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Piccolissimi lettori nascono e crescono

“Figli si nasce, genitori si diventa…”. Con queste parole Annamaria Lovo, insegnante esperta di libri per bambini e collaboratrice volontaria di Pianoterra, inizia la presentazione della sua attività “Libri per emozionarsi”, un programma di laboratori di lettura precoce che coinvolgono le mamme e i bambini di età compresa tra 0 e 3 anni nelle nostre sedi al centro storico e all’ospedale Cardarelli. È un incipit significativo per un programma di lettura precoce: genitori si diventa, tra le altre cose, anche accompagnando sin dai primissimi mesi di vita la crescita del proprio bambino con un’attività che nel senso comune siamo abituati a immaginare utile per bambini più grandi, e cioè la lettura.

E invece leggere ad alta voce ai bambini piccolissimi è importante, proprio per questo è un’attività trasversale a molti dei nostri progetti di sostegno alla genitorialità. Annamaria Lovo ce lo spiega bene in un’intervista che le abbiamo fatto in occasione della Giornata nazionale di promozione della lettura, il 24 marzo. Si inizia con una citazione del poeta e scrittore Bruno Tognolini, perfetta perché immediatamente ci catapulta nella dimensione relazionale della lettura ad alta voce, in particolare quando si tratta di bambini molto piccoli:

“La voce umana fa crescere i bambini, li protegge dai lupi più diversi, restituisce i suoi anni a chi li ha persi”.

E allora, perché è importante favorire l’incontro tra bambini e libri in età precoce?
Leggere è un momento gratuito, che va oltre i tempi indispensabili di accudimento per il cibo e l’igiene. Aprendo un libro, leggendo per lui, l’adulto si dedica al bambino, lo sostiene, lo incoraggia, gli esprime concretamente il suo amore. Vi descrivo una scena: una mamma prende in braccio la sua bambina di pochi mesi. Nonostante sia piccolissima, è già molto curiosa, gira la testa per guardarsi attorno, con le manine tocca il viso della sua mamma, sorride alle parole buffe con cui le parla. La mamma prende un libretto cartonato, si siede con la schiena della bambina contro di sé, glielo mostra. La bimba allunga le mani, tocca il libro, lo gira. La mamma le descrive l’immagine di copertina, c’è un bambino come lei, ha un pupazzetto in mano. La bambina allunga un dito, indica l’immagine, gira il viso per guardare la mamma che le ripete un commento, si scambiano un sorriso. Questo momento si ripete ogni giorno con altri libretti: immagini diverse, buchi o porticine nelle pagine per incuriosire di più, o magari bordi stondati così le manine possono girare le pagine da sole. La bambina conosce nuove situazioni, osserva nuovi personaggi, la mamma racconta con nuove parole, la bambina risponde, fa vocalizzi, balbetta le prime sillabe. Abbiamo parlato di una mamma, ma naturalmente protagonisti di questa scena possono essere anche i papà, le nonne, una baby sitter. È un copione positivo che crea un legame intenso tra l’adulto e il bambino, fatto di fiducia, di presenza, di attenzione.

Come si legge a un bambino molto piccolo?
La prima cosa da tenere presente, importantissima, è che leggere un libro a un bambino piccolissimo non vuol dire imporgli la lettura di un’intera storia, forzarlo ad osservare tutte le pagine in ordine. Vuol dire invece presentare il libro prima di tutto come oggetto e consentire al bambino di esplorarlo, capovolgerlo, aprirlo a metà… L’adulto deve seguire e incoraggiare queste scoperte, osservare la pagina che il bambino ha aperto, non forzare ma seguire, sostenere l’esplorazione. È importante inoltre presentare al bambino libretti diversi, così che lui, osservandoli più volte, possa scegliere il suo preferito. Magari le prime volte sarà una pagina sola ad essere la preferita, perché c’è un buco o tante coccinelle rosse…

I bambini piccoli quindi amano i libri?
Assolutamente sì! Torniamo alla nostra bambina: trascorrono i mesi, e lei inizia a camminare, sostenendosi a una sedia e poi a un mobiletto. Si lancia a esplorare il mondo e arriva anche al luogo in cui trova i suoi libri. Li vede, ne sceglie uno, riconosce il suo preferito, lo prende, si guarda intorno, chi glielo leggerà? In questa azione, apparentemente semplice, la piccola mostra già una competenza che spesso meraviglia gli adulti: tra vari libri riconosce e sceglie il libro che vuole, ne ha memorizzato le dimensioni, i colori della copertina, la forma grafica del titolo sulla costa. Se l’adulto l’accontenta, la farà sedere sulle sue ginocchia e guarderà il libro insieme a lei. La bambina troverà la sua pagina preferita, riderà se la situazione è comica o sgranerà gli occhi, meravigliandosi ancora una volta, per l’ennesima volta, di un’immagine stupefacente, si farà rileggere o proverà a dire da sola la piccola frase che accompagna l’immagine.

E da adulti cosa accade?
Amare la lettura, provare piacere nell’incontrare i libri è una risorsa molto utile nella vita e ci auguriamo che i bambini se ne approprino sin dalla più tenera età. Come hanno dimostrato svariate ricerche internazionali condotte in tutto il mondo, saper leggere, comprendere testi e ricorrere ai libri per documentarsi è un elemento significativo per l’acquisizione delle competenze linguistiche e delle capacità argomentative, per avere successo a scuola e per allenare il pensiero critico come più alta espressione della personalità. Leggere ai bambini fin da piccolissimi non garantisce in assoluto che, una volta cresciuti, quei bambini diventeranno dei grandi lettori ma di certo faciliterà una familiarità con i libri.

All’inizio abbiamo accennato alla dimensione relazionale della lettura precoce. Possiamo aggiungere altro?
La lettura ad alta voce di un libro offre a grandi e piccoli la possibilità di trascorrere assieme del tempo di qualità. Avere in casa una bibliotechina in uno scaffale basso, ascoltare leggere ad alta voce, poi sfogliare da soli, regala momenti magici con i bambini, momenti di risate, di perplessità, di domande e infinite occasioni per parlare insieme, per stare vicini. E infine una riflessione. Leggere un libro a un bambino piccolissimo non significa soltanto fargli un dono di tempo e di energie. Guardando dentro di sé, l’adulto si renderà conto che il dono lo sta facendo anche a se stesso: il piacere del contatto fisico e affettivo con un bimbo, la serenità di un tempo lento ma denso di emozioni, lo stupore di osservare figure e storie ritrovando il bambino che è stato. Per questo è importante scegliere non solo libri adeguati all’età del bambino, ma anche libri che piacciono a chi legge, oltre che a chi ascolta!

#Iorestoacasa a leggere! Consigli di lettura per bambini da 0 a 6 anni

Abbiamo chiesto ad Annamaria Lovo, la nostra esperta di libri per piccoli e piccolissimi lettori, di condividere con noi i suoi libri preferiti: libri per il bagnetto, librotti cartonati, albi illustrati, silent book e qualche titolo per mamma e papà. Molti li utilizziamo anche qui a Pianoterra nelle nostre attività con genitori e figli.
Buona lettura!

Libri per il bagnetto

Tra i primi libri da proporre ai bambini di pochi mesi ci sono quelli “acquatici”, libretti di plastica da mettere nell’acqua del bagnetto, da osservare assieme quando il piccolo sarà rivestito, al calduccio, in braccio a un adulto. Ce ne sono tantissimi, i miei preferiti sono questi due!

lella paperellaLella la paperella
Ed. Mondadori

 

 

 

splashSplash!
Anna Canalis e Tony Wolf
Ed. Dami

 

 

 

Libri cartonati

Poi abbiamo i cartonati: libretti robusti, con pagine in cartone rigido, che possono essere maneggiati e anche strapazzati. Anche in questo caso, le proposte sono tantissime, qui di seguito qualche titolo che usiamo spesso con i bambini più piccoli.

Cosa c'è dentroCosa c’è dentro?
Francesca Di Chiara
Ed. La Coccinella
Uno dei titoli della collana “Apri le finestrine”. In ogni pagina c’è una finestrella da aprire per trovare l’oggetto nascosto. Il piccolo formato, la robustezza delle pagine e i bordi stondati e digradanti rendono il libro molto maneggevole, adatto alle manine piccole.

 

Pimpa. Buonanotte lunaBuonanotte, luna!
Altan

Ed. Franco Panini
E’ uno dei tanti titoli del personaggio di Pimpa. L’editore Panini stampa libri della Pimpa in vari formati, per seguire i bambini nella loro crescita. Questo formato è perfetto per i piccolissimi, Il libro ha la giusta misura, le pagine sono robuste.

 

Si puòSi può
Giusi Quarenghi e Alessandro Sanna
Ed. Franco Cosimo Panini
E’ un libro ricco di tutto ciò che si può fare (ma proprio tutto!) contrariamente a quanto i bambini stessi e gli adulti, pensano! Inaspettato, poetico, irriverente.
Il testo in rima e le giocose illustrazioni di Alessandro Sanna rendono la lettura davvero godibile.

 

la mammaLa mamma
Alessandro Sanna
Ed.
Emme
Nelle pagine sfila una carrellata di mamme-animali, dai fori si intuiscono i cuccioli. Ogni mamma compie un’azione, descritta con semplice breve frase.

 

lupo in versiLupo in versi
Eva Rasano
Ed.
Bacchilega – 2014
Un lupo nero stilizzato, simpatico e amichevole, compie azioni che richiedono versi e rumori, coinvolgendo l’adulto e il piccolissimo lettore, invitandoli a ripetere i gesti, a nominare gli oggetti o le azioni, a ridere insieme delle pagine più buffe.

 

mucca moka a nannaLa mucca Moka va a nanna.
Agostino Traini
Ed.
Emme
La mucca Moka è un personaggio simpaticissimo, protagonista di molti mini albi. I bambini piccoli amano ritrovare nei libri un personaggio amato, ne riconoscono l’aspetto grafico, ne seguono le avventure e i suoi incontri con altri personaggi.

 

cucuCucù. Giochi con lo specchio
Sarah Vince
Ed. Edibimbi
Un divertente cartonato che contiene uno specchio, per osservare la propria faccia e fare tante smorfie.

 

guarda fuoriGuarda fuori
Silvia Borando
Ed.
Minibombo
Un albo senza parole gioca sugli sguardi di due bambini, sulle prospettive dentro-e-fuori-casa e sulla sorpresa. Un nuovo scoppiettante Minibombo!

 

due topolini curiosiDue topolini curiosi
di Leo Lionni
Ed.
Babalibri – 2017
Ecco un meraviglioso cofanetto di Leo Lionni con quattro libricini per i più piccoli per le prime “grandi” scoperte.

 

ecco un giardinoEcco un giardino
Hector Dexet
Ed.
Lapis
Albo cartonato di grandi dimensioni, con trafori nelle pagine, a forma di farfalla, fiore, ragnatela. Girare le pagine riserva sorprese divertenti, tutte legate all’ambiente naturale.

 

dalla mia finestraDalla mia finestra
Ludovica Cima, Ilaria Faccioli
Ed.
Ape Junior
Un bambino scopre il mondo guardando dalla finestra di casa. Le immagini sono legate tra loro da brevi frasi.

 

grande e piccoloGrande e piccolo
Ed. Ballon
Un simpatico libro cartonato con alette per familiarizzare con le diverse dimensioni.

 

 

grande o piccoloGrande o piccolo
Agnese Baruzzi
Ed. White Star
In questo mini libro niente è come appare…

 

 

Grande e piccoloGrande e piccolo
Nicoletta Costa
Emme Edizioni
Un altro libro per scoprire i contrari. Uno dei tanti titoli della collana “La mia amica nuvola Olga”, personaggio nato dalla matita allegra e gentile di Nicoletta Costa.

 

Albi illustrati per i più piccoli

Passiamo agli albi illustrati, poche pagine, copertina cartonata, testo breve, un ritmo serrato che favorisce la sorpresa e l’emozione. Secondo il grande Leo Lionni, “Nei libri per bambini ci deve essere una metafora decifrabile ma anche qualcosa di indecifrabile… Penso che le cose che un bambino non capisce subito agitino la sua immaginazione e accendano la curiosità”. Li consigliamo a partire dai tre anni, ma anche da due, se i bambini sono abituati a maneggiare libri con pagine di carta più leggera! Ecco i nostri preferiti.

AspettaAspetta
Antoinette Portis
Ed.
Il Castoro
Bellissime immagini descrivono diversi momenti nella giornata di un bambino con la sua mamma. Solo due parole che si ripetono in ogni pagina: aspetta e presto.

 

MORSICOTTI
di Cri e Ninie
Ed.
Zoolibri
Un bambino e un topolino giocano a darsi pizzichini e morsetti, è una proposta per fare lo stesso gioco, per farsi le coccole.

 

Buon viaggio piccolinoBuon viaggio, piccolino!
di Beatrice Alemagna
Ed.
Topipittori
Poche parole, immagini delicate e affettuose, nello stile inconfondibile di questa autrice/illustratrice. Un bambino si prepara alla partenza. Non sappiamo dove sta per andare. Ma sappiamo che è un posto lontano… Il libro sottolinea l’importanza dei semplici rituali per accompagnare i piccoli verso il sonno.

I tre piccoli gufiI tre piccoli gufi
Martin Waddell, Patrick Benson
Ed.
Mondadori
Indimenticabile! Impossibile per i piccoli non immedesimarsi nel piccolo gufo che ha paura che la mamma non torni…

 

Chi me l'ha fatta in testaChi me l’ha fatta in testa?
Werner Holzwart, Wolf Erlbruch
Ed.
Salani
Piccolo albo molto divertente: seguendo una piccola talpa arrabbiata che vuole risolvere un mistero, impariamo come fanno la cacca molti animali…

 

Solo tu mi vediSolo tu mi vedi
Clara Sabrià e Mabel Piérola
Ed. Lapis
Un gruppo di bambini trova nel giardino dell’asilo un piccolo gnomo. Una bambina lo prende con sé e il buffo ometto diventa un suo compagno inseparabile. Saranno insieme in ogni momento della giornata, ma attenzione: per gli adulti lo gnomo è invisibile!

 

La cosa più importanteLa cosa più importante
Antonella Abbatiello
Ed.
Fatatrac
Un albo divertente e interattivo, una fiaba sulle diversità, che è già un classico per il ritmo e la struttura che si ripete. Cos’è la cosa più importante? Ogni animale ha la sua risposta e gli altri concordano, il risultato è nascosto nelle pagine che si aprono “a tre”, suscitando aspettative e curiosità.

Ti voglio bene anche se…
Debi Gliori
Ed.
Mondadori
Un piccolo particolarmente vivace, pronto a combinarne di tutti i colori e un adulto (mamma o papà?) sempre pronto ad assicurare che l’affetto ci sarà sempre, che l’amore non si consuma. Le immagini sono piene di dettagli teneri ma c’è anche ironia e le frasi in rima fanno sorridere.

 

Il piccolissimo Bruco MaisazioIl piccolissimo Bruco Maisazio
Eric Carle
Ed. Mondadori
L’immediatezza di questo libro lo rende adatto a bambini anche molto piccoli… dai 18 mesi in su. Lo stile di Eric Carle è inconfondibile; i vari buchini presenti nelle pagine catturano l’attenzione dei piccoli lettori. Stampato la prima volta nel 1969, ha cambiato titolo ma continua a un classico.

 

Nel paese dei mostri selvaggiNel paese dei mostri selvaggi
Maurice Sendak
Ed.
Adelphi
Un grande classico cheda più di 50 anni conquista grandi e piccoli sia per le immagini che per la storia. Max viaggia con la fantasia e incontra dei mostri che sono tutti bruttissimi ma non spaventano veramente nessuno, specialmente un bambino che è il re dei mostri selvaggi. Il libro si può leggere a molti livelli ma le immagini sono godibili anche per i piccolissimi.

Sembra questo sembra quelloSembra questo sembra quellO
di Maria Enrica Agostinelli
Ed. Salani

Un libro che gioca con i particolari, nelle pagine si alternano indovinelli e risposte, tra immagini coloratissime e frasi rimate che i bambini imparano prestissimo a fare proprie.

 

Piccolo blu e piccolo gialloPiccolo blu e piccolo giallo
Leo Lionni
Ed.
Babalibri
Pubblicato la prima volta nel 1959, per le sue caratteristiche inconsuete anche questo albo è diventato un grande classico, che continua a catturare bambini e adulti. I personaggi sono pochi pezzetti di carta e con l’illusione creata dalla loro disposizione e dal loro muoversi sulla pagina, Leonni costruisce una storia minima di vita e d’avventura. È facile, anche per i più piccoli, capirla ed immedesimarsi.

Il mostro pelosoIl mostro peloso
Henriette Bichonnier e Pef
Ed. Emme
Un mostro pelosissimo e mangiatore di bambini vorrebbe divorare anche Lucilla, ma non ci riuscirà, anzi. Con le sue risposte piene di peli, la bambina riuscirà a farlo impazzire di rabbia e a scoprire il suo segreto. Una storia da leggere e rileggere per ridere di gusto, che suggerisce come si possa vincere senza violenza.

L'uovo di OrtoneL’uovo di Ortone
Dr. Seuss
Ed.
Giunti
Un elefante, per amicizia, “cova” l’uovo di un’allodola che vuole andare in vacanza… Una storia scritta e disegnata nel 1940, ancora attuale per l’arguzia e il suo sottile farsi beffe di convenzioni e luoghi comuni attraverso le immagini e i testi in rima.

 

Che rabbia!Che rabbia!
Mireille d’Allancé
Ed.
Babalibri
La rabbia è un mostro rosso che quando si scatena fa danni, ma il bambino sa come ridurla a piccole dimensioni e metterla da parte. Bellissime immagini e testi molto brevi per un albo che non ha bisogno di spiegazioni perché “funziona” e piace molto ai bambini.

 

Rime di rabbia!Rime di rabbia
Bruno Tognolini
Ed.
Salani
Un grande poeta ha scritto 50 poesie, con parole irriverenti e semplici come quelle dei bambini, per dare voce ai molteplici aspetti della rabbia, per darle sfogo e valorizzarne anche gli aspetti positivi, di energia, cambiamento, voglia di giustizia. Queste rime vanno lette ad alta voce, alcune anche a due voci, per scatenarsi in coro.

Ranocchio e il merloRanocchio e il Merlo
M
ax Velthujis
Ed.
Bohem Press
Illustrazioni colorate e accattivanti per una bellissima storia poetica che affronta con semplicità l’idea che la morte è parte della vita e che continuare a vivere…  è davvero meraviglioso.

 

I cinque malfattiI cinque malfatti
Beatrice Alemagna
Ed.
Topipittori
I cinque malfatti sono cinque tipi strani: uno è tutto bucato; uno è piegato in due,
un altro è tutto molle, sempre mezzo addormentato. Un altro ancora è capovolto, tanto che per guardarlo in faccia ti devi mettere a gambe per aria. ll quinto, poi, è sbagliato dalla testa ai piedi: una catastrofe. Abitano insieme e non fanno niente di niente… Finché un giorno in mezzo a loro, piomba, lui: il Perfetto. Un albo firmato Beatrice Alemagna, lieve, amabilissimo, brillante, per vivere imperfetti, perfettamente felici.

Non piangere cipollaNon piangere cipolla
Roberto Piumini
Mondadori
Una raccolta di poesie “commestibili” scritte dal poeta Roberto Piumini. Filastrocche che descrivono con un ritmo allegro e saporito i cibi, con i loro sapori e profumi, che le mamme cucinano quotidianamente.

 

Silent book

Tra gli albi illustrati ce ne sono alcuni speciali, senza parole. Sono i silent book, che sfogliati, osservati, commentati insieme ai bambini, offrono un’occasione molto interessante di comunicazione, di confronto, di verbalizzazione di storie. Eccone qualcuno.

L'alberoL’albero
Iela Mari
Ed.
Babalibri
È uno dei primi libri senza parole, pubblicato nel 1975 e ristampato nel 2007. Un piccolo capolavoro grafico che racconta, in modo poetico/naturalistico, il succedersi delle stagioni di un grande albero e della vita che lo circonda.

 

Chiuso per ferieChiuso per ferie
Maja Celija
Ed.
Topipittori
In una casa deserta prendono vita i personaggi di vecchie fotografie: nonni, bisnonni, trisavoli, bambini, personaggi in bianco e nero che escono dalle cornici e si concedono un meritato periodo di riposo. Finalmente si può usare il microonde come solarium, il lavello come piscina, le camicie come rete da pallavolo, i gomitoli come soffice letto. Chi legge e osserva può dare parole a tutte queste avventure fantastiche.

TortintavolaTortintavola. Ma la torta dov’è?
Thé Tjong-Khing
Beisler Editore
Anche questo è un albo speciale, in cui sono presenti in contemporanea tanti personaggi e storie parallele che è divertente scovare e interpretare. Un libro che offre davvero una miriadi di spunti per dialogare e inventare con i bambini.

 

Albi dedicati alle mamme e ai papà

Chiudiamo con alcuni titoli dedicati alle mamme e ai papà!

Urlo di mammaUrlo di mamma
Jutta Baue
Ed.
Salani
Una mamma si arrabbia e… Un albo piccolo ma potentissimo, in cui ogni mamma si può riconoscere e imparare a perdonarsi.

 

Cuore di mammaCuore di mamma
Isabel Minhós Martins e Bernardo Carvalho
Ed.
La Nuova Frontiera Junior
Un libro-viaggio intenso e perfetto, dedicato al cuore delle mamme. Le sue immagini non hanno bisogno di molte parole, le scelte cromatiche sono molto particolari.

 

Vita segreta delle mamme
Beatrice Masini
Ed.
Arka
Tutte le mamme, anche se fanno finta di essere solo mamme, sono qualcos’altro e fanno qualcos’altro… Questo albo svela i loro segreti.

