell’arco della crescita. Ai vantaggi nutrizionali si sommano quelli psicologici: allattando al seno, una madre si sente in grado di prendersi cura al meglio del proprio bambino, mentre quest’ultimo continua a sentirsi protetto e custodito, in un’ideale prosecuzione della gestazione intrauterina. La maggior parte delle madri può allattare al seno il proprio bambino; i casi nei quali è sconsigliato sono piuttosto rari.

Eppure l’allattamento al seno non può essere dato per scontato. Ogni donna, soprattutto se alla prima esperienza di maternità, dovrebbe essere incoraggiata e preparata all’allattamento sin dalle prime fasi della gravidanza. Negli ospedali il personale medico e paramedico dovrebbe sempre fornire alle neomamme e alle future mamme tutte le informazioni di cui hanno bisogno e creare le condizioni migliori perché l’allattamento inizi subito dopo la nascita del bambino.

Anche se oggi sono aumentati i presidi ospedalieri che seguono i protocolli dell’Oms e i dati sull’allattamento al seno mostrano un incremento notevole (almeno nei primi sei mesi di vita del neonato), le cose si complicano molto quando si tratta di donne vulnerabili da un punto di vista sociale ed economico. I dati raccolti negli ultimi anni segnalano che, in generale, le donne meno istruite e quelle straniere hanno minori capacità di cogliere le opportunità assistenziali: per esempio, ritardano la prima visita in gravidanza e partecipano meno ai corsi di accompagnamento alla nascita. Sono quindi queste le donne che più dovrebbero essere sostenute nell’allattamento al seno: ma non è sempre facile, soprattutto in strutture pubbliche come i consultori, abituati a lavorare con un certo tipo di utenza (secondo i dati Istat ai corsi partecipano soprattutto le donne più istruite e quelle occupate), o negli ospedali, che hanno in carico centinaia di pazienti e sono fondati su una logica prettamente aziendalistica.

A Pianoterra sosteniamo attivamente l’allattamento al seno. La nostra esperienza dimostra che, quando si riesce a coinvolgere le future mamme nei primi mesi di gravidanza, si possono ottenere buoni risultati. Per esempio, finora nessuna delle donne che hanno partecipato al programma 1000 Giorni ha richiesto il latte artificiale, almeno nei primi sei mesi di vita del bambino.

Ma lavorare a favore della mamma e del bambino non significa promuovere l’allattamento al seno senza se e senza ma. Conoscere le donne e le loro storie, conoscere ciò che si portano dentro, anche i loro fantasmi, ci ha fatto comprendere che per alcune l’allattamento aveva implicazioni molto particolari e che la scelta di non allattare, più o meno consapevole, andava accolta, compresa e rispettata. Penso in particolare alle donne immigrate che sono state vittime di tratta o quelle che hanno subito altri traumi legati al corpo.

Il programma di sostegno all’allattamento Diritto di poppata ha l’obiettivo di promuovere l’allattamento al seno e di intervenire solo nei casi in cui questo, per ragioni diverse, non è possibile. Considerando i costi esorbitanti del latte in formula e la difficoltà di ottenere bonus ed esenzioni, è facile comprendere che, se la madre non è in condizione di allattare al seno, un bambino che nasce in una famiglia povera, con scarsissimi mezzi di sostentamento, sarà probabilmente un bambino malnutrito. Diritto di poppata punta a scongiurare, per quanto possibile, i rischi legati a una scorretta alimentazione nei primissimi mesi di vita di un bambino.

Dal 2009 a oggi abbiamo preso in carico più di 600 donne e circa 700 bambini dalla nascita fino a un anno di vita e distribuito oltre 150 kg di latte al mese. Le donne che fanno richiesta di sostegno all’allattamento sono in gran parte straniere; molte sono sposate, ma nella stragrande maggioranza sono sole nella gestione dei bambini e del ménage familiare, vivono in condizione di grave povertà e spesso di isolamento. A Pianoterra accogliamo quotidianamente domande delle madri cercando di analizzare al meglio le loro necessità; ma ci rendiamo anche conto, con sempre maggiore evidenza, che è necessario muoversi velocemente per soddisfare quel bisogno urgente, quella preoccupazione legata al nutrimento del piccolo che mette in ombra tutto il resto, copre ogni altra possibilità e potenzialità.