 

 

Le mani di papàLe mani di papà
Emile Jadoul
Ed. Babalibri
Quante cose possono fare le mani di un papà? Tantissime per il suo piccolino!

 

 

P di papàP di papà
Isabel Minhós Martins e Bernardo Carvalho
Topittori
Immagini molto particolari, sagome in pochi colori intensi che raccontano la figura e il ruolo del papà in modo espressivo e comprensibile.

 

 

Come educare il tuo papàCome educare il tuo papà
Alain Le Saux
Ed.
Il Castoro
Un libro esilarante che si basa sul capovolgimento dei ruoli e invita a riflettere su regole.

Bambini e ragazzi lontani dalla scuola: un’emergenza invisibile

Con la chiusura delle scuole di tutto il paese, avvenuta due settimane fa, molti di noi hanno iniziato a toccare con mano l’emergenza sanitaria provocata dall’epidemia di Covid-19. Una misura da “tempo di guerra”, che ha sconvolto la quotidianità di tutte le famiglie italiane, e sta imponendo a tutti i genitori, i bambini e i ragazzi enormi sacrifici: isolamento forzato, interruzione della continuità didattica, difficoltà di gestione di tempi e spazi normalmente dedicati al riposo e oggi diventati anche scuola e luogo di “lavoro agile” e attraversati da mille tensioni, e la lista potrebbe continuare. Si tratta di difficoltà e problemi che tutte le famiglie stanno sperimentando e che si aggravano ulteriormente in contesti di vulnerabilità e marginalità socio-economica.

La scuola e il percorso educativo di bambini e ragazzi, sembrano tuttavia spariti dal discorso pubblico in questi giorni, interamente fagocitato dalla dimensione medico-sanitaria ed economico-finanziaria. Negli appelli ufficiali e nelle disposizioni che si susseguono le une alle altre si parla – giustamente – di posti letto in terapia intensiva, di personale medico-sanitario in sofferenza, di attività produttive da chiudere o sostenere, persino di strette sulle corsette all’aria aperta, ma non una parola, da giorni, sui bambini e i ragazzi che in tutta Italia non vanno a scuola da settimane e rischiano di non tornarci più per quest’anno, e su tutto quello che questa condizione eccezionale comporta in termini educativi, psico-fisici e sociali. Di scuola si parla a margine, e solo per ragioni di tipo “burocratico”: paventare un ulteriore prolungamento della chiusura, attivare procedure per le verifiche e gli esami e poco altro. Le famiglie sono lasciate in balia di tentativi più o meno riusciti di garantire un minimo di continuità didattica attraverso l’utilizzo a volte disordinato e confusionario di strumenti digitali (dalle chat sul telefonino alle video-chiamate a piattaforme di vario tipo). E questo nel migliore dei casi, in quanto sono tanti i bambini e i ragazzi che, vivendo in contesti di povertà economica ed educativa, non hanno la possibilità di accedere a queste forme di didattica.

Assente dal discorso pubblico ufficiale, questo tema è ben presente nel dibattito che sta attraversando il terzo settore, all’interno del quale opera anche Pianoterra. Un settore già immediatamente mobilitato accanto a quello pubblico nel fronteggiare l’emergenza sanitaria e socio-assistenziale e che, grazie alla vicinanza alle categorie più fragili e vulnerabili, coglie con più immediatezza criticità e nuovi bisogni.

Proprio nel terzo settore si stanno moltiplicando in questi giorni dibattiti e iniziative per portare all’attenzione pubblica la gravità della situazione in cui si trovano i bambini e i ragazzi, e le loro famiglie (e in particolare le donne e le mamme). La speranza è che le difficoltà e i bisogni che noi stiamo rilevando e portando alla luce trovino immediata ricezione anche nei decisori politici: la battaglia contro il Covid-19 deve necessariamente tenere presente – da subito – anche questa dimensione, collaterale ma non secondaria se vogliamo che, passata l’emergenza sanitaria, la nostra società riesca davvero a risollevarsi. Per questo è importante partire da loro, dai bambini e dai ragazzi: abbiamo chiesto loro di restare a casa, imparare nuovi comportamenti, rinunciare al contatto con compagni di classe e insegnanti, fare sforzi maggiori per continuare a imparare; sarebbe bello che i loro bisogni e le loro difficoltà emergessero anche nei discorsi ufficiali. Nell’attesa, per la pazienza, i sacrifici e il coraggio che stanno dimostrando, un enorme GRAZIE da parte di Pianoterra.

 

 

#Lontanimavicini: accompagnamento alla nascita in remoto con il progetto “We Can”

Da diverse settimane ormai l’epidemia del virus SARS-CoV-2, che ancora a metà febbraio sembrava una minaccia lontana, si è materializzata in modo drammatico nella quotidianità di un numero crescente di paesi, compreso il nostro, uno dei più colpiti. L’Italia è stretta nella morsa del virus, scuole, attività commerciali non essenziali, attività ricreative sono chiuse e a tutti è stato imposto di restare a casa. Tutti guardano con apprensione i notiziari e cercano informazioni dai canali più diversi, spesso poco affidabili o confusionari. Anche Pianoterra ha dovuto sospendere i servizi per le famiglie nelle sue diverse sedi operative, ma non per questo è venuto meno l’impegno ad accompagnare, anche se da remoto, le famiglie prese in carico. Per evitare di accrescere confusione e “rumore informativo”, sin dall’inizio dell’epidemia abbiamo scelto di pubblicare un numero molto limitato di contenuti sull’argomento, cercando di dare informazioni chiare e soprattutto accurate, che aiutino i nostri utenti a orientarsi in questo difficile momento.

Un costante lavoro di monitoraggio telefonico, ad esempio, viene condotto in questi giorni con tutte le future mamme e neomamme prese in carico con il progetto “We Can: percorsi di accompagnamento alla nascita e sostegno alla genitorialità per famiglie in condizione di vulnerabilità”, realizzato grazie al contributo dei fondi dell’8×1000 alla Tavola Valdese. A loro abbiamo fatto pervenire le indicazioni rese note dall’Istituto Superiore di Sanità relative al periodo della gravidanza e del puerperio, e ciè che allo stato attuale l’infezione da SARS-CoV-2:

  • non sembra essere più grave durante la gravidanza che nella popolazione generale
  • non sembra causare uno specifico danno al bambino durante la vita endouterina
  • non sembra essere trasmessa verticalmente dalla madre al bambino
  • non sembra esserci un’indicazione specifica al parto cesareo in caso di infezione da SRAS-CoV-2
  • non è noto il passaggio del SARS-CoV-2 nel latte materno
  • non sembra ci siano motivazioni sufficienti a controindicare l’allattamento al seno.

Abbiamo inoltre ricordato loro che in condizioni normali (cioè in assenza di segni o sintomi di infezione) le raccomandazioni per le donne in gravidanza e in puerperio sono le medesime valide per tutti:

  • lavarsi le mani regolarmente e frequentemente strofinando bene per 20-30 secondi con sapone e acqua o un detergente a base di alcol
  • evitare i contatti con chiunque tossisca e starnutisca
  • mantenere una distanza di sicurezza di almeno 1 metro da chiunque
  • evitare di toccare occhi, naso e bocca con le mani
  • coprire bocca e naso con fazzoletti monouso quando si starnutisce o tossisce. In mancanza di un fazzoletto, starnutire o tossire nella piega del gomito (NON nelle mani)
  • restare il più possibile a casa, secondo le indicazioni del governo
  • segnalare precocemente al proprio medico curante qualunque segno o sintomo sospetto e nel caso NON recarsi autonomamente in ospedale.

Riguardo le visite di controllo, infine, abbiamo segnalato e monitorato gli accertamenti che sono stati rimandati o cancellati. È questo il caso di Melissa, la cui visita di controllo ostetrico-ginecologica è slittata di due settimane: “Non preoccuparti”, le abbiamo detto, “Il dottore dice che se questo è stato possibile è perché stai vivendo una gravidanza regolare e che spostare l’appuntamento non mette a rischio né la tua salute, né quella della tua bimba”. Altre visite di controllo sono invece state confermate nonostante i timori delle gestanti. È il caso di Joy, che abbiamo dovuto convincere a recarsi in ospedale, “Ci sono dei risultati che non sono tanto buoni, vogliamo essere certi che tu e la tua bambina stiate bene. Siamo d’accordo con il tuo ginecologo che è meglio che tu vada in ospedale, il tuo dottore ti aspetta per un controllo”.

Prosegue così anche in questa grave emergenza socio-sanitaria il nostro lavoro accanto alle nascenti famiglie, grazie anche per questo progetto al contributo dell’8×1000 alla Tavola Valdese.

Superpapà ai tempi del coronavirus

Quest’anno la Festa del papà arriva in un momento davvero particolare per le famiglie. In tutto il mondo imperversa l’epidemia di coronavirus e in moltissimi paesi, compreso il nostro, le persone sono costrette a restare in casa per fermare la diffusione del contagio e alleviare il peso sulle strutture ospedaliere. Anche noi abbiamo dovuto sospendere le nostre attività quotidiane, ma con i nostri operatori e le nostre operatrici facciamo di tutto per continuare a restare in contatto con le famiglie con cui lavoriamo e per le quali siamo diventati un punto di riferimento. Abbiamo sentito al telefono anche Antonio, un papà davvero speciale che con il piccolo Alessandro frequenta l’hub Nest di Napoli e che come tutti gli altri sta trascorrendo queste giornate a casa. Tra un aggiornamento e l’altro gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa significa per lui essere papà.

Essera papà è bellissimo! Ho avuto Alessandro in età un po’ avanzata, dopo altri figli avuti quando ero molto giovane. Con lui sto vivendo questa esperienza in modo diverso, me la sto godendo davvero tutta, sento dentro di me la forza di fare tutto quello che serve per farlo crescere bene, lo seguo tantissimo, faccio di tutto per lui! Alessandro è nato in un momento difficile della mia vita, in un periodo in cui ho avuto gravi problemi di salute. A causa di questa situazione, e poiché mia moglie lavorava, il bambino trascorreva molto tempo con una nostra vicina di casa. Questa cosa ci ha creato dei problemi, perché Alessandro si è molto legato a questa vicina e sembrava più attaccato a lei che a noi. Le operatrici di Nest ci hanno aiutato moltissimo a farlo riavvicinare a noi, e adesso siamo di nuovo uniti.

Quali sono state le attività che hanno aiutato Alessandro a riavvicinarvi a voi?
Tutte le attività che si tengono all’hub di Nest due volte a settimana con i bambini e una volta con noi genitori! In particolare il fatto di aver potuto parlare delle nostre difficoltà con qualcuno. E poi una frase che Chiara, una delle operatrici, ha detto un giorno al bambino: “Alessandro, lo vedi, hai un superpapà!”. Gli si sono illuminati gli occhi. Da quel momento ha iniziato a vedermi davvero come un supereroe! Fino ad allora ad accompagnarlo e a prenderlo ci pensava una ragazza, da quel giorno in poi ha voluto che fossi io a prenderlo e ad accompagnarlo a scuola e alle attività di Nest.

Quali sono le cose che Alessandro ama fare assieme a te?
Alessandro con me gioca, va a spasso, va alle giostre. E’ un bambino intelligentissimo e aperto, sta a sentire tutto quello che gli dico, anche quando devo riprenderlo perché magari ha avuto un comportamento sbagliato a scuola. Soprattutto, apprezza tanto tutte le attenzioni che io ho nei suoi confronti.

Sarà una festa del papà un po’ particolare quella di quest’anno. Anche voi come tutte le altre famiglie italiane siete costretti a restare a casa a causa dell’epidemia di coronavirus. Come sta andando questo periodo di “clausura”?
Cerchiamo tutti i modi per far passare le giornate al bambino e distrarlo un po’ da questa situazione. Abbiamo una casa con un piccolo giardino, cerco di farlo stare all’aperto in un ambiente protetto e non per strada. Siamo molto preoccupati. Ci manca la scuola, Alessandro chiede sempre di tornarci. Un aspetto positivo è che dovendo trascorrere tanto tempo a casa con lui e dovendo trovare sempre nuovi modi per intrattenerlo, anche io e mia moglie stiamo tornando un po’ bambini!

 

MammaFit: in forma dopo il parto!

La gravidanza e il parto portano dei grandi cambiamenti nel corpo di una donna e spesso per una neo-mamma gestire questi cambiamenti non è semplice. Recuperare la forma fisica ed smaltire i chili in più rimasti dopo la nascita del bambino è per molte donne una preoccupazione che le porta a sottoporsi a estenuanti, onerose e spesso noiose sedute in palestra. Una nuova tendenza che si sta affermando in altri paesi, ad esempio negli Stati Uniti, mostra invece come si può fare ginnastica all’aperto, insieme al proprio bambino e, magari, in compagnia di altre neomamme.

È questa la filosofia che muove l’attività MammaFit di Pianoterra, una delle iniziative promosse grazie al contributo di Fondazione Banco di Napoli con il progetto “Percorsi alternativi di cura“. MammaFit consiste in una serie di esercizi per gambe, braccia, addominali e stretching in cui il neonato è parte integrante dell’allenamento: il peso del corpo del piccolo accresce l’intensità di alcuni esercizi e l’interazione tra mamma e bimbo crea grande sintonia e benessere in entrambi.

MammaFit è dedicato alle mamme che hanno partorito da almeno sei settimane ed è un’occasione innovativa per tornare in forma dopo il parto e coccolare il proprio bimbo. Il programma di allenamento ha come obiettivo la tonificazione muscolare e il benessere psicofisico della mamma, con un’attenzione particolare al recupero progressivo della muscolatura addominale e pelvica. La lezione in genere dura un’ora e viene proposta alle neo-mamme una volta alla settimana.

Abbiamo chiesto alla nostra insegnante, Francesca Ambrosanio, di raccontarci com’è stato lavorare con le neo-mamme del progetto “Percorsi alternativi di cura”.

In questo progetto io propongo un’attività ginnica che le mamme svolgono assieme ai loro bambini. Questo implica per la mamma e il bambino un coinvolgimento non solo fisico, in quanto gli esercizi vengono svolti con i bambini tra le braccia o appoggiati sul corpo delle loro madri, ma anche emotivo. L’attività fisica comporta un’accelerazione del battito cardiaco e una produzione di calore da parte del corpo della mamma che viene percepito dal piccolo come un ricordo dei suoi mesi nel grembo materno. Questo effetto è gratificante per la mamma e tranquillizzante per il piccolo, che entra di nuovo in quella simbiosi primordiale con la sua mamma. E’ un momento prezioso, in cui eventuali tensioni nella relazione madre-bambino possono essere risolte in un riconoscimento olfattivo, tattile e nella sincronizzazione della respirazione e del battito cardiaco, aprendo così a una maggiore o ritrovata serenità che si estende a ogni aspetto della quotidianità.

8 marzo: i diritti delle donne sono i diritti di tutti

La Giornata internazionale della donna assume un significato particolarmente per donne che vivono in contesti di forte vulnerabilità, in cui il più delle volte si sommano disagio socio-economico, marginalità, esclusione, isolamento. Leggere questi contesti attraverso la lente della parità di genere è complesso, proprio perché nella maggior parte dei casi il disagio è fatto di tanti diritti mancati e il genere è solo uno dei tanti fattori – accanto a quelli socio-economici, etnico-religiosi, culturali – che contribuiscono a rendere le vite quotidiane delle donne con cui lavoriamo difficili, faticose, a volte impossibili. Parlare di diritti delle donne perciò significa parlare di diritti in generale, di diritti universali.

Per noi che lavoriamo soprattutto con donne che sono anche madri o stanno per diventarlo, il nesso strettissimo tra parità di genere e diritti universali ha un ulteriore risvolto. La gravidanza, il parto, la maternità, eventi così strettamente legati all’esperienza dell’essere donna e al tempo stesso – come sappiamo – cruciali per gettare le basi di una crescita sana per il bambino, sono fasi in cui gli effetti delle discriminazioni di genere e della negazione di diritti fondamentali alle donne si amplificano, incidendo anche sul presente e sul futuro dei bambini. Sappiamo infatti che le condizioni di disagio e le esperienze negative vissute dai bambini già dalla gravidanza e nei primissimi anni di vita ne influenzano in profondità, e in modo duraturo, lo sviluppo psicologico e neurologico.

Eppure proprio in queste fasi le donne sperimentano discriminazioni e negazione di diritti, e questo non solo in contesti di disagio e vulnerabilità. Discriminazioni sul posto di lavoro e rischio di espulsione forzata dal mercato del lavoro, scarsa tutela della salute psico-fisica della donna in gravidanza e dopo il parto, limitato e talvolta negato accesso a informazioni importanti, disparità nella condivisione dei compiti genitoriali sono solo alcuni dei fattori che possono trasformare la maternità in un’esperienza segnata da ansia, paura, insicurezza, solitudine. In contesti di particolare disagio e vulnerabilità le discriminazioni di genere e la negazione di diritti possono assumere risvolti ancora più gravi, con ricadute ancora più dirette e immediate sulla salute psico-fisica della donna e del bambino. Se una donna non ha accesso a cure ante-natali e perinatali adeguate può andare incontro a problemi di salute per se stessa e il bambino; se non ha avuto modo di frequentare un corso di accompagnamento al parto e alla nascita, perché non in programmazione nel consultorio familiare territoriale di riferimento, potrebbe non avere informazioni fondamentali sulla fisiologia della gravidanza, del parto e del puerperio, e questo, sommato magari all’ostacolo della lingua, può compromettere ad esempio la sua capacità di comprendere le procedure medico-sanitarie che vengono messe in pratica in ospedale o rendere più difficile l’allattamento naturale, e tradursi in un’esperienza traumatica del parto e della maternità con effetti sulla relazione tra madre e bambino; l’esposizione a maltrattamenti o a violenza domestica può mettere a rischio la sicurezza fisica della donna e del bambino nell’immediato e creare un ambiente tossico in cui il bambino non potrà crescere in modo sereno.

Accompagnare queste donne, rafforzare la loro consapevolezza, alleviare condizioni di fatica e stress materiale ma anche emotivo, trasmettere loro informazioni fondamentali, fare da ponte e provare a spezzare l’isolamento in cui possono ritrovarsi: tutte queste azioni hanno un effetto non solo sulle loro vite, ma anche su quelle delle famiglie e delle comunità in cui vivono. Battersi per la parità di genere, agire per i diritti di queste donne – di tutte le donne – significa perciò agire per costruire una società migliore, in cui i diritti fondamentali siano garantiti a tutte le sue componenti, dalle più fragili a quelle più forti. Questo è il significato che diamo all’8 marzo a Pianoterra.

Educazione: prima si inizia, meglio è!

Quello dell’educazione precoce e dei suoi effetti benefici e duraturi è uno dei pilastri su cui si regge la nostra metodologia di intervento. Si tratta tuttavia di un tema che raramente trova spazio nel dibattito pubblico italiano. Prendiamo l’esempio dell’asilo nido, ossia di quel segmento di offerta educativa pensato i bambini fino ai 3 anni di età: spesso parlarne significa parlare soprattutto di temi come la conciliazione famiglia/lavoro e il supporto alle donne nel reinserimento lavorativo, che può essere molto difficile dopo la maternità. Il nido è visto dunque più come uno strumento di welfare che come un’istituzione educativa. Per quanto sia anche questa una prospettiva importante, grazie alle tante evidenze scientifiche e a diversi anni di lavoro sul campo noi siamo convinti che l’asilo nido rappresenti soprattutto un’opportunità educativa precoce per il bambino, importantissima per la sua crescita ma anche per quella dei suoi genitori.

Nella Giornata mondiale dell’educazione vogliamo condividere con voi un’intervista fatta a Gabriella, mamma di Elena, una bimba che frequenta il nostro Servizio Educativo di Custodia (SEC) dell’hub NESTdi Napoli. Pur non essendo un asilo nido, infatti, il SEC riprende da quest’ultimo l’idea di uno spazio dedicato specificamente alle esigenze prima di tutto educative dei bambini tra 0 e 3 anni, ma con un approccio che coinvolge i loro genitori e li rende parte attiva del processo educativo. A Gabriella abbiamo chiesto di parlarci di questa esperienza, sia dal suo punto di vista che da quello della piccola.

I: Cosa ne pensi del tempo che Elena trascorre al SEC di NEST?
G: È stata la scelta migliore che potessimo fare! Da quando va al SEC Elena è migliorata tantissimo in alcuni atteggiamenti che magari da sola non sarei riuscita a “correggere”. Il tempo che trascorre qui è davvero prezioso, innanzitutto perché è un momento di relazione con gli altri bambini, poi hai imparato a svolgere tante attività diverse. Mia figlia è molto vivace e quando stava tutto il giorno a casa passava in continuazione da un’attività all’altra. Al SEC riesce invece a concentrarsi di più su un’attività alla volta. Io sono contentissima di questa scelta, anzi, mi sono pentita di non averla fatta prima. Quando una mamma non lavora, come nel mio caso, pensa sempre “Vabbè, posso tenere a casa il bambino”, invece non ci rendiamo conto che è fondamentale per loro vivere degli spazi al di là del loro ambiente familiare. Soprattutto nel nostro caso, noi non abbiamo i nonni né i cugini vicini, perciò Elena passa le sue giornate essenzialmente con me.

I: All’inizio quindi avevi deciso di occuparti tu da sola di Elena, poi ha deciso di farle iniziare questo percorso educativo, è così?
G: Sì, esatto. All’inizio avevo un po’ di timore proprio perché stando a casa ho pensato “Posso provare a occuparmene io”. Però poi a un certo punto ci si rende conto che diventa stressante psicologicamente per il bambino e per la mamma, perché la mamma non è più contenta di stare con il bambino 24 ore su 24, e non è nemmeno giusto che un bambino debba vedere la mamma che non è felice. Lo stesso vale per il bambino, perché passare troppo tempo in casa, soprattutto in inverno, a fare sempre le stesse cose, girare sempre nelle stesse stanze in un appartamento fa diventare l’appartamento una specie di gabbia, sia per la mamma che per il bambino. Quindi per noi la scelta di mandare Elena al SEC è stata più che mai una scelta felice.