È fondamentale che le mamme sappiano che il latte è un bene che possiamo garantire per tutta la durata della presa in carico, che lo avranno sempre se rispettano le regole e il patto di reciprocità che hanno sottoscritto.

Perché sia veramente efficace, la presa in carico deve essere sempre integrata. In particolare, la procedura mediante la quale una mamma riceve il latte formulato prevede che i servizi sociali territoriali attestino, dietro indagine socio-ambientale, lo stato di bisogno economico del nucleo familiare e che i pediatri di famiglia certifichino la necessità di allattamento in formula, specificandone anche le dosi necessarie. Tale procedura ha il duplice obiettivo di allargare il più possibile la rete di protezione intorno al nucleo familiare e di coinvolgere attivamente gli attori istituzionali.

D’altro canto, il patto di reciprocità implica che la mamma si impegni in quel percorso di emancipazione dalla condizione di bisogno a cui accennavo all’inizio. È un percorso progettato e negoziato individualmente, caso per caso, che prevede attività diverse a seconda delle situazioni: incontri di sostegno alla genitorialità, laboratori di cucito, corsi di italiano per stranieri.

Nel caso delle madri immigrate ci sono molti altri aspetti di cui tenere conto: l’isolamento, le reti familiari e comunitarie ridotte, le fragilità connesse al rischio di un maternage impoverito. Le esperienze dei gruppi di mamme, le attività di spazio giochi interculturale, i gruppi di donne impegnate in percorsi di formazione costituiscono contesti strutturati di socializzazione al femminile che possono fronteggiare alcune criticità. Per poter accogliere il figlio, la madre deve a sua volta essere accolta: se la maternità nella migrazione può essere un momento critico, è importante conoscerla nei suoi vari aspetti per aiutare le donne non solo a integrarsi, ma anche a essere protagoniste e riattivare le loro conoscenze, i loro processi di socializzazione, di libera scelta e di soggettività.

Lavorare a Pianoterra mi ha permesso di toccare con mano il fatto che nutrire, in una delle sue accezioni, vuol dire anche accogliere, ascoltare. E che è necessario un grande senso di responsabilità da parte di tutti, servizi compresi, nel saper ascoltare sia le donne portatrici di un proprio background, sia quelle donne con pochi riferimenti, che tendono ad assorbire le informazioni in modo meccanico, senza renderle proprie. Ascoltare le mamme, ascoltare i genitori, richiede di assumere la posizione di chi non interviene subito, ma osserva quanto accade all’interno della relazione, valorizzando per esempio le competenze di base che spesso l’altro non sa neppure di avere.

Ogni processo di nutrimento, quindi di crescita, parte da qui. È a partire da qui che nutrire significa creare, dare forma, plasmare, e che il nutrimento svolge la sua funzione meno visibile ma non meno importante: quella di creare simboli, significati, possibilità.

Giuseppina e la strada verso l’autonomia

Ospitiamo con una profonda gratitudine la testimonianza di Giuseppina, una delle nostre mamme più affezionate, che oggi partecipa al progetto “Un ponte per l’autonomia“, sostenuto per il 2018 da Intesa San Paolo, e ha voluto restituire con queste bellissime parole la sua esperienza con Pianoterra. La condividiamo con voi perché, come spesso accade, le storie concrete e reali riescono a raccontare più di mille parole il senso globale e profondo dei nostri interventi, indirizzati sempre verso una riconquista dell’autonomia e della serenità nonostante le difficoltà.

 

Mi chiamo Giuseppina. Ho conosciuto l’associazione Pianoterra tramite il passaparola di una persona generosa che conosceva mia madre. Inizialmente mi sono avvicinata a questa associazione solo perché ho avuto vari problemi personali che mi hanno portato a una forte forma di stress, quindi a perdere il latte dal seno e a essere economicamente non indipendente.

Ero andata solo per un aiuto materiale, perché avevo bisogno del latte in polvere, invece mi si è aperto un mondo.

Le persone dello staff interno, costituito prevalentemente da donne a cui si aggiunge anche Ciro, sono molto professionali e contemporaneamente umane, nel senso che stanno ad ascoltare anche quando a volte risultiamo un po’ ripetitive o “pesanti”, ma lo fanno con uno spirito che non si ferma al semplice lavoro, anzi a volte trovi delle valide confidenti e soprattutto non ho mai visto nessun tipo di discriminazione per il colore della pelle, la nazionalità o la religione, siamo tutte sullo stesso piano. Un arricchimento e un aiuto concreto è pervenuto anche dai collaboratori esterni all’associazione, come la ginecologa, la nutrizionista, l’insegnante di ginnastica e il preziosissimo pediatra che mi ha aiutato a risolvere un problema abbastanza serio di mio figlio.