I: C’è una cosa che la bambina ha imparato che ti ha colpito in particolare, che non ti aspettavi?
G: Sicuramente lei ha imparato a gestire il suo capriccio. Elena è molto istintiva e non sa aspettare, ma adesso ha imparato ad ascoltarmi. Abbiamo imparato a comunicare in modo diverso in alcuni momenti particolari. Quando lei vuole qualcosa e fa un capriccio, se io le parlo e le sto vicina lei capisce e riesce a gestire meglio il momento, a capire perché non deve piangere e invece aspettare.

I: Come è cambiato il vostro modo di stare insieme dopo che ha iniziato ad andare al SEC?
G: Il nostro rapporto è assolutamente migliorato. Prima io magari di mattina avevo le energie psicologiche per stare con lei e anche per stimolarla con giochi nuovi, poi mi rendevo conto che nel pomeriggio ero molto più stanca, più stressata. Quando mi sentivo così allora poteva capitare che le rispondessi male, con un po’ di nervosismo. Invece adesso che anche io ho recuperato il mio tempo la relazione è migliorata, perché al pomeriggio quando lei si sveglia riusciamo a fare dei giochi insieme, e io mi rendo conto che sono più disponibile nei suoi confronti, sia a giocare insieme che a lasciarle i suoi spazi. Adesso tante situazioni di stress e nervosismo sono state quasi eliminate dalla nostra routine.

I: C’è invece una cosa particolare che sei contenta di aver portato a casa tu grazie all’esperienza con il servizio del SEC di NEST?
G: Grazie ai gruppi di parola ho imparato anche io a gestire meglio determinate situazioni, perché parlare del proprio figlio con altre persone ti fa vedere anche il bambino in una luce diversa da quella in cui lo riusciamo a vedere noi. Io ho imparato a gestire il mio rapporto con lei, a parlarci diversamente, a stare con lei in maniera più serena, a non vedere il ruolo di mamma solamente  come una fatica. Prima mi sembrava di avere davanti una montagna insormontabile, il SEC è stato come una luce in fondo al tunnel, perché quando non hai la famiglia, un supporto esterno, ricade tutto su di te, e tutto ti sembra una montagna da scalare. Perciò sì, io ho imparato tanto, sia su mia figlia che su me stessa!

Sul SEC di NEST leggi anche “Inserimento al nido, croce e delizia!

Mia sorella

Mia sorella

Mia sorella non porta il mio cognome
è lontana e vive chissà dove,
mia sorella
la mia lingua non capisce
ma se vuole co’ uno sguardo t’azzittisce.
Mia sorella
spesso scappa dalla guerra
e si nutre con i frutti della terra,
mia sorella
al superfluo non ci pensa
è occupata dalla sopravvivenza.
Mia sorella
nella vita cerca amore,
la sua pelle non è del mio colore,
mia sorella
è la più forte del reame
anche se non poche volte ha tante fame,
mia sorella
troppi abusi ha già subito
schiaffi e botte sul suo corpo malnutrito.
Mia sorella
è venuta dal mare
non sapendo nemmeno nuotare,
mia sorella non ha i documenti
né valigia con abiti e indumenti,
mia sorella
spesso ha una fede al dito
e subisce i soprusi del marito,
mia sorella
ci sta chiedendo aiuto
anche se non avrebbe mai voluto.
Mia sorella
fa una vita allucinante
mentre io vado a cena al ristorante,
mia sorella
trattiene le sue angosce
mia sorella
nemmeno mi conosce…
Ma io riconosco lei,
negli occhi tuoi e nei miei,
nello sguardo di tutte le donne
che combattono le proprie condanne…

(Antonella Albano)

Nella Giornata mondiale dei migranti, proclamata dalle Nazioni Unite nel 2000, vi doniamo i versi toccanti che Antonella Albano ha scritto pensando a tutte quelle donne per le quali migrare significa prima di ogni altra cosa fuggire, provare a mettersi in salvo, da guerre e povertà, ma anche da violenze annidate tra le pareti domestiche. Migrare però può significare anche qualcos’altro. Compiere un percorso di cambiamento e rinascita, lasciarsi alle spalle scenari impossibili e provare ad abitarne di nuovi. A Pianoterra incrociamo spessissimo traiettorie di questo tipo, percorse da donne oppresse da preoccupazioni e sofferenze ma al tempo stesso animate da una fortissima determinazione a restare in piedi e andare avanti, per se stesse e per i loro bambini. A loro, oggi, dedichiamo i versi di Antonella.

 

Questa e altre poesie sono contenute nel libro “Ballate da taverna, sonetti dal mare“, un progetto realizzato da Antonella Albano assieme alla fotografa Prisca Curti e all’illustratrice Azzurra Poli con l’obiettivo di sostenere le tante donne che Pianoterra incontra e sostiene tutti i giorni. Per avere una copia del libro contattateci (comunicazione@pianoterra.net o 3400716353).

Il sostegno materiale, un punto di partenza per la riconquista dell’autonomia

Spesso i progetti che mettiamo in campo a sostegno delle famiglie in difficoltà prevedono delle forme di aiuto materiale. Sono la primissima risposta che offriamo quando, magari in occasione di un primo colloquio, riceviamo delle richieste che inevitabilmente si concentrano sul bisogno più urgente e immediato: cibo, vestiti, medicine…

Il bene materiale gratuito con cui rispondiamo a queste richieste è tuttavia per noi sempre punto di partenza di un percorso personalizzato di crescita che, grazie al lavoro specialistico di équipe, punta al recupero della fiducia nelle proprie capacità e competenze genitoriali e alla riconquista dell’autonomia familiare. Si tratta di uno dei pilastri del patto che stringiamo con ogni famiglia con cui lavoriamo, fondamentale affinché il bene materiale non inneschi una spirale assistenzialistica ma sia punto di partenza verso una nuova dimensione di emancipazione.

Tutto questo emerge dalla storia che vi raccontiamo oggi. Protagonista è Charity, una signora nigeriana incontrata a Castel Volturno, durante le attività dedicate a donne in gravidanza e neomamme del progetto “Luoghi per nascere”, sostenuto dai fondi dell’Otto per mille alla Chiesa Valdese.

Incontriamo Charity a Castel Volturno, su segnalazione di una mediatrice culturale con cui collaboriamo. Il pediatra che segue sua figlia, la piccola Hanna di 10 mesi, ha rilevato uno stato di malnutrizione di quest’ultima e uno stato di generale isolamento sociale e indigenza del nucleo familiare. Nel corso dell’incontro Charity ci racconta un po’ di lei e della sua famiglia. È in Italia da circa 5 anni, vive con il marito nei pressi di Castel Volturno, ed entrambi sono senza lavoro. Quando dieci mesi fa la piccola Hanna è venuta al mondo, ha avuto bisogno di un’incubatrice e del ricovero in ospedale per circa 2 settimane proprio perché di peso molto basso. Charity ha allattato al seno la sua bimba, che è cresciuta regolarmente fino ai 3 mesi. Dopo la somministrazione dei primi vaccini è cominciato un periodo di scarsa alimentazione e frequenti episodi di vomito. La crescita di conseguenza è rallentata.

Fino alla scorsa settimana Hanna non era mai stata visitata da un pediatra, poiché Charity non sapeva dell’esistenza di ambulatori per stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno. Poi una sua amica l’ha indirizzata al Centro Immigrati Fernandes a Castel Volturno, dove svolgiamo in collaborazione con Emergency i nostri incontri settimanali. Qui il dottor Cirillo, un pediatra volontario che collabora sia con Pianoterra che con Emergency, ha riscontrato un grave ritardo di crescita (la piccola è aumentata di un solo chilo in 5 mesi). Raccolti questi elementi, abbiamo avviato con Charity un’azione di sostegno alla genitorialità focalizzata sull’alimentazione e lo svezzamento: le abbiamo illustrato in modo semplice e chiaro come viene praticato lo svezzamento in Italia, quali sono i segnali di disponibilità del bambino all’alimentazione complementare, quali le tappe dello sviluppo neuro-psicologico.

Il nostro intervento è partito da un’analisi dello schema alimentare praticato fino a quel momento (quantità di cibo somministrato e tipologia di nutrienti), a cui ha fatto seguito un’analisi dei bisogni del nucleo familiare con l’obiettivo di garantire alla piccola una crescita sana e regolare. Con Charity abbiamo quindi concordato un intervento su diversi fronti:

  • un contributo settimanale alla famiglia per la spesa alimentare, della durata di due mesi;
  • un ciclo di incontri presso la nostra sede di Piazza San Domenico Maggiori a Napoli dedicati alla preparazione della pappa e all’osservazione del pasto della minore;
  • il monitoraggio del peso della bambina nelle successive 4 settimane ad opera del pediatra di Emergency, con cui siamo in contatto.
  • la segnalazione al servizio sociale competente, per offrire al nucleo familiare altri strumenti di sostegno e al tempo stesso monitorarne le condizioni.

Una bambina sotto peso parla prima di tutto di cibo che manca. Offrire al nucleo familiare un supporto immediato per colmare questa mancanza è la nostra prima risposta. L’obiettivo finale dei nostri interventi resta però sempre quello di accompagnare la mamma e il papà di quella bambina verso una condizione di maggiore consapevolezza e autonomia e costruire attorno a loro una rete di supporto che non li lasci soli.

Formaperta per Pianoterra: un albero di Natale davvero sostenibile

Abbiamo un albero davvero speciale quest’anno a Pianoterra, che racconta nella sua semplicità una bella storia. La storia è quella di Formaperta, un’azienda attiva nel salernitano che opera nel settore dell’eco-design e dell’architettura, progettando prodotti sostenibili in cartone ondulato e utilizzando esclusivamente la materia prima proveniente dalla raccolta differenziata in cui i cittadini della Campania si impegnano ogni giorno.

Una storia che, proprio come gli interventi di Pianoterra, parla di sostenibilità e sguardo verso il futuro, fatta di tanto lavoro e impegno oggi per migliorare le condizioni di vita delle generazioni che verranno dopo la nostra. E questo a partire dall’ambiente in cui nasceranno e cresceranno, sia quello familiare, sia quello circostante.

Formaperta quest’anno ha scelto di sostenere Pianoterra donando un’edizione speciale del suo alberello di Natale, che troverete nei nostri eventi di raccolta fondi o nelle nostre sedi di Napoli e Roma. Per dare ancora più valore a questa storia, abbiamo scelto di sostenere, grazie alle donazioni raccolte con la vendita di questo albero, la creazione di un’area giochi all’aperto per i bambini dell’hub NEST di Napoli, nel quartiere Materdei, in collaborazione con comitato dei genitori di NEST e l’associazione Sii turista della tua città.

Un cerchio che si chiude, quindi, e che dal recupero di un materiale di scarto passa per la creazione di un oggetto decorativo e si concretizza nella trasformazione di uno spazio abbandonato e trascurato, anch’esso di scarto, in un luogo dedicato al gioco e alla creatività.

Con questo albero di Natale anche Formaperta entra perciò a far parte della rete solidale che Pianoterra costruisce attorno alle famiglie più fragili. E voi cosa aspettate?

 

 

Responsabilità sociale e welfare di 2° livello: l’esperienza di Pianoterra in un convegno a Napoli

Giovedì 5 e venerdì 6 dicembre si tiene a Napoli, all’Edificio Storico dell’Università Federico II e al Centro Congressi Partenope, il convegno nazionale “Diversity Management. Nuove frontiere dell’inclusione e sfide per i CUG universitari“, promosso dall’Università Federico II. Pianoterra partecipa nella sezione dedicata alle esperienze sul campo con un intervento sulla responsabilità sociale e il welfare di 2° livello. È un tema, questo, che ci sta a cuore e che alimenta riflessioni all’interno della nostra organizzazione soprattutto rispetto all’importantissimo lavoro di rete – con enti pubblici e con altri enti del privato sociale – per la costruzione di un welfare misto in grado di rispondere in modo più efficace alle sfide poste dalla lotta alle diseguaglianze.

Di seguito l’abstract dell’intervento di Ciro Nesci, uno dei soci fondatori di Pianoterra e direttore esecutivo dell’ente.

Le politiche di inclusione passano attraverso azioni regolari e quotidiane di welfare comunitario. Nonostante la spesa per il welfare in Italia rimanga tra le più alte d’Europa le politiche sociali sono caratterizzate da un progressivo e costante impoverimento delle risorse pubbliche dovuto, principalmente, dai vincoli di bilancio che hanno ridotto nel tempo i margini di intervento e da uno sbilanciamento dell’impiego delle risorse, utilizzate in misura massiccia per le politiche previdenziali. Ma in controtendenza a questo arretramento dello Stato si assiste ad una notevole vivacità del 3° settore che dopo la grande prosperità degli anni 90 ha dovuto svincolarsi dal finanziamento pubblico, snellirsi, assumere caratteristiche autonome maggiormente definite in termini di efficacia, efficienza e capacità di autofinanziarsi. Questa attività autonoma dà luogo a percorsi di secondo welfare in grado, non solo di riempire i vuoti lasciati dalle politiche tradizionali, di generare attivazione, integrazione, innovazione sociale all’interno di un mix di protezione e di investimenti sociali a finanziamento non pubblico. Tali iniziative, fornite da una vasta gamma di attori economici e sociali, hanno la capacità di strutturarsi in rete con un forte legame territoriale ma al tempo stesso riescono a creare connessioni e interlocuzioni più ampie e articolate che si organizzano in maniera specifica affiancando e potenziando il primo welfare di natura pubblica. In questo quadro si inscrive l’esperienza di Pianoterra che nel 2008 muove i primi passi a Napoli e oggi realizza, non solo a livello cittadino, azioni di promozione sociale e di contrasto alla povertà, con un focus specifico rivolto alla coppia madre/bambino. Nata dal desiderio di tre soci fondatori oggi coinvolge, nella sua struttura, più di 40 persone e solo nel 2018 ha attivato 11 progetti raggiungendo più di mille persone tra bambini ed adulti.

Clicca qui per scaricare la brochure del convegno.

“Ninna nanna”: un chiama angeli solidale per Pianoterra creato da NolArt

Vi presentiamo un dono davvero speciale che ci è stato fatto da NolArt, una realtà artigianale al femminile attiva tra Roma e Napoli: il ciondolo “Ninna Nanna”, una versione unica del tradizionale “chiama angeli”, il monile dedicato alle future mamme. “Ninna Nanna” è un pendente in argento 925, forgiato a mano e fuso a cera persa, disegnato appositamente per Pianoterra da Teresa Nolli, l’anima creativa di NolArt. Da questo Natale chi vorrà sostenere Pianoterra potrà farlo anche acquistando o ordinando un “Ninna Nanna” per una compagna, un’amica, una figlia, una sorella in dolce attesa.

Ma chi è NolArt, e come mai ha scelto di sostenere Pianoterra? A rispondere sono Teresa e Alessandra Nolli, alias NolArt!

Chi è NolArt?

NolArt è una piccola azienda al femminile dove si progettano gioielli artigianali e si realizzano interamente a mano secondo la tecnica della fusione a cera persa. L’idea si delinea nel 2007 su iniziativa di Teresa, la creativa, ma si formalizza a tutti gli effetti nel 2017, quando si unisce la cugina Alessandra, la promoter, che negli anni l’aveva sempre stimolata e supportata.

Qual è il mondo femminile a cui pensa NolArt?

Il nostro progetto è stato ideato al femminile e vuole rivolgersi a tutte quelle donne che, nonostante le innumerevoli difficoltà, hanno la voglia e la forza di affermare la propria identità di genere attraverso il lavoro quotidiano e l’aiuto reciproco; a quelle donne che mettono in moto tutta la creatività necessaria a gestire affetti, impegni ed ostacoli su base quotidiana senza mai arrendersi ma mostrando l’amorevolezza tipica della mamma, lavoratrice e compagna.

Perché NolArt ha scelto di sostenere Pianoterra? 

In quanto donne, madri e lavoratrici, sperimentiamo quotidianamente le difficoltà che si incontrano per conciliare questi ruoli complementari per l’auto-determinazione del nostro essere donna nel senso più ampio del termine. Perciò abbiamo sentito la necessità di essere solidali verso quelle donne che vivono in condizioni di disagio, senza validi riferimenti e il più delle volte completamente sole. Ci è bastato guardarle un attimo per scorgere le loro fatiche e difficoltà. Pur consapevoli di quanto piccolissimo sia il nostro contributo, sentiamo che sarà grandissimo per incrementare lo spirito di solidarietà e portare avanti la nostra collaborazione con Pianoterra negli anni a venire.

Potrete acquistare o ordinare il ciondolo “Ninna Nanna” partecipando a uno dei nostri eventi natalizi “Pianoterra sotto l’albero”, o potete ordinarcelo scrivendo a comunicazione@pianoterra.net.

Quali diritti per le bambine e i bambini più vulnerabili?

A trent’anni dalla firma della Convenzione sui diritti dell’infanzia Pianoterra promuove le ragioni di un intervento educativo precoce per garantire a tutti i bambini e  le bambine pari opportunità alla nascita e nei primissimi anni di vita.

Il momento in cui nasce un bambino, ma anche il periodo della gestazione che lo prepara e i primi anni di vita del piccolo, sono fasi importanti che ci invitano a riflettere sul significato dell’espressione “pari opportunità”. Seppur sancito in più punti dalla nostra Costituzione, quello alle pari opportunità è infatti purtroppo un diritto tutt’altro che garantito.

Lavorando ogni giorno con famiglie vulnerabili e in particolare con mamme e bambini possiamo osservare in tutta la loro concretezza gli effetti immediati della disparità di opportunità alla nascita; inoltre, la decennale collaborazione con esperti della salute materno-infantile e operatori socio-sanitari ci permette di misurare quali possono essere nel lungo periodo gli effetti di queste disparità sullo sviluppo psico-fisico del bambino e sulla comunità di cui fa parte.

Malnutrizione, mancato accesso alle cure mediche, mortalità materno-infantile, carenze igienico-sanitarie, analfabetismo o ritardo scolastico. Forse facciamo una certa fatica a pensare che questi problemi possano riguardare da vicino noi e le comunità in cui viviamo. Il nostro paese è tuttavia attraversato da divari profondi, a partire da quello storico tra regioni del nord e regioni del sud. Pensiamo ad esempio che, laddove in regioni come l’Emilia Romagna, la Liguria o il Trentino i minori che vivono in una condizione di povertà relativa non superano l’11% del totale, in regioni come la Campania, la Calabria o la Puglia questa percentuale è compresa tra il 31,8% e il 42,8%. Un altro dato riguarda l’accesso ai servizi educativi per la primissima infanzia (0-2 anni), fondamentali per far emergere precocemente difficoltà o diseguaglianze e intervenire tempestivamente per ridurre un divario destinato altrimenti ad aumentare: se in Emilia Romagna il 25,3% dei bambini sotto i due anni è preso in carico dai servizi pubblici per la prima infanzia e la spesa pubblica per ciascun bambino di questa età è compresa tra i 1965 € e i 2209 €, la percentuale crolla al 3,6% in Campania e al 2,2% in Calabria, con livelli di spesa pubblica rispettivamente non superiori a 351 € e 88 € (dati tratti da Il tempo dei bambini. Atlante dell’infanzia a rischio 2019 di Save the Children Italia).

Il panorama delle disparità di opportunità non si limita tuttavia alla contrapposizione geografica nord/sud. Come evidenziato nell’articolo “L’Italia per l’equità nella salute”, del pediatra Giuseppe Cirillo (Quaderni ACP, vol. 4-2018), non è indifferente per la salute e il benessere di un bambino nascere e crescere in un quartiere benestante e dotato di buoni servizi e infrastrutture o in un quartiere periferico, con servizi carenti o di difficile accesso. Oppure nascere in una famiglia in cui i genitori hanno una condizione lavorativa serena o in una famiglia monoparentale, o magari con genitori di origine straniera, o ancora segnata da precariato e disoccupazione. Queste condizioni di partenza, evidentemente impari, possono significare per un bambino ritrovarsi sin da subito, ancora prima di aprire gli occhi, in una posizione di svantaggio che rischia di aumentare con il trascorrere degli anni.

Ricordare questa realtà assume un significato tanto più importante oggi, 20 novembre, data in cui ricorre la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Un anniversario particolarmente significativo quello di quest’anno, che celebra il trentennale dell’approvazione a New York della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia da parte delle Nazioni Unite. Pur riconoscendo i passi in avanti compiuti a livello globale nella protezione dei diritti ai minori, è importante per chi lavora sul campo guardare a ciò che ancora resta da fare e attivarsi contro le gravi ineguaglianze che caratterizzano il mondo dell’infanzia nell’Italia di oggi.

A fronte di uno scenario apparentemente ineluttabile, Pianoterra ogni giorno mette in campo azioni che possono contribuire a modificare traiettorie di vita che sembrano ormai segnate. Nei contesti più vulnerabili, quelli dove sono più evidenti gli effetti nel presente e nel futuro delle disparità di opportunità, lavoriamo con i futuri genitori e i neo-genitori, ma anche con tutto ciò che sta loro intorno, attivando quanto più è possibile risorse materiali, servizi, reti di socialità e opportunità educative per provare a rendere davvero pari le opportunità dei loro figli.

Nella Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia noi saremo a Milano per partecipare a un tavolo di lavoro promosso dal partenariato del progetto NEST, che ci vede capofila di un’iniziativa nazionale di progettazione partecipata volta a contrastare la povertà educativa minorile nelle periferie di quattro grandi città italiane. Assieme ai partner del progetto e a esperti provenienti dal mondo dell’educazione, della salute e dell’intervento sociale, parleremo di un argomento particolarmente spinoso, quello dei BES, ossia i bisogni educativi speciali, e cercheremo di farlo proprio a partire da un’ottica di pari opportunità. Ci interrogheremo su quali siano le traiettorie che portano uno scolaro o una scolara che si affaccia alla scuola dell’obbligo a vedersi riconosciuto un bisogno educativo speciale (con un’attenzione particolare ai disturbi riferiti all’area dei fattori socio-economici, linguistici o culturali), e sulle possibili strategie da mettere in campo già molto prima, per evitare che quel bambino o quella bambina si ritrovi a sei anni ad aver già accumulato un ritardo che sarà molto più difficile da colmare. Tutti i nostri interventi, e in particolare quelli realizzati con NEST, ci dicono che le strategie ci sono e che è possibile fare molto per favorire nel concreto la piena attuazione delle pari opportunità alla nascita.

Attivarsi in qualsiasi modo per far vivere i principi sanciti dalla Convenzione, per il benessere dei bambini e delle bambine, è a nostro avviso un modo per rispettare i diritti dell’intera comunità e porre basi il più possibile salutari per quella che vogliamo costruire.

 

Pianoterra si tinge di viola per la Giornata mondiale del neonato prematuro

Molti saranno gli ospedali e i monumenti maggiormente rappresentativi del nostro paese che oggi si illumineranno di viola, il colore simbolo in tutto il mondo della nascita prematura. È in questo giorno che si celebra infatti la Giornata mondiale del neonato prematuro.

Prepararsi a diventare genitori non è mai un compito semplice e probabilmente nessun genitori si sente mai davvero pronto al suo nuovo ruolo. Con la nascita prematura tutto il lavoro fatto durante la gravidanza per prepararsi al parto e per accogliere al meglio il bambino si interrompe bruscamente, prima del tempo. Il primo incontro, infatti, mille volte immaginato e sognato dalla mamma e dal papà – Non vedo l’ora di stringerlo tra le mie braccia! Chissà a chi somiglierà! Spero che avrà il colore dei tuoi occhi! – avviene attraverso il filtro di un’incubatrice collegata a macchinari grandi, rumorosi, minacciosi. È a partire da quel momento che la coppia dovrà far fronte a una realtà nuova e del tutto sconosciuta, fatta di minuti, ore e giorni sospesi, di colloqui carichi di ansia con i medici, di accertamenti e analisi con nomi troppo difficili anche solo da pronunciare, di ineludibili sensi di colpa.

Una volta tornati a casa poi, i genitori inizieranno a fare i conti con le ansie di accudimento di un bambino nato pretermine e di cui fino a quel momento si è occupato il personale ospedaliero. Superata questa fase iniziale, le preoccupazioni per ogni accertamento medico prescritto potrebbero iniziare ad essere accompagnate dalle frustrazioni generate dall’inevitabile confronto con altri bambini a termine e senza difficoltà. Insomma, se i primi mesi di vita dei bambini possono essere difficili un po’ per tutti i genitori, per le mamme e i papà di piccoli nati pretermine la strada può essere ancora più in salita.

Pianoterra è al fianco anche di questi genitori e dei loro piccoli guerrieri con lo sportello Fiocchi in Ospedale, un servizio di sostegno e accoglienza alla genitorialità promosso da Save the Children Italia e realizzato dal 2013 da Pianoterra all’ospedale “A. Cardarelli” di Napoli.

“La T.I.N. accudisce i bambini, Pianoterra con Fiocchi in Ospedale si occupa di noi genitori!”

Queste le toccanti parole di ringraziamento che ci ha voluto dedicare la mamma di un bambino nato di sole 30 settimane. Ed è proprio quello che cerchiamo di fare ogni giorno con queste famiglie: dare loro la sensazione di non essere sole, di avere un punto di riferimento, un supporto, uno spazio in cui poter esternare e condividere ansie, paure, speranze per il futuro dei loro piccoli.

A tutti questi genitori va la nostra ammirazione e il nostro incoraggiamento!

Leggi qui la testimonianza di un’altra mamma di un piccolo nato pretermine che abbiamo incontrato al nostro sportello.

L’AISMI premia il programma 1000 Giorni

Venerdì 8 e sabato 9 novembre si è svolto a Matera un importante convegno dedicato al delicatissimo tema della salute mentale dei bambini in contesti transculturali. Il convegno, dal titolo “Bambini nel mondo: salute mentale infantile e culture a confronto“, è stato organizzato dall’AISMI-Associazione Italiana Salute Mentale Infantile e ha visto la partecipazione di numerosi specialisti ed esperti della salute mentale dei più piccoli accanto a esponenti di enti del terzo settore in prima linea nel sostegno e nella cura di minori colpiti da situazioni di disagio psichico in contesti transculturali.

Pianoterra ha partecipato a questo convegno con un intervento dedicato al programma 1000 Giorni, intervenendo in particolare in un tavolo dedicato alle azioni di prevenzione, sostegno e cura per minori in contesti spiccatamente transculturali.

Al termine del convegno, il Comitato Scientifico dell’AISMI ha premiato il racconto delle azioni messe in campo con il programma 1000 Giorni fatto dalla dott.ssa Flaminia Trapani, responsabile scientifico-metodologica di Pianoterra e preparato con la collaborazione delle operatrici Arianna Russo, Pamela Caprioli, Brunella Cozzolino e Daniela Palmisano. Di seguito l’abstract dell’intervento.

Di seguito riportiamo l’abstract dell’intervento.

1000 Giorni: dalla gravidanza ai primi tre anni di vita. Sostegno a genitori e bambini per la promozione della salute, la tutela del benessere e la riduzione delle diseguaglianze.

Essere genitori, future madri, bambini in una realtà difficile, marginale, svantaggiata e diversa da quella di origine, significa essere maggiormente immersi in un immobilismo socioculturale in cui lo sviluppo psico-fisico può essere compromesso e il disagio rischia di trasmettersi da una generazione all’altra. Il programma 1000Giorni – che l’Associazione Pianoterra onlus ha ideato in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri – mira proprio a sostenere famiglie in condizioni di vulnerabilità attraverso interventi precoci e multidimensionali e promuovendo l’integrazione dei servizi materno-infantili.

Gli studi relativi allo sviluppo infantile hanno messo in luce che i primi tre anni di vita sono molto importanti. Sostenere i genitori con un’intensa attività educativa/informativa, un’offerta attiva di contatto e accoglienza sia individuale che di gruppo fino ad arrivare, per i nuclei familiari a grave rischio di esclusione sociale, a servizi aggiuntivi e innovativi di cura, significa offrire migliori opportunità a ciascun bambino, prima ancora della sua nascita. Il programma 1000Giorni ha, per queste motivazioni, ricevuto nel 2016 un riconoscimento del Transatlantic Forum on Inclusive Early Years.

La modalità di presa in carico sperimentata da Pianoterra e co-costruita con gli utenti (610 adulti e 621 minori raggiunti tra il 2015 e il 2018), permette alle famiglie di alleviare le preoccupazioni e potersi concentrare su percorsi volti all’autonomia e alla cura di sé, arrecando benessere al bambino e all’intero nucleo familiare.

Il programma 1000 Giorni, pur essendo incentrato sul singolo nucleo familiare, sul lungo periodo, potrebbe rendere l’intera comunità beneficiaria indiretta: una donna maggiormente seguita in gravidanza arriverà al parto con minori problematiche e urgenze; un bambino accompagnato nella sua crescita presenterà minori difficoltà psico-fisiche; una famiglia inclusa in una rete sociale di supporto rappresenterà una risorsa indispensabile per la comunità in cui è inserita e per le generazioni future.

“Mamme Care”: il legame mamma-bambino passa anche attraversi i colori!

Il rapporto tra mamma e bambino è una relazione che, fin dai primi mesi di gestazione, matura seguendo percorsi e traiettorie emozionali che hanno in sé la magia e il mistero dell’esperienza genitoriale. La parola bonding in inglese rimanda esattamente a questo tipo di relazione e sta a indicare l’insieme delle modalità relazionali e comunicative che intervengono tra mamma e bambino. Favorire la relazione fin dai primissimi giorni di attesa significa porre le basi per una conoscenza reciproca funzionale ad accogliere in maniera più consapevole l’arrivo di un figlio.
Nel corso del progetto “Mamme Care” si sono svolti alcuni incontri orientati al rafforzamento del bonding prenatale, vale a dire quella forma di attaccamento che si sviluppa mediante la comunicazione verbale e non verbale tra la mamma e il feto.

Di seguito il racconto degli operatori coinvolti in uno di questi appuntamenti speciali!

Questa mattina abbiamo incontrato le nostre due mamme, Lila e Carol, giunte rispettivamente a 30 e 28 settimane di gestazione. Ci siamo sedute in cerchio in compagnia di Arianna, psicologa, che ha voluto supervisionare la seduta. Dopo aver registrato le novità delle ultime settimane e gli esami di routine effettuati, abbiamo iniziato a parlare di quello che succede alla mamma e di quali progressi compie il bambino in questa fase della gravidanza. Ci avviciniamo alle ultime settimane, quelle che comportano una dose maggiore di fatica e stanchezza. Lila ha lamentato crampi notturni e la comparsa di un reticolo di capillari sulle gambe e Florinda le ha dato qualche consiglio per favorire la circolazione e alleggerire il peso sulle gambe: massaggio serale delle gambe, posizione sdraiata con le gambe sollevate, pediluvi rinfrescanti. Carol, che ha una grossa pancia, ha lamentato molto fastidio alla schiena, anche durante il riposo notturno. A lei abbiamo consigliato l’uso di cuscini posizionati sotto la pancia.

Abbiamo poi dato inizio all’attività del “belly painting”, la pittura con i colori atossici sulla pancia. Florinda ha spiegato che i bimbi percepiscono le sfumature cromatiche: i colori chiari e vivaci li eccitano, mentre i colori scuri li rilassano. È stata sempre molto attenta a chiedere quali colori Lila e Carol volessero usare, se sentissero a loro più congeniale l’uso dei pennelli o delle mani, se preferissero dipingere la propria pancia o quella della compagna. Nella prima parte del laboratorio le due donne hanno voluto procedere da sole, poi hanno chiesto anche la nostra collaborazione. Il risultato è stato molto divertente e coloratissimo! Lila e Carol hanno riferito di essere riuscite a rilassarsi un po’ e di aver provato belle emozione nel sentire muovere il proprio bimbo mentre seguiva il movimento del pennello che accarezzava il pancione.

Il belly painting si è dunque rivelato funzionale all’interno di un percorso di rafforzamento della relazione mamma-bambino. Una sorta di “carezza colorata” con la quale le mamme coinvolte hanno potuto trasferire ai propri bambini emozioni e sensazioni, sviluppando una forma di contatto intimo e profondo anche se il bambino non è ancora nato!

Inserimento al nido, croce e delizia!

Settembre è finito, e oltre al caldo e alle belle giornate si porta via anche un’altra cosa, croce e delizia di tantissimi genitori di bimbi piccoli: l’inserimento al nido!
Croce e delizia lo abbiamo definito, e questo per tanti motivi: soprattutto con bimbi più piccoli infatti, spesso rappresenta il primo vero momento di distacco dalla mamma e può essere vissuto in modo poco sereno da genitori e figli. Anche a Pianoterra questo è stato il mese dell’inserimento: in particolare, dell’inserimento dei piccoli accolti nel Servizio Educativo e di Custodia dell’hub NEST di Napoli. Abbiamo chiesto a Giuliana e Pietro, due degli educatori del SEC, di raccontarci l’inserimento dal loro punto di vista.

Primo giorno di nido. Sappiamo tutto delle lacrime dei piccoli e delle ansie dei grandi. Ma come si sente l’educatore?
Il primo giorno di inserimento è molto emozionante per tutti, e sicuramente faticoso per gli educatori – ci racconta Giuliana. Ci troviamo a gestire le emozioni di tanti bambini e tanti genitori diversi, ognuno preso dal suo personalissimo modo di elaborare il distacco. È fondamentale creare un rapporto di fiducia con genitori e bambini. Per questo sono stati molto importanti i colloqui preliminari, che ci hanno consentito di conoscere bene le famiglie creando le basi per un buon inserimento.
Poter condividere il primo giorno di nido con tutti i genitori e i bimbi che saranno con noi nei prossimi mesi – ha aggiunto Pietro – ha facilitato nei bambini la percezione di trovarsi in un luogo affettivamente accogliente. E poi, confrontarsi e condividere con i colleghi sensazioni e difficoltà ha di sicuro reso meno faticose queste prime giornate dal punto di vista emotivo.

Qual è la tua “strategia” preferita per aiutare i bimbi a inserirsi? Un gioco, una canzone, un “trucco” che secondo la tua esperienza funziona meglio?
Niente trucchi! La mia strategia durante l’inserimento è legittimare in pieno le emozioni del bambino con frasi del tipo “Hai ragione. Non preoccuparti, puoi piangere”, oppure “Mamma non c’è, ma torna presto”. Non è necessario placare il pianto del bambino, che è una manifestazione di un’emozione che dobbiamo accogliere. Questa è Giuliana, che aggiunge come di fondamentale importanza per educatori e bambini siano le routine giornaliere, che aiutano questi ultimi a far capire i concetti di prima e dopo, ancora non interiorizzati.
Nemmeno Pietro ha una vera e propria strategia preferita. Visto che ogni bambino risponde in maniera diversa agli stimoli proposti, dobbiamo trovare un modo per accoglierli tutti senza negare loro la possibilità di esprimere le loro emozioni. La musica però aiuta molto, tranquillizza i bambini e riduce i loro livelli di stress.

Il momento del saluto, dramma per mamma e bambino. Come gestirlo al meglio?
Molte mamme spesso ci chiedono di poter andare via senza salutare. Noi le invitiamo a riflettere su come si sentirebbero se una persona cara se ne andasse via senza salutarle approfittando di un momento di distrazione. Giuliana è categorica su questo punto. Salutare è di fondamentale importanza per il bambino, gli consente di capire che la mamma è andata via ma che poi tornerà. Spesso consigliamo alle mamme che dicono al bimbo di andare un momento a fare la spesa di tornare davvero con i sacchetti della spesa, in modo tale da dare concretezza alle parole dette al bambino.
Pietro è rassicurante. Nei primi giorni il bambino percepisce principalmente il distacco, ma con il passare del tempo il saluto diventa rassicurazione, diventa la certezza che la mamma o il papà torneranno e che il tempo che trascorrerà lontano da loro sarà di gioco con gli altri bambini.

Chiudiamo con un aneddoto che vi ha suscitato particolare tenerezza, ilarità o preoccupazione.
Giulia e Pietro rispondono insieme raccontando una cosa che li fa molto sorridere. In tutte le canzoni che cantiamo e in tutte le storie che raccontiamo è severamente vietato l’utilizzo della parola “mamma”. Decisamente troppo evocativa!!!

Buon anno a tutti i bimbi e i genitori di NEST!

Josephine: una storia di cambiamento

Oggi vi raccontiamo una storia di cambiamento, attivazione, rinascita. Protagonista è una straordinaria mamma che ha compiuto un importante passo per se stessa e il suo bambino, e ha scelto di farsi accompagnare lungo questo nuovo percorso dalle nostre operatrici.

Buona lettura!

La chiesa di Santa Maria Assunta dei Pignatelli affaccia sullo slargo dove si trova anche la statua del dio Nilo, in pieno centro storico. Siamo a Napoli, e a duecento metri da lì c’è la sede di Pianoterra. Un’operatrice dell’associazione ci passa quotidianamente e, da qualche giorno, ha notato una donna seduta sui gradini della chiesa che chiede l’elemosina con in braccio un bambino di qualche mese. Non sorride mai, fa appena un cenno per ringraziare chi le dà qualche spicciolo. Come l’operatrice, che a un certo punto cerca di attaccare discorso.

La invita ad andare all’associazione: ci sono diverse attività che potrebbero esserle utili, e magari potrebbero darle qualcosa per il figlio. Cerca anche di convincerla a non stare per strada con il bambino – la legge italiana non permette una cosa del genere e lei rischia di perderlo. Ma Josephine (i nomi sono di fantasia, ndr), una donna nigeriana sulla trentina, non sembra molto interessata. È solo dopo parecchie insistenze che, un giorno, si presenta alla sede di Pianoterra con il suo Daniel al collo. Dalla faccia sembra quasi che sia lì per fare un piacere all’operatrice – e, già che c’è, per prendere le cose che possono darle. Non è facile spiegarle che questo non è un ente caritatevole, che le operatrici non si limitano a darle un pacco da portare a casa ma vogliono conoscerla meglio per capire come offrirle un aiuto più a lungo termine. Ma Josephine vuole solo sapere se le danno qualcosa o no, dopodiché deve tornare a lavorare. Se ne va con un sacchetto pieno di cibo, ruvida e diffidente come era arrivata.

Il rapporto di Josephine con Pianoterra va avanti così per quasi un anno: richieste di cibo e vestitini per Daniel, e totale chiusura verso le operatrici. Di lei sanno solo che vive in un appartamento del centro storico con altre persone e immaginano che, come molte donne uscite dalla tratta, sia costretta a chiedere l’elemosina per saldare il “debito” con i trafficanti. Ogni volta le ricordano come funziona Pianoterra, le chiedono inutilmente di impegnarsi nel patto di reciprocità con l’associazione. Josephine è chiusa, diffidente, sembra interessata solo agli aiuti materiali che può ricevere, ma le operatrici non si fanno scoraggiare e utilizzano il sostegno materiale come strumento per tenerla agganciata all’associazione e non perderla di vista.

A un certo punto però si convince, e comincia a frequentare il laboratorio di cucito. Arriva, lascia Daniel nello spazio giochi e si piazza in un angolo a lavorare, senza dare confidenza alle altre.

Intanto, di fronte all’atteggiamento scostante di Josephine, alla sua espressione perennemente arrabbiata, le operatrici cominciano a usare l’arma dell’ironia: “Eccola qua,” esclamano quando arriva, “pure oggi nervosa… Che è successo?” Prese in giro benevole, battute con il sorriso sulle labbra, niente di più. Però funziona. Un giorno, all’ennesima battuta, Josephine ride. È qui che cambia tutto. Josephine ha finalmente accettato la relazione con le operatrici dell’associazione e inizia a lasciarsi andare. Come se, fino a quel momento, con il suo atteggiamento non avesse fatto altro che metterle alla prova per vedere fino a che punto potesse fidarsi. Non è stupida Josephine, tutt’altro.

In questi mesi, al laboratorio di cucito ha imparato molto e ha tirato fuori una creatività notevole. Ora comincia a socializzare con le altre e addirittura si adopera per cancellare il confine invisibile che spesso separa i due sottogruppi formatisi al laboratorio, quello delle donne nigeriane e quello delle donne marocchine. In breve tempo diventa la leader del gruppo. Nei mercatini che Pianoterra organizza per vendere i prodotti del laboratorio, è lei a gestire gli introiti e a distribuirli tra le partecipanti, è lei a spiegare ai clienti che cosa fa l’associazione e qual è il senso del laboratorio. Un senso che le è sempre più chiaro.

Sono passati quasi quattro anni da quei primi incontri davanti alla statua del dio Nilo. Josephine ha smesso di chiedere l’elemosina e ha cominciato a lavorare in diverse case come collaboratrice domestica, ma si tiene libera la mattina del giovedì per dedicarla al laboratorio di cucito. Ha capito benissimo che è un’opportunità, un investimento per il suo futuro. Sa che nei progetti dell’associazione c’è l’idea di trasformarlo in una microimpresa femminile, ed è un’idea in cui crede, un’idea per cui è disposta a darsi da fare.

Questa storia è contenuta nel volume “Dieci anni di Pianoterra. Un bilancio”, che potete scaricare e consultare a questo link.

Finanza e no profit? Da oggi gli investitori del gruppo Azimut potranno scegliere di sostenere Pianoterra

Finanza e no profit sono due mondi fino a non molto tempo fa distanti tra loro, almeno nella percezione comune. Banche, investimenti e indici di mercato d’altro canto cosa possono avere a che fare con la salute e il benessere delle persone, la protezione delle categorie più vulnerabili, la salvaguardia dell’ambiente, per citare solo alcune delle tante cause che mobilitano il mondo delle no profit? Se tuttavia lo sguardo si concentra non tanto sugli strumenti o i percorsi, ma sugli obiettivi, in particolare quelli di lungo periodo, e si ragiona in termini di cambiamento duraturo, di impatto, di sostenibilità, allora finanza e no profit possono scoprire sinergie inattese.

Nell’opinione pubblica cresce sempre più infatti la consapevolezza che le nostre azioni, le nostre abitudini di vita, i nostri comfort possono soddisfare da un lato esigenze individuali ma generare rischi o danni all’ambiente che ci circonda, alle comunità in cui viviamo, alle istituzioni che ci governano. E questa consapevolezza sempre più spesso si trasforma in scelte responsabili quando si acquista un prodotto o si sceglie un servizio. Anche finanziario.

Qualche mese fa siamo entrati in contatto con Vincenzo Cacace, manager di area di Azimut Capital Management del Gruppo Azimut, una delle più grandi realtà finanziarie indipendenti specializzata nella promozione, gestione e distribuzione di prodotti e servizi finanziari, che ci ha presentato le opportunità di un loro prodotto: AZ Multi Asset Sustainable Equity Trend. Si tratta di un fondo di investimento che investe in titoli che aderiscono agli standard “ESG”, acronimo che sta per Environmental, Social e Governance. Una sostenibilità misurata dunque in termini di impatto ambientale (con valutazioni relative alle emissioni di gas serra, efficienza energetica, gestione dei consumi idrici e dello smaltimento dei rifiuti, rispetto delle normative ambientali), sociale (rispetto delle normative relative a salute e sicurezza sul lavoro, politiche salariali eque, rapporti con le comunità, promozione della diversità nella forza lavoro e del rispetto dei diritti umani) e di governance (promozione della diversità nei livelli dirigenziali, compensi equi ai dirigenti, etica e gestione dei rischi).