Adesso sono 6 anni che frequento l’associazione, ho aderito a tantissimi dei suoi progetti, dedicati alle mamme ma anche ai bambini (come il preziosissimo “Nati per leggere“), trovando ore di apprendimento sia dai temi proposti in ogni gruppo, sia dalle varie culture e vite altrui che insegnano tanto… Inoltre ho trovato ore di piacere con la parrucchiera e la truccatrice, che collaborano proprio per non permettere a noi mamme di trascurarci e per riabilitare la nostra figura dal punto di vista estetico (perché per noi donne dietro un taglio di capelli c’è tutto un significato profondo).

Ma queste ore sono anche state di distacco da tutti i miei problemi, che purtroppo non sono pochi.

Sto dedicando la mia vita totalmente a mio figlio, finora non ho avuto neanche un secondo di distacco da lui tranne che per momenti di scuola. Inoltre, nonostante prima di avere mio figlio avessi già intrapreso un percorso professionale e di studi abbastanza elevato, in questo momento della mia vita non risulta spendibile. Per questo, per un discorso economico e per una questione di rivalutazione e riabilitazione personale ho deciso di aderire all’iniziativa del “bilancio delle competenze” nel progetto “Un ponte per l’autonomia“, un percorso che permette attraverso un’analisi sistematica delle caratteristiche personali e dei fattori ambientali, di mettere a punto un progetto professionale spendibile nell’ambito lavorativo. Ho avuto così la possibilità di poter intraprendere un percorso di studi che da sempre mi appassiona, quello nell’ambito del sociale e dell’infanzia, e seguire un corso per diventare Educatrice per l’infanzia (Epi). Anche se questo percorso è solo all’inizio, mi entusiasma e mi affascina sempre di più.

La mia speranza è quella di poter esercitare una professione che amo, mentre la mia gratitudine (e quella di mio figlio, che ormai considera l’associazione come un luogo sicuro, quasi di famiglia) sarà sempre per chi lavora e collabora nell’Associazione Pianoterra, anche per le tirocinanti che in questi sei anni hanno accompagnato il mio percorso di vita e che nonostante si siano alternate nel tempo ricordo tutte con sincero affetto.

Dieci anni di Pianoterra: le origini nelle parole di chi l’ha fondata

Per inaugurare questo nuovo spazio abbiamo pensato di condividere un testo che i soci fondatori di Pianoterra hanno scritto per la pubblicazione “Dieci anni di Pianoterra. Un bilancio” e intitolato semplicemente “Pianoterra”.

Buona lettura!

 

Pianoterra
Pianoterra, l’associazione che abbiamo fondato insieme dieci anni fa a Napoli, prende il nome da un libro di Erri De Luca. Abbiamo scelto questo nome perché meglio di ogni altro descrive il nostro approccio: il piano terra è al livello della strada, al livello di chi passa e magari si ferma, spinto dalla curiosità o dal bisogno. È un nome che riflette la nostra prospettiva, quella di uno “sguardo dal basso” che favorisce l’ascolto, il dialogo, la relazione.

Del resto, Pianoterra è nata anche sulla spinta delle relazioni che legano da molto tempo noi tre: due cugine (Alessia e Flaminia), una moglie e un marito (Flaminia e Ciro). Volevamo utilizzare le nostre diverse competenze e la nostra rete di conoscenze e risorse per creare una piccola onlus che potesse realizzare progetti a sostegno delle persone più vulnerabili. Alessia è una fotografa che nei suoi viaggi ha avuto l’opportunità di toccare con mano le conseguenze della povertà e delle diseguaglianze, soprattutto sui bambini. Flaminia e Ciro, invece, hanno una lunga esperienza in ambito riabilitativo, come psicomotricista e psicoterapeuta lei e come logopedista lui: nel loro lavoro si sono spesso trovati a dover “rieducare” bambini che in realtà non avevano nessuna patologia specifica, ma soffrivano le conseguenze di una condizione sociale svantaggiata.