La sostenibilità dei titoli presenti nel fondo è affiancata alla possibilità per gli investitori di scegliere se devolvere in forma di donazione parte dei rendimenti a una onlustra quelle conosciute e selezionate da Azimut. Un nuovo modo di intendere l’idea di investimento, dunque, che guarda al futuro non soltanto per misurare rendite finanziarie, ma anche per incidere nel benessere e nel futuro delle nuove generazioni, premiando aziende e società ESG, e della parte più fragile della comunità, devolvendo a enti del terzo settore parte dei ricavi.

Dopo una fase conoscitiva, Pianoterra è entrata ufficialmente nell’elenco di enti no profit che potranno beneficiare in modo diretto di questa opportunità. Abbiamo chiesto al dott. Cacace di raccontarci dal suo punto di vista questa specifica direzione che sta intraprendendo il mondo della finanza e il suo gruppo in particolare. Ecco cosa ci ha risposto.

Partendo dalla premessa che in Italia la cultura finanziaria è ancora relativamente scarsa e in larga misura legata a strumenti quali i BOT, nel mio lavoro quotidiano il primo ostacolo da superare con gli investitori è orientare le loro scelte verso titoli che abbiano anche un valore etico e sostenibile. La sensibilità verso temi che riguardano l’ambiente e i diritti sociali è d’altro canto presente, perciò quando spiego che il gruppo Azimut già da vent’anni pone attenzione a questi aspetti, scegliendo ad esempio di escludere dalle sue proposte società che traggono profitto in modo diretto dal malessere altrui – come possono essere ad esempio i produttori di armi o alcolici, oppure le aziende che sfruttano il lavoro minorile, ecc. – i risparmiatori si sentono motivati a esplorare nuove opportunità di investimento nella categoria ESG.

Le cause che generano più sostegno variano con il variare delle classi di età, con una costante: le tematiche ambientali, favorite dalla generazione dei baby boomer (chi ha oggi tra i 50 e i 70 anni) perché legate alla possibilità di lasciare ai loro figli un mondo più pulito e salubre e prescelte anche dai millennial perché elemento di autodeterminazione, assieme – va detto – alla questione della pari opportunità.

Conoscevo Pianoterra già da prima di iniziare a lavorare in Azimut, grazie a un rapporto diretto con i suoi soci fondatori. Per me è stato dunque naturale esplorare la possibilità di far rientrare questa onlus tra quelle da proporre ai risparmiatori di Campania e Lazio come destinatarie di una donazione frutto dei loro investimenti nel nostro fondo. Oggi siamo contenti che questo processo sia andato a buon fine: abbiamo già iniziato a promuovere degli incontri per far conoscere più da vicino ai nostri investitori i tanti interventi messi in campo con professionalità e impegno da Pianoterra a sostegno delle famiglie più vulnerabili di Napoli e Roma. Con le loro donazioni potranno contribuire a rafforzare questi interventi, e noi saremo felicissimi di aver potuto giocare un ruolo in questo processo, rimettendo in circolo a favore della comunità – e delle sue fasce più svantaggiate – risorse private con uno scopo benefico”.

6 amiche + 1 tè alla menta = 1 Valigia Maternità!

Oggi vi raccontiamo una storia che ci ha fatto davvero commuovere, e lo facciamo con le parole della piccola Emma, undici anni, che assieme alle sue amiche Wilma, Giulia, Viola, Francesca e Claudia ci hanno fatto un dono speciale!

In occasione della Festa dell’Altra Estate, un’iniziativa della Casetta Rossa di Garbatella, nel mio quartiere, io e le mie amiche abbiamo deciso di organizzare un banchetto per vendere qualcosa di preparato da noi e raccogliere così un po’ di soldi per aiutare le persone più bisognose.

Due giorni prima della serata ci siamo viste per decidere assieme cosa avremmo venduto. Chiacchierando abbiamo iniziato a parlare della nostra città, Roma. Ci siamo dette che oggi sembra una città bella solo al centro, dove ci sono i monumenti famosi, ad esempio il Colosseo, e dove le persone possono stare solo se hanno soldi per pagare. Io ho commentato che ci sono anche tante persone che cercano di rendere questa città un posto migliore anche per chi non può permettersi di pagare per tutto. Da questo mio commento è nata l’idea di donare un po’ dei soldi raccolti alla nostra bancarella anche ad un’associazione che aiuta le persone più povere che vivono in quartieri lontani dal centro. Le mie amiche approvano entusiaste la mia idea. A quel punto mi viene in mente che l’associazione perfetta poteva essere Pianoterra! “È un’associazione nata non molto tempo fa per aiutare le donne incinte e i neonati, di sicuro gli esseri più indifesi”. Anche questa proposta viene accolta con gioia dalle mie amiche, che però non sanno come poter fare arrivare i soldi che avremmo raccolto a Pianoterra. Rispondo, “Non vi preoccupate, ci penserà la mia mamma!”.

A quel punto torniamo a occuparci di questioni pratiche: che bancarella avremmo organizzato? E soprattutto, cosa avremmo offerto? Vista l’afa di questi giorni, decidiamo di preparare del tè alla menta, fresco e buonissimo. Naturalmente preparato in casa da noi!

La serata è stata un successo, e il nostro tè alla menta anche. Siamo felicissime di aver potuto dare una mano a chi è meno fortunato di noi: con la nostra piccola donazione a Pianoterra potranno comprare vestitini e altro per un bimbo che sta per nascere!

Che altro aggiungere? Piccole attiviste crescono!

Lo spazio giochi di Pianoterra: scopriamo, impariamo e cresciamo

L’efficacia degli interventi di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità che svolgiamo a Pianoterra – in particolare con il progetto “Luoghi per nascere”, sostenuto dall’Otto per mille alla Chiesa Valdese – è legata a diversi fattori, non ultimo quello di offrire alle mamme, durante gli incontri, la possibilità di affidare i loro piccoli alle cure di persone fidate. A meno che i piccoli non siano ancora in fasce, infatti, le nostre operatrici incoraggiano sempre le mamme a vedere in questi incontri uno spazio giochi tutto loro, da utilizzare per entrare in relazione con altre mamme e confrontarsi con operatrici ed esperti di salute materno-infantile sulle loro esperienze genitoriali.

Ma cosa succede nello spazio giochi di Pianoterra mentre le mamme partecipano agli incontri? Ve lo raccontiamo attraverso le osservazioni di Giorgia, una psicologa volontaria che affianca nello spazio giochi Liliana, psicologa di Pianoterra e referente del servizio.

Arrivo a Pianoterra carica di energia. So già che oggi troverò ad aspettarmi nello spazio giochi due piccoli di quindici mesi, un’età in cui il distacco con la madre è ancora difficile, ma la presenza di Liliana, referente dell’attività, mi rassicura.

Arriva Andy, un piccolo di origine cinese, che si mette subito a giocare con un piccolo registratore di cassa di legno, pronunciando in inglese i numeri. Il distacco dalla mamma è sereno: abbiamo creato una routine secondo cui, al momento di salutarlo con tanto affetto, la mamma lo rassicura dicendo che andrà a lavorare nella stanza accanto e che lui resterà con noi due. Andy si mette a giocare sereno, e la sua mamma sparisce dietro la porta della stanza accanto. Arriva subito dopo Jonathan, un piccolo di origine nigeriana che la mamma ci affida senza andare troppo per il sottile, nonostante le indicazioni che le diamo. Anche se il distacco è meno “morbido”, anche Jonathan inizia subito a giocare.

Il gioco a quindici mesi è finalizzato nel bambino alla continua scoperta, in particolare delle proprietà degli oggetti e dei legami causa-effetto. Il bambino esplora il mondo, lo tocca, lo sente, e al tempo stesso scopre i suoi confini, comincia a misurarsi con le sue paure e a sperimentare i suoi limiti. Per questo è importantissimo in questa fase utilizzare il momento del gioco per infondere fiducia nel bambino, dandogli indicazioni semplici e chiare. È quello che facciamo anche oggi con Andy e Jonathan.

Il primo, oggi particolarmente chiacchierone, continua a ripetere numeri e nomi di forme, sollecitato dai giochi che ha attorno: cerchiamo di capire le sue parole, gliele ripetiamo, gli facciamo capire che quello che dice per noi è importante. Il secondo è invece attratto dalla scivolo: è ancora piccolo, ha delle incertezze nell’avvicinarsi, e il mio istinto è quello di aiutarlo, ma Liliana interviene e riesce a indirizzarlo solo con le parole. Jonathan capisce come salire sullo scivolo e, dopo un primo momento di timore, lascia andare le manine e si lascia scivolare, divertendosi moltissimo.

Poco dopo ci ritroviamo a gestire un momento di “crisi”: Jonathan inizia a lanciare le costruzioni con cui sta giocando Andy e, nonostante l’intervento di Liliana che gli spiega in modo chiaro che no, quella cosa non si fa perché possiamo farci male, lui insiste. Sempre con molta calma, Liliana lo contiene prendendogli le manine e continuando a ribadire l’indicazione: no, non si fa. Questo scatena, come spessissimo accade con i bimbi di quest’età, la reazione frustrata di Jonathan che inizia a piangere. Indica la direzione verso cui ha visto sparire la mamma, ma noi sappiamo che in quel momento a farlo piangere non è l’assenza della mamma, quanto la frustrazione di non poter fare quello che vuole. Proviamo a distrarlo con i giochi, poi lo ignoriamo, lasciandogli il tempo e lo spazio per calmarsi da solo. E puntualmente questo accade, grazie all’aiuto involontario di Andy che inizia a giocare con lo scivolo e con i suoi gridolini di divertimento fa venire voglia di giocare anche al compagno.

L’ora scivola via senza incidenti, in un’alternanza di interazioni finalizzate sempre ad accompagnare i bambini nelle attività tipiche della fase che stanno attraversando, consapevoli del fatto che aiutare un bambino a crescere significa anche mostrare fermezza e con chiarezza insegnargli a riconoscere e gestire limiti e confini. E poi tra pochissimo inizierà la terribile “età del no”, piccole grandi lotte quotidiane e crisi di collera saranno all’ordine del giorno: bimbi e genitori dovranno essere pronti!

Pianoterra allarga i confini: la sfida di Castel Volturno

A varcare ogni giorno la soglia delle nostre sedi a Napoli sono spesso donne che, con i loro bambini, percorrono molta strada per poter accedere ai servizi e alle attività che offriamo nel campo della salute materno-infantile e trovare un supporto nelle fasi delicate della gravidanza e dei primi anni di vita dei piccoli. Lo fanno perché spesso, nei luoghi in cui vivono, magari quel particolare servizio di cui necessitano è assente o comunque di difficile accessibilità. Accogliere queste donne significa per noi dare un senso vero al lavoro di rete, entrando in contatto con territori diversi e con le realtà pubbliche o del terzo settore che già vi operano, con l’obiettivo di non sostituirci a quanto già esiste, ma semmai di potenziarlo, integrarlo o completarlo.

Il comune di Castel Volturno è uno dei territori da cui provengono molte delle donne e neo-mamme che abbiamo incontrato e sostenuto negli ultimi anni. Sono donne di origine straniera, per lo più nigeriana, che arrivano a Pianoterra anche attraverso la segnalazione di realtà territoriali con cui siamo in rete. Proprio su sollecitazione di due di queste realtà con cui collaboriamo già da tempo a forme di presa in carico integrata, il Centro Fernandes e l’ambulatorio di Emergency, abbiamo deciso di avviare, nel periodo compreso tra aprile e giugno, una sperimentazione di percorsi di cura e salute materno-infantile in loco. Questa sperimentazione ha rappresentato un risultato importantissimo del progetto Mamme Care, avviato a gennaio nell’ambito del programma 1000 Giorni di Pianoterra: l’attivazione di un servizio di prossimità ci ha consentito di rispondere a un bisogno effettivo facilitando la fruizione dei nostri servizi a un numero maggiore di donne e bambini che avevano difficoltà a raggiungere la nostra sede al centro di Napoli.

Questa sperimentazione ha previsto sei incontri tematici e laboratoriali (due al mese) tenuti da una psicologa e un’assistente perinatale di Pianoterra, ai quali hanno partecipato circa 50 donne tra gestanti e neo-mamme, qualche papà, circa 20 bambini e 10 operatori. Nell’ottica del lavoro di rete, il Centro Fernandes ha messo a disposizione i locali per svolgere le attività previste dal progetto, mentre Emergency ci ha presentato Florence, una mediatrice culturale che ci ha aiutato a facilitare la comunicazione e a tenere unito il gruppo di mamme.

Lavorare con le donne migranti ci ha insegnato l’importanza di scommettere sulle loro risorse, sulla loro capacità di attivazione e cambiamento a partire dal desiderio di garantire ai loro piccoli un futuro migliore. Questo aspetto è emerso nel corso degli incontri, che sono stati caratterizzati da una forte partecipazione e ci hanno consentito di partire da argomenti pratici strettamente legati alla cura dei bambini per poi parlare di temi più complessi legati all’accudimento e alla prevenzione.

È stato ad esempio il caso dell’incontro dedicato alla pratica dell’alimentazione complementare dei lattanti, a cui hanno partecipato una quindicina di donne con bimbi di età compresa tra i cinque mesi e i due anni. L’incontro è stato organizzato come una vera e propria “scuola di cucina” in cui le nostre operatrici hanno preparato assieme alle mamme brodo vegetale, pappe e frutta da proporre in stato semisolido. Questa dimensione concreta ci ha fatto trascorrere una mattinata stimolante e divertente, ricca di domande da parte delle mamme, conclusasi con un pasto molto apprezzato dai piccoli. I consigli pratici su come preparare pappe e merende e scegliere gli ingredienti più adatti ai piccoli ci hanno al tempo stesso consentito di trasmettere alle mamme che hanno partecipato all’incontro diversi messaggi meno “pratici” ma importantissimi nell’ottica della prevenzione: i pasti devono essere semplici e salutari non solo per i bambini, ma per tutta la famiglia; la condivisione dei pasti e lo scambio di informazioni sui cibi, anche con bambini piccolissimi, è utile per favorire la scoperta e l’apprezzamento di tutti i sapori; curare l’alimentazione sin dai primissimi mesi di vita è importante per prevenire l’obesità e le patologie a essa collegate.

Un progetto che porta su strade che, sia pur non previste inizialmente, consentono di accrescere l’impatto degli interventi proposti andando incontro a bisogni concreti espressi da un territorio o una comunità è, per qualsiasi organizzazione, al tempo stesso una sfida e una grandissima opportunità. Mamme Care proseguirà nei mesi successivi come previsto inizialmente, ma già adesso le prime valutazioni sull’impatto di questa sua declinazione territoriale sperimentale a Castel Volturno stanno stimolando riflessioni su possibili percorsi futuri, nell’ottica di interventi sempre meno standardizzati e più flessibili e adeguati alle persone e ai territori vivi e mutevoli con cui ci confrontiamo.

“Caro me del futuro…”

Una dedica importante, che è stata il punto d’inizio di un intenso laboratorio curato dall’artista olandese Cecile Van Der Heiden, al quale hanno preso parte diversi ragazzi dei centri educativi del Rione Sanità coinvolti nel progetto Sanit-Hub. L’incontro è iniziato con una breve presentazione dell’artista, che ha raccontato delle sue esperienze e delle opere realizzate in diversi paesi del mondo. Al termine della presentazione i ragazzi hanno subito ricevuto le prime indicazioni per orientarsi nel laboratorio: l’artista chiedeva loro di scrivere una lettera ai se stessi del futuro, in cui raccontare i propri sogni e desideri, quelli più grandi e irrealizzabili, sforzandosi di annullare ogni ostacolo. Come se tutto fosse possibile e raggiungibile.

I ragazzi reagiscono con una iniziale diffidenza. Futuro? Me stesso nel futuro? Come si inizia a scrivere una lettera così? E quali sogni raccontare? Proprio tutti? Anche quelli che solo a pensarci viene da ridere per quanto sembrano impossibili? Piano i nostri giovani “sognatori” hanno iniziato a scrivere. Non solo. Hanno anche letto ad alta voce la propria lettera, vincendo la ritrosia e l’imbarazzo di condividere con gli altri desideri e sogni intimi. Ognuno è stato ascoltato con attenzione e, su suggerimento di Cecile, premiato con un applauso e un ringraziamento speciale per aver affidato ai suoi amici una cosa così preziosa come i sogni. Dopo il racconto, è stata la volta della raffigurazione: con pennarelli colorati i ragazzi hanno decorato degli specchi ispirandosi proprio alla loro lettera. Gli specchi, inizialmente tutti uguali, vuoti e incorniciati di bianco, si sono via via animati riempendosi di colori, di scritte, cuori, faccine, slogan. Sul retro ogni ragazzo è stato invitato ad attaccare la lettera scritta al se stesso del futuro. 

E così, tra le tabelline colorate di un aspirante matematico, i disegni di animali di una futura veterinaria, un campo di calcio per un Pallone d’Oro in erba, i ragazzi hanno avuto la possibilità di immaginare il proprio futuro a partire dai propri sogni, rappresentarlo artisticamente senza mai distogliere lo sguardo da se stessi e da ciò che desiderano. Ciascuno specchio rifletteva, in mezzo a frasi e disegni, l’immagine dell’artista che lo stava decorando: in questo modo ciascuno dei ragazzi ha avuto costantemente davanti agli occhi se stesso, un esercizio di introspezione che aveva l’obiettivo di favorire ancora di più l’ascolto interiore. 

Quest’attività ha permesso a ciascun partecipante di entrare in contatto con se stesso e, attraverso la riflessione su un argomento condiviso, con gli altri. È stato un esercizio di creatività e immaginazione che ha portato alla realizzazione di una piccola opera d’arte personalizzata da portare con sé: ogniqualvolta uno dei ragazzi si specchierà, si ricorderà non solo di quest’esperienza, ma anche del proprio sogno. Come se lo specchio fosse una fotografia che cambia nel tempo e rimanda ogni volta un’immagine uguale ma diversa, a cui guardare ogni volta che si vuole, o che magari ci si sente un po’ smarriti. 

Ringraziamo di cuore Cecile Van Der Heiden, che con la sua passione e la sua sensibilità  è rimasta davvero nel cuore di ragazzi e operatori!

La Giornata internazionale del rifugiato: uno sguardo da Pianoterra

Alle origini di Pianoterra c’è il desiderio di creare uno spazio che accolga persone in difficoltà, dove queste possano sentirsi ascoltate e non giudicate, dove possano trovare rifugio e tirare un sospiro di sollievo, metaforicamente ma anche in senso letterale. Un luogo dove fermarsi per un po’, dove trovare riposo da quell’affanno fatto di ansia, paura, diffidenza e solitudine che colora il vivere quotidiano di chi, ad esempio, è senza lavoro, senza il sostegno di amici e familiari perché si trova in un paese straniero, senza un compagno nel delicato periodo della gravidanza e della nascita di un bambino, in condizioni di marginalità e isolamento.

In ciascuna delle sedi in cui interveniamo, e in ciascuno dei progetti che mettiamo in campo tra Roma e Napoli, abbiamo lavorato per creare proprio questo tipo di spazio per le tante famiglie che incontriamo e accompagniamo ogni giorno. Uno luogo percepito anche come rifugio. Per questo Pianoterra è particolarmente sensibile al tema dei diritti dei profughi e dei rifugiati, ricordati in particolare oggi, nella Giornata internazionale del rifugiato. Un tema definito da più parti negli ultimi anni come il tema più importante della nostra era.

La tendenza è di parlarne come di “invasioni”: di masse di individui che premono ai confini della “Fortezza Europa”, sempre più presidiati e mortali, a cui vengono affibbiate le etichette più varie pur di non voler guardare in faccia la loro umanità, la loro soggettività di donne e uomini in fuga da contesti drammatici verso un futuro migliore. Assistiamo ogni giorno allo stillicidio dei numeri su chi arriva e chi viene respinto, o muore, nel tentativo di arrivare; al braccio di ferro tra pezzi di istituzioni muscolari che hanno fatto della chiusura e del respingimento il loro piano d’azione; e a una società civile che, con molte organizzazioni del terzo settore ma anche con cittadine e cittadini comuni, si ribella alla logica della paura e della chiusura e chiede di parlare di persone, e non più di numeri.

A tutto questo assistiamo mentre lavoriamo ogni giorno per offrire un rifugio alle famiglie, alle donne e ai bambini che varcano la nostra soglia; mentre ci poniamo in ascolto delle storie che vogliono condividere con noi; mentre condividiamo con loro uno sguardo “ad altezza d’uomo”,  per creare un terreno di incontro e riconoscimento, unico presupposto per l’efficacia di qualsiasi azione di sostegno che si possa mettere in campo.

Sono in tanti a portarsi dietro etichette quali “richiedente asilo”, “rifugiato” o, peggio, “irregolare” o “clandestino”. A quelle etichette però non consentiamo di varcare la soglia di Pianoterra; le teniamo ben presenti, ovviamente, quando si tratta di dare una mano a chi se le porta attaccate addosso come un fardello a districarsi nella nostra burocrazia per accedere ai diritti di cui sono titolari – anche nel nostro paese – in quanto esseri umani; primo fra tutti il diritto alla salute.

A Pianoterra entrano persone, donne e uomini che hanno difficoltà ma soprattutto speranze, per se stessi e i loro figli.

A loro dedichiamo il nostro lavoro e le nostre energie, e accanto a loro ci schieriamo, tutti i giorni e oggi in particolare, senza cedere al ricatto della paura o alle accuse di “buonismo”. Non siamo “buonisti”, e neppure “buoni”: siamo – o quanto meno cerchiamo di essere – umani.

Mamma, aspetta!

Man mano che i bambini crescono, i genitori si trovano ogni giorno di fronte a nuove esperienze, non sempre facili da affrontare da soli. Per offrire ai genitori la possibilità di avere un confronto su problemi relativi ai propri figli o, più semplicemente, per migliorare la qualità della relazione educativa e affettiva genitori-figli, proponiamo degli incontri psico-educativi di gruppo in cui lasciamo che queste difficoltà emergano e vengano espresse e, assieme, cerchiamo di individuare possibili soluzioni. Oggi condividiamo con voi la testimonianza di un’operatrice che ci offre un interessante spaccato su ciò che accade durante uno di questi incontri; questo in particolare è parte del progetto “Luoghi per nascere“, realizzato grazie al sostegno dell’Otto per mille della Tavola Valdese.

Annamaria, un’insegnante che collabora con Pianoterra in particolare alle attività di lettura precoce, presenta alle mamme l’attività di oggi. Si parte dalla lettura dell’albo “Aspetta” di Antoinette Portis. Il libro riprende alcuni argomenti già trattati: quello del tempo in generale e quello della gestione del tempo nella relazione madre-bambino in particolare. Nel testo le suggestive illustrazioni si alternano a due semplici parole: “Presto!”, pronunciata da una bella mamma sempre di corsa, e “Aspetta”, la risposta del suo curioso bambino.

mamma aspettaIl “viaggio” della coppia madre-bambino nel tentativo di raggiungere il treno per tempo è scandito dal punto di vista della madre, la cui concentrazione passa dall’orologio al cellulare, e dal punto di vista del bimbo, attratto invece dalla bellezza del mondo esterno: un simpatico bassotto, delle ochette al parco che fanno merenda, una bella farfalla nascosta in un cespuglio di fiori colorati. Due punti di vista inconciliabili, “fuori sincrono”, finché, a un passo dal treno accade qualcosa di meraviglioso: il cielo, fino ad allora coperto da nuvoloni carichi di pioggia, si apre per fare spazio a uno splendido arcobaleno. A quel punto mamma e figlio sembrano trovare un accordo sulla gestione del loro tempo. “Sì. Aspetta”, dicono insieme.

Al termine della lettura cala il silenzio tra le mamme. Priya trova il coraggio di far emergere una smorfia di disappunto sul suo viso, a cui segue una risata nervosa. Incoraggiata a parlare, la giovane mamma afferma quanto sia difficile “aspettare”. Il racconto si arricchisce della sua esperienza familiare: tenere conto dei diversi orari e impegni dei figli maggiori e incrociare il tutto con la gestione della piccola Amanda, l’ultima arrivata, senza poter contare su un parente o un’amica a cui eventualmente chiedere aiuto, la rende facilmente irritabile e poco attenta alle esigenze bambini. Spesso fare cose per i figli rende più difficile vederli. 

Un velo di tristezza si stende sul gruppo, che concorda con la puntuale descrizione fatta da Priya. Fioccano i contributi delle altre mamme, ognuna delle quali racconta episodi tratti dalla propria quotidianità. Solo Antonella, la più giovane del gruppo, fa luce su un altro aspetto della lettura: “la bellezza che ti restituisce lo sguardo di un bambino sul mondo!”. I suoi occhi grandi e verdi brillano proprio come quelli di una bambina mentre piano piano prende consapevolezza delle parole appena pronunciate.

Incrociare i due discorsi permette al gruppo di trovare la forza di uscire dall’empasse creatasi poco prima e di iniziare a pensare al tempo come esperienza da condividere con i propri bambini e con altri adulti. L’obiettivo è tentare di dissolvere quel ristagno emotivo e intellettivo che si genera dopo settimane passate da sole con i propri figli e senza possibilità di confronto con altri, una situazione sperimentata da moltissime neo-mamme.

Felicia, che oggi appare particolarmente stanca, esclama “Però è veramente difficile fare questo!”. Il silenzio ripiomba in stanza, come pure la pesantezza di cui ci eravamo a fatica liberate.

Riprendo in mano il libro, e lo sfoglio fino a una pagina che mi aveva colpita: quella in cui mamma e figlio ammirano assieme, stretti in un abbraccio, lo spettacolo offerto dall’arcobaleno. Inizio a parlare del genere di mamma che piace ad un bambino: non è la mamma perfetta, ma quella che sa condividere, che offre il suo contatto, la sua presenza. Per renderli felici e farli crescere con una sana stima di sé è sufficiente “stare” con i propri bambini. Non dobbiamo portarli a vedere spettacoli mirabolanti o fare ogni giorno qualcosa di speciale. Basta fare un puzzle insieme, mescolare il ragù insieme, stendere i panni insieme, guardare un cartone animato insieme, leggere una storia insieme, rimettere in ordine insieme. La parola chiave è “insieme”.

Mi rivolgo in particolare a Gayani, che ancora una volta è venuta da sola, senza il suo bambino. “È ancora piccolo!”, mi risponde imbarazzata. Faccio un respiro per reprimere un primo moto di insofferenza, e invito lei, e indirettamente tutte le altre mamme, a non rimandare e a ricordare che se è vero che la presenza della mamma è importantissima nella vita dei bambini, altrettanto importante è la presenza di questi ultimi nella vita della mamma.

Mentre scrivo questo resoconto, ho ancora davanti l’albo da cui è partita la discussione. Solo adesso faccio caso con attenzione alla dedica che l’autrice ha riservato a sua madre: “Per mia mamma, che ha aspettato”.

La Giornata mondiale dell’Ambiente vista dalla Sanità

Il 5 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale per l’ambiente. Da qualche mese a questa parte la lotta contro il cambiamento climatico e per la salvaguardia dell’ambiente ha il volto di Greta Thunberg, una ragazzina svedese dalle lunghe trecce bionde e dall’incrollabile forza di volontà. Qualche mese fa Greta ha deciso che ne aveva abbastanza di vedere i grandi (gli adulti in generale e i politici in particolare) azzuffarsi su tante questioni più o meno irrilevanti, tralasciando quella che ai suoi occhi è la questione di gran lunga più importante per il futuro dell’umanità. E ha chiamato a raccolta adolescenti e giovani di tutto il mondo, chiedendo loro di prendere posizione per costringere gli adulti, e in particolare chi ha il potere di cambiare le cose, a invertire la rotta e a iniziare a occuparsi seriamente della salvaguardia del nostro pianeta. 

L’immagine di Greta ha fatto il giro del mondo ed è approdata anche al Centro educativo di Pianoterra alla Sanità, dove accogliamo ogni giorno bambini e adolescenti di età compresa tra i 6 e i 17 anni che vivono nel Rione Sanità di Napoli, proponendo loro attività educative e ludico-ricreative di qualità. Lo scorso 15 marzo, in occasione del primo #SchoolStrike4Climate, lo sciopero per l’ambiente e la lotta al cambiamento climatico, anche i ragazzi del Punto Luce, uno dei progetti attuati nel Centro educativo e parte di un programma nazionale di Save the Children Italia di contrasto alla povertà educativa, hanno voluto dire la loro e, assieme agli educatori, hanno preparato uno striscione su cui hanno scritto i loro nomi – un modo per prendere la parola, in prima persona, assieme a milioni di coetanei in tutto il mondo. Lo striscione è stato poi affisso in bella vista sul ponte Maddalena Cerasuolo, che sovrasta il Rione Sanità.

L’iniziativa del 15 marzo si è inserita in un percorso di educazione all’ambiente che gli educatori del Punto Luce portano avanti già da diversi mesi con i bambini e gli adolescenti che frequentano il centro e che prevede diverse attività e iniziative. Dallo scorso autunno Pianoterra ha aderito a un appello lanciato dall’associazione Pro Natura onlus, un gruppo di residenti del Rione Sanità che hanno deciso di recuperare uno spazio non edificato situato in Penninata di San Gennaro, un’area da anni abbandonata e adibita a discarica informale. Negli spazi ripuliti e riqualificati da Pro Natura quindici bambini che frequentano il nostro centro, di età compresa tra i sei e gli undici anni, hanno iniziato a curare un vero e proprio orto urbano in cui coltivano ortaggi ed erbe aromatiche dedicandosi una volta a settimana ad attività quali la preparazione del terreno, la semina, l’irrigazione e la raccolta dei frutti. L’attività di cura di questo spazio verde è strettamente legata a un’altra attività importante per i bambini e i ragazzi, ossia l’educazione alimentare: ortaggi ed erbe aromatiche, una volta maturi, vengono proposti ai bambini a merenda, magari sotto forma di freschi smoothies, con l’obiettivo di educarli a una sana e corretta alimentazione che sia anche rispettosa dei cicli della natura.

L’educazione all’ambiente al Centro educativo di Pianoterra alla Sanità passa anche attraverso una serie di pratiche quotidiane trasversali a tutti i progettiattuati nel centro: applichiamo con rigore la raccolta differenziata, insegnando ai bambini a riconoscere i diversi materiali per decidere come smaltirli adeguatamente; abbiamo abolito le stoviglie di plastica sostituendole con quelle lavabili, chiedendo anche la collaborazione delle famiglie e il risultato è stato una sensibile riduzione del volume di rifiuti prodotti a ogni merenda o festa; abbiamo integrato i materiali di scarto nei nostri giochi e nelle attività creative che proponiamo ai bambini e ai ragazzi, stimolando la loro creatività e mostrando loro come un pezzo di cartone, una bottiglia di plastica, uno scampolo di tessuto possa avere mille vite prima di finire tra i rifiuti. 

Insomma, con i nostri bambini e ragazzi abbiamo a cuore l’ambiente e il futuro del nostro pianeta, e dal nostro piccolo Centro educativo nel cuore della Sanità cerchiamo di dare il nostro contributo e, soprattutto, di attivarci in prima persona, grandi e piccoli. Perché se c’è una cosa che Greta ci ha insegnato è che ognuno di noi può fare la differenza. 

Buona Giornata dell’ambiente a tutte e a tutti!

Al museo con fasce e passeggini!

Un gruppo rumoroso composto da 18 mamme, 1 papà, 15 bimbi di età compresa tra un mese e nove anni, 9 operatori ed un imprecisato numero di carrozzine e passeggini. È questa la compagine di Pianoterra che ieri ha affollato il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) e che, grazie alla disponibilità e all’attenzione dello staff museale, ha potuto visitare gratuitamente la mostra “Canova e l’antico” magistralmente allestita nelle splendide sale di uno dei musei più belli e antichi d’Europa. I membri di questo gruppo di visitatori speciale partecipano a diversi progetti di Pianoterra, dal corso di italiano e quello di cucito dello Spazio Mamme, dai programmi di sostegno all’allattamento e alla genitorialità di 1000 giorni al corso di ginnastica, dai laboratori creativi di NEST e alle attività educative del Punto Luce.

Il gruppo, lo diciamo subito, ha destato immediatamente interesse e curiosità. Diversi operatori del museo si sono avvicinati ai bambini e ai loro genitori, hanno sorriso e giocato con loro per tutta la durata della visita e alla fine si sono raccomandati di tornare presto, perché “è stato bello vedere il museo pieno di bambini così piccoli, pieno di colori e di vita”.
Proporre a mamme e bimbi piccoli una gita al museo non è per Pianoterra un’esperienza nuova. Da anni portiamo avanti progetti finalizzati non solo alla conoscenza concreta e diretta dei luoghi storici della città di Napoli ma, più in generale, a promuove percorsi di “avvicinamento alla bellezza”, percorsi di estetica che al lavoro individuale di sostegno associano esperienze in vivo, momenti di leggerezza e svago che hanno finalità altrettanto importanti. Mentre eravamo davanti al museo, in attesa dell’arrivo di tutti, una delle partecipanti ha esclamato: “Ogni tanto queste cose ci vogliono, per non pensare solo alla casa e ai figli. E poi sono cose importanti, per acculturarsi”. È esattamente questo il senso del lavoro che Pianoterra quotidianamente porta avanti: consentire alle mamme che partecipano alle attività che proponiamo di vivere dei momenti diversi da quelli quotidiani, durante i quali hanno la possibilità, appunto, di “acculturarsi”, di emanciparsi. Momenti fondamentali, lo sappiamo bene, anche per il benessere dei loro bambini. Sono infatti proprio i bambini i primi ad aver bisogno che le loro madri restino donne, che si concedano uno spazio altro, uno spazio di libertà.

Il gruppo si è spostato da una sala all’altra del museo accompagnato dal racconto di Ruggiero Ferrajoli, che ha saputo incantare e catturare l’attenzione di grandi e piccini. Piano piano, opera dopo opera, scultura dopo scultura, anche le mamme che sembravano meno interessate hanno iniziato a guardarsi intorno e a fare domande alle guide. “Perché ci sono quei chiodini nel gesso?”. “Ma quanto tempo ci voleva per fare questa statua?”. “Ma quanto costano queste statue?”. “Ma come faceva a fare le facce così lisce?”. Alla fine le mamme che frequentano il corso di italiano hanno chiesto alla loro insegnante Luisa di riprendere i temi trattati dalla mostra nella prossima lezione, per poterli approfondire ancora.
Anche i bambini, soprattutto i più grandicelli, hanno ammirato incantati quello che li circondava. Ascoltavano con grande attenzione, ma soprattutto grande meraviglia, le affascinanti spiegazioni di Ruggiero sulle varie tecniche di scultura impiegate dal maestro del Neoclassicismo. Poco prima della fine della visita proprio i bimbi hanno chiesto agli operatori di poter visitare altre sale, ammirare altre statue, ascoltare altri racconti, ancora e ancora…

Che dire? Della bellezza non se ne ha mai abbastanza! Le mamme e i bambini però possono stare tranquilli: torneremo di sicuro nelle magnifiche sale del MANN, una delle istituzioni più accoglienti e professionali con cui Pianoterra collabora a Napoli.

Nasce un bambino, nasce una mamma

Si dice che quando nasce un bambino nasce anche una mamma. Per questo nel mese dedicato alle mamme condividiamo con voi una riflessione sul momento della nascita e sul suo significato per una donna e per un bambino. A firmarla è Arianna Russo, psicologa e responsabile dell’Area Nascita e Maternità di Pianoterra

Buona lettura!

La nascita, l’evento con il quale una nuova vita viene al mondo, è al centro dei principali progetti di Pianoterra. È infatti questo il momento decisivo per garantire a bambine e bambini una “partenza felice” e per avviare l’opera di prevenzione che ne sosterrà lo sviluppo e una crescita sana. Ma per il neonato venire al mondo è un compito faticoso da affrontare e da portare avanti, sin dall’evento traumatico del parto. Allo stesso modo, è faticoso il compito dei genitori: prendersi cura del piccolo almeno nei primi anni di vita. Faticoso, ma cruciale.

Questi anni di lavoro a Pianoterra mi hanno infatti confermato che sono gli avvenimenti relazionali e di accudimento, a partire dalla nascita, a consentire ai neonati di sviluppare le capacità necessarie per vivere. Accompagnati dai genitori, nutriti dalla fiducia che questi sapranno trasmettere loro, bambini e bambine saranno in grado di affrontare il processo mediante il quale la dipendenza infantile a poco a poco cederà il passo a un’esistenza più autonoma e consapevole. Imparare a osservare questo incontro relazionale è stato importantissimo nel mio lavoro: spesso, infatti, consapevoli delle conseguenze dell’assenza delle fondamentali funzioni genitoriali, e di quanto queste ultime possano essere influenzate dalle condizioni sociali del nucleo familiare, ci troviamo a intervenire per accompagnare i neogenitori verso l’attivazione di un nuovo e diverso circuito relazionale. Il cammino verso la genitorialità dovrebbe implicare una comunicazione emotiva tra madre e bambino sin dalla vita fetale. Ma a volte, soprattutto quando una situazione di disagio provoca la mancanza di questa consapevolezza, tale comunicazione stenta a emergere.

Per questo cerchiamo di intercettare donne ancora in gravidanza, proponendo loro di partecipare a corsi di accompagnamento alla nascita organizzati sul territorio. Se per qualche ragione non ne hanno la possibilità, proponiamo degli incontri di gruppo “last minute” che hanno l’obiettivo di favorire l’incontro-confronto tra future mamme e accompagnarle, con la guida di un’ostetrica e un’educatrice perinatale, ad affrontare il momento del parto e della nascita del bambino in modo più consapevole. Queste forme di assistenza prenatale hanno l’obiettivo di promuovere la salute delle donne in gravidanza, identificare e trattare eventuali condizioni di stress e favorire la salute del neonato; più in generale, fanno parte di un percorso educativo e di sostegno alle donne, ai partner e alle famiglie, per supportarli nella transizione alla genitorialità e aiutarli a fare scelte informate. Quando è possibile, questo percorso prosegue nei primi giorni del puerperio. È infatti rispondendo adeguatamente ai bisogni del lattante, in un processo di reciproco adattamento e soddisfazione, che una donna “diventa madre”.

Rispetto a questa situazione ottimale, la realtà propone altri scenari, e non sempre la nascita di un bambino rientra in un progetto familiare definito. Per le coppie, le famiglie monoparentali e le mamme-teen che vivono situazioni di svantaggio sociale e di disagio, la gravidanza e la nascita del bambino costituiscono eventi perlopiù agiti fisicamente e non preceduti da una scelta, da un pensiero condiviso: solo l’evento della nascita mette a confronto i neogenitori con l’esistenza di un figlio e con la responsabilità che comporta, responsabilità da cui spesso si sentono oppressi e spaventati.

Spesso anche i figli di donne che in precedenza hanno subito aborti o hanno partorito neonati deceduti in epoca neonatale soffrono la mancanza di un progetto familiare consapevole. In questi casi la nascita del bambino può essere preceduta da periodi di intensa angoscia; il più delle volte la ricerca della nuova gravidanza non è successiva all’elaborazione del precedente lutto, ma è un modo per rimpiazzare il bambino perduto.

Ancora più complessa è la condizione delle madri migranti. La nascita di un figlio pone il nucleo familiare di fronte ad almeno due ordini di problemi: la mancanza della madre della puerpera (e del sistema familiare più allargato) e la diversità culturale dei contesti di cura e di assistenza. Priva della propria rete parentale di supporto, la famiglia del nuovo nato – e in particolare la madre – va facilmente incontro a vissuti di solitudine ed emarginazione. La relazione di cura con le madri migranti ci obbliga a mettere in discussione anche il nostro lavoro nei loro confronti: comprendere a fondo la loro domanda di aiuto non è facile, a causa di problemi sia linguistici, sia culturali; per esempio, occorre confrontarsi con le pratiche e i saperi che spesso queste donne vogliono mettere in atto durante la gravidanza, il parto, l’allattamento, la cura e il contatto fisico con il figlio.

Un altro ambito in cui spesso ci troviamo a intervenire è quello delle nascite pretermine. Per i genitori può essere difficile tollerare l’incubatrice, le cure mediche invasive a cui il neonato prematuro è sottoposto e l’attesa del momento in cui possono finalmente prenderlo tra le proprie braccia. Di qui la necessità di sostenerli e supportarli emotivamente sin dai primi giorni di degenza nel reparto di Terapia intensiva neonatale (Tin).

Nonostante la cornice (familiare, economica, sociale, culturale, medica) all’interno della quale viene generato il neonato sia differente da caso a caso, vi sono però aspetti di carattere emotivo che accomunano i genitori. In effetti, le mamme che incontriamo a Pianoterra esprimono spesso il bisogno di essere aiutate a guardare i loro piccoli, incoraggiate a stabilire con loro un legame unico, intimo, diretto. Sottolineare l’importanza dell’osservazione diretta del piccolo, insieme alla trasmissione di specifiche conoscenze e alla spiegazione del significato dei comportamenti del piccolo, è un modo per evitare che l’angoscia comprometta l’incontro tra genitori e bambino. Il nostro ruolo, dunque, non consiste nell’“insegnare” come bisogna essere o cosa bisogna fare, ma nel cercare di far emergere le capacità dei genitori e nel sostenerle per migliorare le condizioni psicofisiche di sviluppo del bambino.

Oltre a incoraggiare le diverse modalità di contatto con i bambini, il nostro lavoro consiste nel sostenere le mamme anche nella raccolta del proprio latte – un gesto ancora più importante per le madri dei bambini in Tin. Questo tipo di sostegno alla neomamma consente una sorta di addomesticamento di aspetti potenzialmente dirompenti e intrusivi e si traduce in un contatto piacevole che prenderà la forma di una esperienza emotiva ricca e appassionata. Da questo incontro nasce il legame unico tra madre e figlio, ma soprattutto nascono l’amore per la vita, la curiosità e l’interesse per il mondo.

Non si nasce genitori, lo si diventa. E, talvolta, non esattamente nel momento in cui si mette al mondo un figlio. Analogamente, la nascita non è soltanto l’evento con cui materialmente si viene alla luce. Contribuire a una “seconda nascita”, a una nascita simbolica: lavorando come operatrice di Pianoterra può succedere anche questo.

 

Questo testo è contenuto nel volume “Dieci anni di Pianoterra. Un bilancio”. Potete scaricare la pubblicazione cliccando qui!

Bambini sani, un investimento per la salute in età adulta: intervista al pediatra Giuseppe Cirillo

Oggi vi proponiamo sul nostro blog un’intervista al pediatra Giuseppe Cirillo, membro dell’Associazione Culturale Pediatri e collaboratore di Pianoterra da diversi anni. Con il dott. Cirillo abbiamo parlato di un argomento che sta alla base di tutti gli interventi che mettiamo in campo ogni giorno, ossia l’importanza della prevenzione e dell’intervento precoce quando si parla di salute dei più piccoli.
Buona lettura!

Dott. Cirillo, come si potrebbe definire un bambino sano?
Un bambino sano è un bambino che non ha problemi né dal punto di vista fisico né da quello dello sviluppo psichico, e che sta costruendo bene la sua salute futura. La salute da bambini influenza moltissimo la salute da adulti, perciò investire su questo significa anche investire per quando saranno grandi. 