Il punto è molto semplice, benché ancor oggi trascurato: il disagio e la precarietà sociale comportano non solo povertà, ma spesso anche un basso livello di istruzione, problemi di salute, dipendenza, devianza e altre problematiche che tendono a trasmettersi da una generazione all’altra. Riflettendo insieme, abbiamo capito che per spezzare questo circolo vizioso è necessario intervenire alla radice, sostenendo le famiglie più vulnerabili proprio quando nasce un bambino. Così, dopo aver studiato per elaborare un progetto che andasse in questa direzione e che ci permettesse di utilizzare in modo efficace le nostre esperienze, nel 2008 abbiamo fondato Pianoterra.

In fondo, l’associazione è nata per rispondere al nostro desiderio di giustizia sociale. Crediamo nell’uguaglianza tra gli esseri umanie, allo stesso tempo, nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze che li attraversano. Pensiamo che la solidarietà, l’accoglienza e l’ascolto siano le risposte più giuste e più efficaci al disagio, alla vulnerabilità e alle diseguaglianze. Confidiamo nel fatto che il cambiamento è possibile, e che spesso ha bisogno soltanto di una piccola spinta iniziale. Sappiamo che il mondo è un insieme di connessioni e interdipendenze; per questo siamo legati al concetto di responsabilità, e grazie a questo abbiamo sperimentato il valore delle relazioni basate sul rispetto e sulla reciprocità.

Sin dall’inizio abbiamo messo al centro del nostro lavoro la diade madre-bambino. Sosteniamo le donne in gravidanza e le neomamme che si trovano in difficoltà a causa delle loro condizioni sociali ed economiche, sia per dare ai loro figli maggiori opportunità di crescere sani, sia per aiutarle ad attivare le risorse necessarie in questa nuova fase della loro vita. Solo così è possibile svolgere quel lavoro di prevenzione che, secondo le ricerche più autorevoli, dà i risultati migliori sotto tutti i punti di vista (compreso quello economico, a medio e a lungo termine).

Il primo progetto di Pianoterra, avviato insieme all’associazione I Diritti Civili nel 2000 – Salvamamme/Salvabebé, è stato Diritto di Poppata, ovvero un sostegno all’allattamento al seno e la distribuzione gratuita di latte formulato a donne che non possono allattare e che non hanno abbastanza soldi per comprarlo, allo scopo di evitare rischi di malnutrizione nei neonati.

In questi dieci anni Pianoterra ha dato vita a molti altri progetti con diversi partner, attivando e talvolta creando delle reti che hanno contribuito a idearli e a realizzarli. Ma, ancora oggi, Diritto di poppata per noi è emblematico, perché racchiude alcuni aspetti fondamentali del nostro approccio. In primo luogo, punta a un coinvolgimento delle istituzioni e alla collaborazione con queste ultime: il latte viene dato soltanto in presenza di un certificato del pediatra che ne attesti la necessità e di una relazione dei servizi sociali che confermi lo stato di grave difficoltà economica del nucleo familiare.

In secondo luogo, c’è un ragionamento sui bisogni e sui loro effetti. L’ansia generata da un bisogno primario urgente – come il latte per il proprio bambino – blocca le energie necessarie per rispondere ad altri bisogni, forse meno urgenti ma altrettanto importanti: per esempio trovare un lavoro, uscire dall’isolamento, imparare la lingua del paese in cui si vive. Dare gratuitamente il latte formulato alla mamma di un bambino che rischia la malnutrizione significa non solo soddisfare quel bisogno, ma anche decomprimere quell’energia e permetterle di attivarsi su altri piani.

Di qui il “patto di reciproco impegno e responsabilità” che Pianoterra stabilisce con le famiglie in tutti i suoi interventi: il bene gratuito in risposta a un bisogno urgente – latte formulato, vestiti, accessori per la prima infanzia e altro – è l’inizio di un percorso personalizzato che, grazie al lavoro specialistico di équipe, punta al rafforzamento delle capacità genitoriali, al recupero della fiducia nelle proprie capacità e competenze e alla riconquista dell’autonomia. È questo il senso dei corsi, dei gruppi e dei laboratori che abbiamo avviato in questi anni: per esempio, i corsi di italiano per straniere come primo passo verso l’integrazione e l’autonomia, i corsi pre-parto e gli incontri dedicati alle mamme e ai papà come strumenti per rafforzare le capacità genitoriali, il salone sociale di estetica come esercizio della cura di sé, il laboratorio di cucito come spazio per stringere nuove relazioni e acquisire nuove competenze. Alla base, c’è sempre l’idea che rispondere a un bisogno urgente non solo abbia valore in sé, ma liberi le energie necessarie per iniziare un percorso all’insegna dell’emancipazione e dell’autonomia.