Quali sono i fattori che più mettono a rischio la salute di un bambino o che compromettono una crescita sana?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo adottare un approccio alla salute relativamente complesso, come il modello biopsicosociale sostenuto dallOrganizzazione mondiale della sanità, che tiene nel debito conto i determinanti “distali” della salute (reddito, posizione lavorativa ecc.), che a loro volta influenzano i determinanti “prossimali” (comportamenti, abitudini, stili di vita ecc.). Da questo punto di vista, una condizione sociale difficile dei genitori può essere un fattore di rischio per la salute dei bambini. Anche se le condizioni sociali di un bambino migliorassero nel corso della vita, la sua salute da adulto sarà fortemente influenzata da quello che è gli successo nei primi mille giorni” di vita 

È possibile disinnescare i fattori di rischio di tipo sociale, o almeno limitarne l’impatto? 
È difficile implementare il modello biopsicosociale in Italia, specialmente nel centro-sud, perché il sistema sanitario è organizzato per prestazioni e non per prese in carico, e quindi procede con interventi puntiformi che, soprattutto nelle situazioni di difficoltà sociale, sono assolutamente insufficienti. Il sistema sanitario aspetta che le persone arrivino quando hanno bisogno, selezionando di fatto quelle più consapevoli dei loro problemi. Ma se si organizzasse in modo attivo, andando a cercare le persone dove è sicuro di trovarle (per esempio nei reparti maternità) e trasformando le occasioni di contatto in occasioni di accoglienza e prevenzione, le diseguaglianze in materia di salute diminuirebbero. 

Quali sono le peculiarità di Pianoterra nell’ambito della prevenzione e della salute dei bambini?
L’associazione privilegia due elementi molto importanti: la relazione e l’autonomia. Senza relazione l’accoglienza non ha senso, e puntare all’autonomia delle persone significa informarle, farle confrontare anche tra loro. Questi due elementi riducono la dipendenza dai servizi nella gestione della salute, anche quella dei bambini. Inoltre Pianoterra lavora proprio sui “mille giorni”. Di fatto in Italia non esiste (o è scarsissima) la presa in carico della gravidanza “normale” da parte del servizio sanitario pubblico: basti pensare allo stato in cui versano i consultori – e comunque le donne che vanno al consultorio sono quelle più informate, non quelle più a rischio. Ci sono donne, soprattutto immigrate, che vedono per la prima volta il ginecologo al momento del parto. Intercettare queste donne non è facile, ma si può fare. Pianoterra lo fa, anche se in piccolo, e il suo approccio andrebbe esteso il più possibile. 

Come trasformare l’ambulatorio da luogo in cui si va quando c’è un problema a luogo di prevenzione?
Gli incontri con il pediatra organizzati a Pianoterra sono un buon esempio. Le mamme portano i bambini quando c’è un problema, e in questo si avvicinano a un ambulatorio clinico, ma sono inseriti in un sistema di accoglienza che ha un approccio integrato ai problemi delle persone. I bambini che visitiamo hanno già il pediatra di famiglia, perciò questi incontri hanno piuttosto una funzione di consulenza e, come altre attività di orientamento e accompagnamento di Pianoterra, di sostegno nell’accesso ai servizi. Purtroppo per chi si trova condizioni sociali difficili è complicato anche accedere ai servizi: è un fatto gravissimo, e noi cerchiamo sostenere i bambini che scontano questa difficoltà. 

 

Quest’intervista è stata pubblicata sul nostro bilancio di missione “Dieci anni di Pianoterra”. Qui potete scaricare la pubblicazione integrale.

Rendi davvero speciali le tue occasioni importanti con le bomboniere solidali di Pianoterra

Siamo ormai in piena primavera, e si avvicina a grandi passi il periodo delle feste e delle cerimonie! Matrimoni, lauree, battesimi, comunioni, cresime… sono giornate speciali, spesso tra quelle che ricorderemo per sempre. Soprattutto, sono giornate che trascorreremo circondati dalle persone a cui vogliamo più bene.

Da oggi potrete trasformare questi momenti di gioia e condivisione in un gesto concreto di generosità e solidarietà a favore delle mamme e dei bambini che sosteniamo ogni giorno con i nostri progetti.

Come? Scegliendo di donare ai vostri ospiti una delle nostre bomboniere solidali e diventando così non solo sostenitori, ma veri e propri “ambasciatori” dei nostri progetti e raccontando ai vostri amici e parenti un pezzetto del nostro impegno a favore delle famiglie più vulnerabili.

Visitate la nuova sezione del nostro sito dedicata alle bomboniere solidali: troverete diverse proposte di inviti, ringraziamenti, pergamene e sacchetti portaconfetti, tra cui una davvero speciale! Scegliete quella che più vi piace utilizzando l’apposito modulo o contattandoci direttamente ai seguenti recapiti:

comunicazione@pianoterra.net

06.64871129

Trasformeremo le vostre bomboniere in un sostegno diretto alle tante famiglie con cui lavoriamo ogni giorno!

Grazie di cuore!

Una mappa per la famiglia Milic: accogliere, ascoltare e orientare

Orientare le famiglie ai servizi socio-sanitari presenti sul territorio, indirizzandole e spesso accompagnandole anche di persona, e aiutandole a districarsi tra indicazioni e informazioni spesso confusionarie, soprattutto per chi non padroneggia la lingua italiana. Questa è una parte rilevante del lavoro che facciamo ogni giorno con le persone che prendiamo in carico con i nostri servizi, dedicandovi tempo e attenzione, ben consapevoli del fatto che spesso da un’informazione veicolata in modo adeguato e compresa a pieno passa qualcosa di molto più importante della possibilità di accedere a un servizio, ossia la possibilità di godere di un diritto garantito (quello alla salute, ad esempio.)

Nella testimonianza che pubblichiamo di seguito, contenuta nel nostro bilancio di missione “10 anni di Pianoterra“, una nostra operatrice racconta una delle tante storie che hanno attraversato Pianoterra e che restituisce la dimensione relazionale che c’è dietro un’attività di orientamento.

 

Una mappa per la famiglia Milic

Che cosa fai se sei tuo figlio di pochi giorni dorme tanto, è spesso irrequieto e qualche volta salta una poppata? Dipende.

Dipende da chi sei, dove ti trovi, cosa sai dei neonati e di come allevarli, a chi puoi rivolgerti per chiedere aiuto o un semplice consiglio. Se sei una donna serba arrivata a Napoli, dove vive tuo marito, pochi giorni prima di far nascere il tuo primo figlio e non hai idea di come si cresce un bambino, se non ci sono tua madre, le tue zie o le tue amiche a darti un consiglio e non puoi neanche chiedere alla vicina perché non parli una parola di italiano, è facile cadere in preda all’ansia. Se sei un uomo serbo senza permesso di soggiorno, con un lavoro in nero che ti dà due soldi in cambio di tanta fatica, se vedi tua moglie disperata e tuo figlio che piange, può darsi che l’unica opzione per te sia portare il piccolo al pronto soccorso più vicino.

Poi lì possono succedere due cose. O i medici ti rimandano a casa dicendo che il bambino non ha niente, o trovi qualcuno che prova a darti quello che ti serve: una bussola per orientarti.

Di fronte alla famiglia Milic (i nomi sono di fantasia, ndr), i medici del pronto soccorso dell’ospedale Santobono-Pausillipon di Napoli scelgono la seconda strada, e fanno intervenire l’assistente sociale. Quest’ultima, a sua volta, coinvolge Fiocchi in ospedale, lo sportello di accoglienza e orientamento a neogenitori parte di un programma nazionale di Save the Children Italia che Pianoterra gestisce all’ospedale Cardarelli, dove era nato il piccolo. L’operatrice di Pianoterra contatta Ermir, il marito, e lo invita con la moglie Luiza e il piccolo Alban per un incontro nella stanza di Fiocchi in ospedale al Cardarelli.

Qui, nonostante le difficoltàdi comunicazione l’operatrice si rende conto che il principale problema della coppia, in questo frangente, è un mix letale che ha visto tante altre volte: isolamento sociale, inesperienza e conseguente mancata attivazione delle capacità genitoriali, assenza totale di informazioni sui servizi presenti sul territorio che potrebbero offrire loro il sostegno di cui hanno bisogno. Del resto, durante questo incontro un pediatra visita il piccolo Alban e conferma che il piccolo sta bene. Il problema è mettere in grado Luiza ed Ermir di interpretare correttamente i segnali del bambino e farli sentire sicuri che lo stanno accudendo nel modo giusto. Al tempo stesso, naturalmente, è fondamentale assicurargli l’assistenza pediatrica a cui ha diritto.

Perciò l’operatrice di Pianoterra informa subito la coppia dell’esistenza degli ambulatori Stp (Stranieri temporaneamente presenti) presso le Asl, che consentono anche agli stranieri privi dei regolari permessi di soggiorno in Italia di iscriversi al Servizio sanitario nazionale. Ne identifica uno che offre anche un servizio di mediazione linguistico-culturale specializzato nell’accompagnamento di cittadini stranieri di recente immigrazione, lo contatta spiegando la situazione dei Milic ed esorta Ermir ad andarci al più presto.

I tre tornano a casa e, in attesa che Ermir trovi il modo di attivarsi, l’operatrice di Pianoterra gli fa qualche telefonata per monitorare la situazione. Quando finalmente Ermir va all’ambulatorio per stranieri, ottiene la tessera Stp per sé, per Luiza e per Alban, che permetterà al neonato di essere seguito da un pediatra nella crescita e ai genitori di avere informazioni sul calendario vaccinale.

Poi, come d’accordo con i medici del Santobono-Pausillipon, a due settimane dal ricovero in pronto soccorso i Milic tornano in ospedale per un controllo. Dopo la visita, l’assistente sociale del Santobono-Pausillipon contatta nuovamente lo sportello di Fiocchi in ospedale: Alban è in buona salute e i genitori appaiono più sicuri, più capaci di capire le esigenze del piccolo, e hanno un’idea abbastanza precisa dei servizi socio-sanitari da interpellare se dovessero sorgere altre difficoltà.

Che cosa fai se sei tuo figlio di pochi giorni dorme tanto, è spesso irrequieto e qualche volta salta una poppata? Dipende.

Puoi essere chiunque, ma se intorno a te si crea una rete di sostegno abbastanza ampia, fatta di professionisti, privati e non, che svolgono il proprio lavoro in modo serio, responsabile e rispettoso, tra le mani ti ritroverai una mappa capace di orientarti e di aiutarti a prendere la decisione giusta.

Aisha e la sfida di diventare mamma in un’altra lingua

Ogni giorno varcano la soglia di Pianoterra molte donne in gravidanza o neo-mamme di origine straniera. Le loro provenienze sono diverse, e diversi sono i tragitti che hanno compiuto per ritrovarsi oggi qui. Tutte però sono accomunate da un’esperienza, quella della gravidanza e del parto, che è al tempo stesso quanto di più legato alla natura e di più profondamente segnato dalla cultura, con le sue specificità e differenze.

Aisha è una di loro. Una donna mite e dolce, già madre di un bimbo e in attesa di un secondo. Viene dal Marocco, e durante i primi colloqui con la nostra psicologa ci parla della sua stanchezza, della fatica di correre dietro a tutte le incombenze familiari. Parla di stanchezza, ma si intravede anche altro: tanta solitudine. Sembra che per questo nuovo bambino che lentamente cresce dentro di lei non ci sia spazio, e lei ne soffre.

Aisha entra nel programma 1000 Giorni e inizia a frequentare con regolarità Pianoterra. Partecipa a diverse attività di gruppo assieme ad altre future mamme, tutte diverse da lei, provenienti da tanti paesi lontani o dal quartiere accanto, ma temporanee compagne in questo viaggio speciale. Nel corso di questi incontri incoraggiamo Aisha a iniziare a interagire con il bambino, che si chiamerà Ahmed. Lo sa che già da adesso il piccolo è in grado di sentire e vedere? Che nel pancione fa tante cose, gioca, inizia a esplorare, e soprattutto sente lei, la sua mamma? Aisha inizia piano piano a far spazio ad Ahmed: assieme alle nostre operatrici e alle altre mamme ricorda e canta le nenie e le filastrocche della sua infanzia, si accarezza la pancia… piccoli gesti, importantissimi per costruire con il piccolo una relazione che proseguirà anche dopo la nascita.

Piano piano Aisha prende coraggio, vuole sapere di più, fa molte domande sulle indicazioni ricevute durante gli incontri con gli esperti di salute materno-infantile previsti dal programma 1000 Giorni. Trova spazio e accoglienza alle sue curiosità e ai suoi dubbi sugli esami da fare in gravidanza, su come “guardare” un’ecografia per iniziare a scorgere il suo Ahmed. Impara a dare un significato alle tante parole che affollano il suo percorso nascita: liquido amniotico, cordone ombelicale, valori del sangue, pressione…

Aisha è più sorridente e conferma che anche a casa le cose vanno meglio. Inizia condividere con le operatrici e con le altre mamme pezzi importanti della sua vita: porta il braccialetto che sua madre ha regalato al suo primogenito, ci racconta degli usi e dei rituali che accompagnano la nascita in Marocco. Tra le tante cose si fa strada il ricordo del primo parto, avvenuto con un cesareo che le ha lasciato tanta confusione, anche perché nessuno si è soffermato a spiegarle cosa le stava accadendo e il perché di quella procedura. Grazie al lavoro paziente con le nostre operatrici e con l’auto di video, immagini e dimostrazioni pratiche, Aisha impara a dare un nome alle fasi del travaglio e del parto riesce a ricostruire ciò che le è accaduto nel primo parto. Un altro piccolo tassello che serve a darle serenità.

Nel percorso di accompagnamento alla nascita iniziato assieme ad Aisha erano previsti anche incontri sulle prime cure da riservare al neonato nelle prime settimane dopo la nascita, ma Ahmed aveva fretta di venire al mondo e Aisha partorisce con qualche settimana di anticipo. La sentiamo al telefono e incontriamo suo marito Ichem per consegnare loro la nostra Valigia Maternità, che la futura mamma porta a casa poco prima del parto al termine del percorso di accompagnamento alla nascita del programma 1000 Giorni.

Pochi giorni dopo il rientro a casa andiamo a trovare lei e il piccolo Ahmed. Aisha è felicissima di vederci ma anche dispiaciuta, perché non ha potuto accoglierci come avrebbe voluto e la sua casa – come quella di tutte le neo-mamme, ci affrettiamo a rassicurarla – è non è molto in ordine. Controlliamo assieme a lei il libretto pediatrico con tutti i dati alla nascita del bambino. Parliamo dei passi successivi, delle visite e dei controlli da fare, della scelta del pediatra, ma anche delle prevedibili difficoltà che avrebbe incontrato a gestire la sua quotidianità con due bimbi piccoli e un marito assente molte ore al giorno per lavoro.

Finalmente Ahmed si addormenta placido in braccio a una delle operatrici, e Aisha può fare quello che avrebbe voluto fare sin dall’inizio: offrirci tè e frutta secca, come si fa in Marocco quando si riceve una visita, accompagnati da una sorta di pancake non lievitato di farina e semola. Si rilassa un po’ e ci racconta di come ha conosciuto suo marito, del loro matrimonio, di come sono arrivati in Italia. Ci mostra le foto di amici e parenti lasciati in Marocco. Ridiamo e scherziamo, facciamo assieme mille progetti sulle grandi passioni di Aisha, il cucito e la cucina, e andiamo via tra tanti baci e abbracci e la promessa di rivederci presto a Pianoterra.

Aisha ringrazia spesso il suo Dio per ciò che ha, nonostante le tante difficoltà. La capacità che lei e le tante altre donne che incontriamo ogni giorno hanno di adattarsi a condizioni di vita complicate, segnate dalla precarietà giornaliera e spesso dalla mancanza di risorse economiche di base non cessa mai di stupirci, così come la speranza, la fiducia illimitata nella vita e la grazia innata nel porgere quel poco che hanno se si tratta di accogliere un ospite.

In tutte le culture sono previste forme di assistenza e protezione del post-parto, una fase delicatissima in cui spesso la donna si affida a una rete familiare e amicale che mette in campo, anche in modo inconscio, saperi e pratiche antiche e rituali che consentono il passaggio “da figlia a madre”. Le donne di origine straniera si trovano spesso a dover affrontare questo momento da sole, isolate sia socialmente che a causa della barriera linguistica. Questo isolamento che le rende più fragili e vulnerabili può essere spezzato da una rete di supporto alla pari: altre donne e madri che danno una mano con le faccende di casa, che preparano un pasto caldo o si offrono di andare a prendere a scuola gli altri figli, amiche con cui ridere e alleggerire il carico quotidiano per guardare al futuro di se stesse e della loro famiglia con una nuova energia. Ma occorrono anche servizi alla famiglia che siano sensibili alle differenze culturali e predisposti al confronto con utenti che hanno storie diverse.

A Pianoterra cerchiamo di comporre attorno alle future mamme una rete di sostegno e supporto che coinvolge le nostre operatrici, i servizi presenti sul territorio, ma anche tutte le donne che frequentano l’associazione e che spesso contribuiscono a formare quel gruppo di pari all’interno del quale una futura mamma può trovare supporto, confidenza, amicizia. E sentirsi meno sola.

Abbiamo potuto sostenere Aisha durante la gravidanza e nella fase successiva al parto, con visite domiciliari e incontri in sede, grazie al progetto “Mamme Care“.

Pianoterra partecipa alla Stracittadina di Roma!

Il 7 aprile Pianoterra Onlus parteciperà alla Stracittadina della XXV Maratona Internazionale di Roma: 5 km di passeggiata nel centro storico di Roma con partenza dai Fori Imperiali poco dopo lo start della Maratona internazionale e arrivo al Circo Massimo. L’Associazione ha infatti aderito al Charity Program della manifestazione, una iniziativa degli organizzatori che mette insieme i valori dello sport a quelli della solidarietà. Grazie a questo programma, la Stracittadina diventa un’occasione per sostenere i progetti e le iniziative di Pianoterra a favore di mamme e bambini in difficoltà a Roma e Napoli.

Aderire a questa iniziativa è semplicissimo! Iscrivendosi alla Stracittadina attraverso Pianoterra, parte della quota di iscrizione andrà a sostenere direttamente il nostro programma 1000 Giorni a favore di donne in gravidanza, neo-genitori e bimbi fino ai 3 anni che vivono in condizioni difficili, e in particolare il nostro sportello nel quartiere di Tor Sapienza a Roma.
 

L’invito è aperto a tutti: da 0 a 99 anni, a piedi o in monopattino, in passeggino o in fascia, di corsa o camminando… sono tutti i benvenuti per una mattinata di festa e attività all’aria aperta all’insegna della solidarietà!

La quota di partecipazione è a partire da 15,00 €. 5,00 € saranno destinati all’iscrizione vera e propria, e daranno diritto al pettorale di gara e a una sacchetta di gadget previsti dagli organizzatori della manifestazione, il resto andrà a sostenere direttamente i nostri progetti. Potete aderire con una delle seguenti modalità.

Potete iscrivervi venendo presso la nostra sede (Largo di Sant’Alfonso 5, zona Piazza Vittorio, tutti i giorni dalle 9.30 alle 17.00). Vi faremo compilare il modulo di iscrizione e versare la quota di partecipazione. Vi rilasceremo contestualmente la ricevuta da utilizzare per ritirare il kit di gara presso il centro Ragusa Off (zona Ponte Lungo) dal 4 al 6 aprile. Possiamo provvedere anche noi al ritiro dei kit e renderli disponibili presso la nostra sede.

Potete in alternativa iscrivervi effettuando un bonifico bancario (Associazione Pianoterra Onlus IBAN: IT41U0303203418010000001987) e specificando nella causale “Partecipazione alla Stracittadina”. In tal caso dovrete inviarci la scansione del modulo di iscrizione compilato che potete scaricare a questo link. In tal caso saremo necessariamente noi a ritirare il kit previsto dagli organizzatori della maratona.

I kit di gara ritirati da noi saranno disponibili presso la nostra sede nelle giornate del 4 e 5 aprile.

Per avere maggiori informazioni scriveteci a comunicazione@pianoterra.net o chiamateci al +39 340 0716353

Vi aspettiamo numerosi!

La pelle | Gianni Rodari

Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole
Pelle Gialla come il limone
tanti colori come i fiori.
Di nessuno puoi farne a meno
per disegnare l’arcobaleno.
Chi un sol colore amerà
un cuore grigio sempre avrà.

Dieci anni di lavoro all’insegna del cambiamento

In questi giorni i social sono stati attraversati da una delle tante trovate diventate virali, la cosiddetta #10yearschallenge: gli utenti del web hanno fatto a gara a postare foto di come erano dieci anni fa e come sono diventati oggi, spesso lasciando commenti su come le loro vite e loro stessi siano nel frattempo cambiati. Noi abbiamo pensato di condividere con voi una riflessione proprio sul tema del cambiamento scritta dalla nostra presidente e contenuta nello speciale bilancio di missione per i primi dieci anni di attività che abbiamo pubblicato qualche mese fa, e una serie di dati per raccontarvi come e in che cosa siamo cambiati anche noi a Pianoterra.

Buona lettura!

Affiancare le persone più vulnerabili in un percorso di cambiamento: è forse questa la sintesi più precisa dell’essenza di Pianoterra. Ogni giorno, ci sforziamo di accompagnare il cambiamento contribuendo a imprimergli una direzione e a fornirgli l’energia necessaria – fiducia, autostima e altre risorse che spesso sono nascoste. Cerchiamo di attivare queste risorse, di mettere in luce le alternative, di aprire finestre su altri mondi. Lavorare per il cambiamento, per avviare con le persone che incontriamo un percorso di autonomia e di uscita da una condizione di dipendenza, significa lavorare con il cambiamento, interagire con tutte le sue manifestazioni, anche le più piccole e apparentemente trascurabili.