Un percorso del genere non può essere fatto in solitudine. Un altro caposaldo del nostro lavoro è che qualunque intervento di sostegno, perché sia veramente efficace, debba fondarsi su una relazione. Come ha affermato il direttore della Fondazione Zancan Tiziano Vecchiato, “non posso aiutarti senza di te”. L’esperienza di questi anni ci ha insegnato che soltanto all’interno di una relazione autentica, fondata sull’ascolto e sul rispetto, è possibile attivare in chi ha bisogno di aiuto le risorse per uscire dalla spirale della dipendenza e dell’indigenza. Si tratta spesso di risorse (competenze, capacità, conoscenze) che ci sono già, ma sono state oscurate o neutralizzate dall’ansia del bisogno, dalla marginalità, dall’isolamento. Il “patto di reciproco impegno e responsabilità” è, di fatto, la forma che abbiamo dato alla relazione tra la nostra associazione e le persone che si rivolgono a noi.

C’è un’altra dimensione relazionale che ci sta altrettanto a cuore, quella che in questi anni si è creata anche tra le stesse donne che frequentano Pianoterra: nuove amicizie, piccole reti di solidarietà che scattano quasi da sole, fino a relazioni più strutturate come quelle che le nostre “mamme tutor” instaurano con le nuove arrivate.

Infine, ci sono le relazioni di Pianoterra con altri enti, pubblici e privati, formali e informali. Nel tempo, abbiamo costruito una rete di rapporti e di collaborazioni che include organizzazioni del terzo settore come Save the Children Italia o l’Associazione Culturale Pediatri, strutture pubbliche come ospedali, consultori, servizi sociali, gruppi di volontari che sono sorti sul territorio. Tutto questo ci ha permesso da un lato di articolare il nostro sostegno alle famiglie più vulnerabili in modalità che inizialmente non avevamo neppure immaginato; dall’altro, di diventare interlocutori affidabili anche per le istituzioni.

Oggi Pianoterra ha una sede a Napoli e una a Roma. I nostri interventi si svolgono soprattutto in aree considerate difficili, come il rione napoletano della Sanità e il quartiere romano di Tor Sapienza. Con il progetto Nest, avviato nel 2018, abbiamo esteso la nostra rete anche ad altre città italiane – nello specifico Bari e Milano.

Tracciare un bilancio dei primi dieci anni di attività di Pianoterra significa cucire assieme tante esperienze fatte di sfide e piccole vittorie, problemi e passi avanti, emergenze e nuovi progetti. Senza trionfalismi, perché la realtà è difficile e complessa, ma con la consapevolezza che lo sforzo di capire, l’impegno concreto e la fiducia nelle relazioni basate sul rispetto possono davvero fare la differenza.

(Alessia Bulgari, Ciro Nesci e Flaminia Trapani)

Dieci anni di Pianoterra… e un blog!

Nel decimo anno di attività di Pianoterra abbiamo deciso di inaugurare un blog, che vorremmo far diventare una finestra sulla realtà del lavoro che svolgiamo al fianco delle tante famiglie che incontriamo ogni giorno.

È un lavoro fatto di tante cose, sfide e piccole vittorie, problemi e passi avanti, emergenze e nuovi progetti. Ci piacerebbe raccontarvelo più nel dettaglio, senza trionfalismi, perché la realtà è difficile e complessa, ma con la consapevolezza che il nostro sforzo di capire, l’impegno concreto e la fiducia nelle relazioni umane basate sul rispetto possono davvero fare la differenza nelle nostre vite e in quelle delle mamme, dei papà e dei bambini con cui lavoriamo ogni giorno.

In questo spazio virtuale troverete perciò le storie e le testimonianze delle famiglie che popolano il nostro “pianoterra” e delle operatrici e operatori che le affiancano nei vari progetti, ma anche riflessioni e approfondimenti sui temi che più ci stanno a cuore e che danno sostanza alla mission di Pianoterra e notizie su iniziative speciali.

Seguiteci!