Pianoterra ha dieci anni. Come tutte le cose vive, anche la nostra organizzazione è cambiata: è cresciuta, si è trasformata adattandosi alle situazioni, agli incontri con le diverse realtà con cui è entrata in relazione.

Quando assieme agli altri soci fondatori iniziammo a ragionare su cosa Pianoterra dovesse essere, il mio desiderio era di creare uno spazio che offrisse ascolto a persone in difficoltà, dove queste potessero sentirsi accolte e non giudicate, dove potessero tirare un sospiro di sollievo, metaforicamente ma anche in senso letterale. Immaginavo un luogo dove fermarsi per un po’, dove trovare riposo da quell’affanno fatto di ansia, paura, diffidenza e spesso solitudine, che colora il vivere quotidiano di chi, per esempio, è senza lavoro, senza il sostegno di amici e familiari perché si trova in un paese straniero, senza un compagno nel delicato periodo della gravidanza e della nascita di un bambino, in condizioni di marginalità e solitudine. Vedevo uno spazio calmo e accogliente dove poter tornare in contatto con quella parte di sé che facilmente si perde nelle mille complicazioni del quotidiano e che è proprio la parte dove sono custodite le nostre risorse.

In dieci anni abbiamo visto moltissimi piccoli grandi passi, momenti che confermano la nostra idea iniziale: accoglienza, ascolto e rispetto dell’altro, che sono alla base delle nostre azioni, possono essere non solo un sostegno prezioso nel processo di cambiamento, ma anche il detonatore che innesca il processo. Ogni lavoro di trasformazione dovrebbe partire da qui, tenendo a mente che il vero potenziale di ciascuno spesso è celato da pesanti strati di sofferenza, di fatica, di paura.

Osservare i dettagli della nostra condizione di esseri umani in un mondo tanto complicato può essere spaventoso e scoraggiante; è facile essere sopraffatti dal senso di impotenza. La paura che proviamo ha una qualità paralizzante: finiamo per dire “le cose stanno così”, “quella persona è nata così”, “io sono fatta così”, “il mondo funziona così”, come se la realtà fosse qualcosa di immutabile, come se non ci fosse niente da fare. Dimentichiamo che tutto ciò che vive è in continuo movimento, che tutto continuamente cambia, e che questa qualità è l’essenza stessa della vita.

Frank Ostaseski, fondatore dello Zen Hospice Project di San Francisco, nel suo libro “Cinque inviti” scrive: “È paradossale che, mentre tutti siamo d’accordo che la vita sia un flusso continuo, preferiamo attaccarci all’illusione di essere qualcosa di solido in un mondo mutevole. ‘Ogni cosa cambia tranne me’, ci diciamo” (Frank Ostaseski, Cinque inviti. Come la morte più aiutarci a vivere pienamente, Mondadori 2017). Ostaseski si ispira all’insegnamento buddista dell’impermanenza, spesso frainteso con l’idea che “tutto finisce”: in realtà il Budda ci invita a notare che tutto cambia e che nulla esiste se non in relazione a cause e condizioni. Questo, nell’insegnamento buddista, riguarda ogni aspetto della realtà, compreso il sé.
Cambiare – punto di vista, abitudini, comportamenti – è essenziale per la crescita personale di ciascuno, in qualunque circostanza, ma è sempre difficile: è difficile rompere l’inerzia, interrompere il circolo vizioso, spesso dalle radici antiche, che ci obbliga a muoverci in un solco profondo. Il cambiamento ha bisogno di una certa dose di energia, di risorse e di fiducia. Decidere di cambiare significa decidere di rischiare, implica l’abbandono delle certezze e il confronto con forze avverse spesso molto potenti – fantasmi della psiche o realtà sociali e culturali – che contrastano il cambiamento nel tentativo di mantenere lo status quo. Alejandro Jodorowsky attribuisce questo desiderio di ostacolare, di congelare, al Diavolo in persona: “(…) di fronte alla divina impermanenza combatto per conservare l’istinto, per congelarlo in una scultura fosforescente. (…) E rimango lì, tentando di unire tutti i secondi gli uni con gli altri, di frenare il trascorrere del tempo” (Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, La via dei tarocchi, Feltrinelli 2014).

Da dieci anni accompagniamo persone vulnerabili nei processi forse più delicati della vita: uomini e donne che diventano genitori, bambini piccoli che muovono i primi passi, ragazzi che affrontano il periodo turbolento dell’adolescenza. In particolare ci rivolgiamo alle donne in gravidanza, un momento dove tutto cambia: cambiano il corpo e la relazione con il corpo, cambiano i livelli di energia, il tono dell’umore, l’intensità delle emozioni, cambia la relazione con il compagno, in molti ambienti cambia anche lo status personale. Poi c’è il cambiamento più grande: diventare responsabili non solo di sé ma di un’altra persona, che per molto tempo sarà completamente dipendente dall’adulto che ne ha cura. In una fase così mobile è facile perdere l’equilibrio e il senso di sé se non si ha una vita, interiore e sociale, ben strutturata; coltivare modalità costruttive e familiarizzare con esse sarà determinante nello sviluppo di una nuova vita.

In questi dieci anni abbiamo avuto la conferma che sostenere le persone che vivono queste fasi della vita in una condizione di disagio significa lavorare per e con il cambiamento; significa introdurre buone pratiche che possano portare stabilità, competenza e, di conseguenza, autostima. L’aiuto materiale che a volte offriamo nel momento del bisogno non è altro che l’innesco per mettere in moto un percorso di riconquista delle proprie capacità: il percorso fatto insieme non deve diventare una nuova condizione, ma essere una fase dinamica di transizione, dalla difficoltà alla capacità, dalla dipendenza all’autonomia.

Possiamo vedere il mondo come un gigantesco e complesso ingranaggio dove ogni nostra azione è una rotella, ogni parola un piccolo bullone, ogni pensiero una goccia di carburante. È possibile, con una spinta attenta e gentile, dare il giusto senso a questo ingranaggio, in modo che il cambiamento possa prendere una direzione costruttiva, verso un mondo – una comunità – sempre più capace di prendersi cura di chi è più fragile.

Paradossalmente è proprio la “divina impermanenza” a regalarci forse l’unica, assoluta certezza: tutto cambia. E nel cambiamento le possibilità sono infinite.

 

E per concludere, ecco il nostro #10yearschallenge!

10 anni

Clicca qui per scaricare la nostra pubblicazione “Dieci anni di Pianoterra. Un bilancio”

L’esperienza del progetto “L’Alveare”: risultati e riflessioni dopo un anno di lavoro

Lo scorso 31 dicembre si è concluso il progetto L’Alveare, un sistema comunitario di presa in carico integrata, protezione socio-sanitaria ed educativa a misura di mamma e bambino nei primi anni di vita realizzato a Napoli grazie al contributo della Tavola Valdese. Il progetto nasceva con l’obiettivo di favorire la crescita sana ed equilibrata dei bambini esposti alla vulnerabilità economica e sociale rafforzando un sistema di presa in carico precoce, integrata e multidimensionale dei nuclei familiari più fragili. Grazie al progetto sono state sostenute circa 500 donne in gravidanza; sono stati presi in carico più di 100 nuclei familiari con piani di lavoro integrati e personalizzati; sono stati distribuiti 908,8 kg di latte in formula alle mamme impossibilitate per ragioni mediche ad allattare al seno i propri piccoli.

Particolarmente importanti e funzionali sono state le attività di accompagnamento alla nascita e di sostegno ai primi compiti genitoriali attivate nell’ambito del progetto. La presenza di un’equipe multidisciplinare – psicologa, assistente sociale, educatrice perinatale e ostetrica – ha permesso alle donne coinvolte nel progetto di sentirsi accolte e a proprio agio, di lasciarsi andare e porre domande, raccontarsi, chiedere aiuto. Un contesto in cui le donne hanno compreso a pieno la finalità non prettamente “medica” degli incontri proposti, ma diretta piuttosto ad un accompagnamento emotivo e relazionale della loro gravidanza.

Volendo fare un bilancio complessivo degli incontri realizzati – ci racconta la psicologa Arianna Russo, coordinatrice del progetto – questi risultati, utili e coinvolgenti per le mamme, sono frutto dell’utilizzo della lingua inglese, dell’uso di strumenti perlopiù visuali (foto e video), di tecniche esperienziali (rilassamento e massaggio) e del coinvolgimento ove possibile di mediatori culturali. Questi aspetti hanno favorito, incontro dopo incontro, la creazione di un clima familiare e la diffusione di una fiducia di base nel gruppo, operatrici comprese. Tale impostazione ha permesso di offrire molto più di un mero corso di accompagnamento alla nascita, che di solito prevede la condivisione di nozioni più o meno tecniche che permettano alle future mamme di conoscere gli aspetti più legati all’ambito medico che maggiormente possono preoccuparle. Alle donne coinvolte nel progetto è stato infatti offerto anche uno spazio, un luogo e un tempo nel quale pensare a se stesse come donne, al proprio corpo in cambiamento, ma anche a se stesse come madri migranti in una dimensione sconosciuta e lontana dai propri affetti”

Il progetto ha visto il coinvolgimento di attori importanti a livello territoriale: AIED, ACP e Associazione Nefesh onlus, ma anche Centri di accoglienza straordinaria, servizi sociali territoriali e altri enti del terzo settore, una rete integrata a cui va il merito del successo dei risultati conseguiti. I risultati di fatto confermano la tesi a supporto dell’impianto metodologico del progetto: solo un lavoro integrato tra i servizi può avere un impatto efficace e duraturo sul territorio.

Concludiamo con la storia di J., che abbiamo scelto tra le tante che hanno attraversato “L’Alveare” in questi dodici mesi e che fa emergere a nostro avviso la portata dell’impatto di una presa in carico integrata e precoce che ponga al centro la donna in una fase di grandi trasformazioni quale può essere la gravidanza. Ce la racconta una delle operatrici del progetto.

J. è una donna nigeriana di circa 29 anni, inviata da una cooperativa sociale che collabora da tempo con Pianoterra. J è al quinto mese di gravidanza, perciò decidiamo di includerla nel gruppo di accompagnamento alla nascita e sostegno ai primi compiti genitoriali, per prepararla al meglio all’esperienza del parto e alla nascita del suo primogenito.

Poco sappiamo ancora ora del passato e del presente di J., ma lavorando a stretto contatto con l’operatrice della casa famiglia dove vive riusciamo a raccogliere alcune informazioni sul perché si trova lì. J. rientra in un programma di protezione per vittime di tratta e che sta facendo un percorso di sostegno con la psicologa della casa di accoglienza.

La partecipazione di J. al gruppo è da subito connotata da stati di umore e comportamenti contrastanti: le capita di essere allegra, partecipativa e volenterosa di ascoltare e ricevere consigli, così come scontrosa, negativa, cupa. Ciò accade sia nei confronti delle operatrici di Pianoterra che con le mamme partecipanti al gruppo; J. si adombra anche quando non le si rivolge l’attenzione che desidera, quando, implicitamente, le viene richiesto di “decentrarsi” per fare spazio ad altre donne. Accoglie con piacere attività pratiche ed è disposta ad affrontare tematiche legate al parto e alla cura del bambino, ma si chiude a riccio quando qualcuna affronta episodi del proprio passato o della situazione attuale con il compagno/marito. Decidiamo di rispettare il suo silenzio, certi che questo atteggiamento avrebbe favorito la costruzione di un legame di fiducia con la donna.

I pochi mesi che mancano al parto passano presto, e J. partorisce il suo piccolo con taglio cesareo. Dopo il parto andiamo a trovarla in ospedale dove, insieme alla nostra educatrice perinatale e in collaborazione con le ostetriche del reparto, le stiamo accanto mentre prova per la prima volta ad allattare il suo bambino al seno. J. sembra contenta e sembra apprezzare la presenza (non soltanto fisica) e la disponibilità di tutti. Al rientro a casa, J. riprende a frequentare le attività dell’associazione portando il suo bambino. Stavolta si mostra più partecipativa, più propositiva, avvia relazioni di fiducia anche con le altre partecipanti, frequentandole anche al di fuori dell’Associazione.

Su segnalazione di un altro ente e in accordo con le operatrici della casa di accoglienza che la ospita, J. partecipa a un corso di formazione per assistenti familiari che le darà la possibilità di cominciare, a conclusione della parte teorica, uno stage presso un centro di riabilitazione nella provincia di Napoli. Mentre questo stage sta volgendo al termine, J. viene a trovarci: si dice molto preoccupata per il suo futuro, dal momento che presto dovrà lasciare la casa di accoglienza dove vive da circa un anno e mezzo. La rete di associazioni che l’hanno supportata nei mesi trascorsi, e che continua a essere per lei un importante punto di riferimento, raccoglie la sua richiesta e si mette in moto, riuscendo a mettere J. in contatto con un’anziana signora che ha bisogno di un’assistente familiare ed è disposta a ospitarla assieme al figlio. 

Rossella e Andrea scelgono Pianoterra per le loro bomboniere solidali

Tra i tanti progetti che attiviamo con le donne che frequentano la nostra associazione c’è da qualche anno anche un piccolo laboratorio di cucito, incluso nella più ampia programmazione dello Spazio Mamme, il programma nazionale di sostegno alla genitorialità di Save the Children Italia attivo dal 2013 nei nostri spazi a Piazza San Domenico Maggiore. Si tratta soprattutto di uno spazio dedicato alla socializzazione e alla creatività, in cui le mamme possono trascorrere del tempo assieme realizzando piccoli lavori di cucito, ricamo o maglia. 

Con un gruppo di queste signore abbiamo avviato dal 2017 il progetto Me.Di.Na. un laboratorio artigianale per la produzione in piccola scala di articoli per la casa, capi di abbigliamento o accessori viene destinata e alla vendita in contesti quali i mercatini sociali organizzati dal Comune di Napoli o i nostri eventi di raccolta fondi. Qualche mese fa con le partecipanti al progetto abbiamo pensato di cimentarci nella produzione di bomboniere solidali: sacchettini confezionati con i bellissimi wax africani e pieni di profumata lavanda. I primi a scegliere di realizzare con noi le loro bomboniere di nozze sono stati Rossella e Andrea, sposatisi da poco a Napoli. Ecco cosa ci hanno scritto qualche giorno fa:

Quando abbiamo deciso di sposarci volevamo che il nostro matrimonio fosse l’occasione per fare qualcosa di bello con e per gli altri. Ci tenevamo a cogliere l’occasione di avere insieme tutti i nostri cari per raccontare loro la storia di una Napoli che sa accogliere, rimboccarsi le maniche e diffondere un messaggio di solidarietà. Così abbiamo conosciuto Pianoterra Onlus e le straordinarie signore che animano il laboratorio del cucito. Entrare nel laboratorio è una grandissima emozione: mani che cuciono, ricamano, creano e ricreano cose belle, anche a partire dagli scarti. Ci è piaciuta subito l’idea che le signore potessero creare qualcosa anche per noi. Qualcosa che non fosse un semplice oggetto ma che fosse il simbolo dell’unione tra culture anche apparentemente distanti, del lavoro che significa riscatto e voglia di affermarsi. Le signore hanno creato per noi dei sacchetti con meravigliose e gioiose stoffe africane che ci hanno gentilmente accompagnati a scegliere. Poi hanno riempito i sacchetti con pout-pourri e confetti, completando la confezione con un biglietto in cui si raccontava il senso della loro iniziativa. Era importante per noi che chi ricevesse la bomboniera conoscesse questa bella realtà. Ne siamo stati molto felici e anche i nostri cari hanno apprezzato molto l’iniziativa. Un oggetto bello esteticamente ma soprattutto dal grandissimo valore. Conoscere le signore di Pianoterra onlus, i loro sorrisi, i loro bambini e la loro enorme voglia di fare, è stato per noi straordinario!

Parte “Luoghi per nascere”, un nuovo progetto sostenuto dall’Otto per mille della Tavola Valdese

A dicembre 2018 prende avvio una nuova progettualità di Pianoterra, “Luoghi per nascere”, che raccoglie un insieme di attività messe in campo da Pianoterra a sostegno di famiglie vulnerabili, con un’attenzione particolare a tutto ciò che ruota attorno al momento della nascita. 

“Luoghi per nascere” si concentra soprattutto – come dice il titolo che abbiamo scelto – sui luoghi della nascita, quelli in cui nasce un bimbo ma anche quelli in cui nasce una mamma e una famiglia. Abbiamo scelto il plurale perché se è vero che fisicamente un piccolo nasce in un solo luogo, spesso un ospedale, è altrettanto vero che il percorso che conduce i suoi futuri genitori ad arrivare pronti al momento della nascita e, anche in seguito, a far sì che alla nascita segua un sano sviluppo psico-fisico si svolge anche in altri luoghi, sparsi sul territorio e non sempre facilmente accessibili soprattutto da chi vive in condizioni di disagio e di marginalità. 

Questo progetto è stato pensato per offrire ai futuri genitori e ai neogenitori uno spazio o più spazi in cui compiere tutti i passi necessari ad accogliere al meglio il piccolo, con il sostegno di figure professionali specializzate nell’ambito della salute materno-infantile in grado di offrire sostengo psico-pedagogico e attività di rafforzamento delle competenze genitoriali. 

Questi spazi, questi luoghi non sono solo quelli in cui si svolgono i servizi di Pianoterra, ma comprendono anche tutti i nodi della fitta rete di supporto che Pianoterra tesse coinvolgendo i servizi per la famiglia presenti sul territorio. Orientare i futuri genitori e i neo-genitori sul territorio e far sì che possano accedere ai “luoghi per nascere” disponibili è un pezzo importante delle attività di Pianoterra in generale e di questo progetto in particolare. Per questo motivo nell’ambito del progetto è previsto un potenziamento della comunicazione con le famiglie e l’ideazione di nuovi strumenti da distribuire e far circolare sul territorio per avvicinare il più possibile i servizi disponibili a chi ne ha più bisogno. 

Luoghi per nascere è un progetto realizzato grazie al sostegno dell’Otto per mille della Tavola Valdeseopm valdesi

Prematuri a chi?

Il 17 novembre è un giorno molto speciale che però non tutti conoscono.

Ogni anno, infatti, in questa data si celebra la Giornata Mondiale della Prematurità, promossa dalla European Foundation for the Care of Newborn Infants, con l’intento di diffondere la consapevolezza e l’informazione, oltre che di sensibilizzare le donne sulle possibilità esistenti a livello di prevenzione e trattamento delle complicazioni legate ad un parto prematuro.

Da 5 anni siamo attivi con lo sportello di servizi alla nascita “Fiocchi in Ospedale”, un programma nazionale di Save the Children Italia che Pianoterra realizza presso la Neonatologia – T.I.N. e l’ambulatorio di follow-up del neonato a rischio dell’ospedale Cardarelli di Napoli, grazie al generoso sostegno di Pasta Garofalo. In questi anni abbiamo avuto la fortuna/possibilità di conoscere tante mamme e tanti papà di bimbi nati prematuri e che, grazie alle abili cure ricevute in reparto e al grande amore dei loro genitori, hanno potuto fare ritorno a casa.

Pensiamo non ci sia modo più bello di festeggiare questo giorno così speciale che farlo con una testimonianza che una mamma, seguita e supportata dal nostro servizio, ha voluto lasciarci.

 

Lo sportello di Fiocchi in Ospedale al Cardarelli è la realtà che ci ha permesso di trasformare l’esperienza traumatica che noi stavamo vivendo in un’esperienza di supporto, di contenimento e anche di affetto, e che ci ha fornito risorse che neanche pensavamo di avere, visto quello che stavamo affrontando.

Noi siamo arrivati in ospedale in piena notte e in piena emergenza, per un distacco di placenta improvviso. Ero alla mia prima gravidanza, e mi sono ritrovata dall’avere Giulio in pancia, convinta che andasse tutto bene, all’avere Giulio in carne ed ossa ma non accanto a me, non con noi, non con la sua mamma e il suo papà. E’ stata una cosa davvero disarmante. Non avevo minimamente immaginato che potesse accadere perché era stata una gravidanza bellissima, meravigliosa. Giulio è nato alla trentacinquesima settimana di 1,930 kg e 44 cm quindi proprio una mollichina, così come lo chiamavano in terapia intensiva. È stato in terapia intensiva per 15 giorni. Di quei 15 giorni sicuramente ricordiamo tante cose, tra le quali il supporto pratico e rassicurante di Daniela, il sorriso e le informazioni indispensabili di Brunella e il sostegno discreto e affettuoso di Arianna. Ricordiamo tutto questo perché loro ci hanno fatto in un certo senso da guida, consentendoci di camminare con un po’ più di sicurezza e un po’ più di serenità lungo la strada sconosciuta e tortuosa che stavamo percorrendo.

Per questo penso che lo sportello “Fiocchi in Ospedale al Cardarelli” sia davvero un servizio indispensabile per le mamme, i papà, le famiglie che in qualche modo affrontano l’esperienza di una nuova vita. Sia per chi come noi l’ha vissuta in un modo traumatico, improvviso, sia per chi in realtà arriva lì e sa di avere poche risorse a disposizione, si sente spiazzato perché ha pochi mezzi sia materiali che emotivi. In ospedale durante quei giorni ho avuto modo di conoscere tante mamme, alcune sole, alcune completamente disorientate, perse anche perché straniere che non riuscivano ad esprimersi e capire cosa venisse loro detto. In queste situazioni, trovare qualcuno che ti ascolta, ti sostiene, ti fornisce le informazioni di cui hai bisogno, ti guida e magari anche ti coccola è davvero meraviglioso.

“Fiocchi in Ospedale al Cardarelli” per noi ma in realtà per tante mamme che ho conosciuto lì è stato tutto questo, un’esperienza reale che rende migliore quello che sta accadendo e che non sempre ti permette di essere sereno. Grazie!

Il diabete si può prevenire? Intervenendo nei primi 1000 giorni è più facile

I primi mille giorni, dal concepimento fino ai due anni, sono cruciali per la salute futura del bambino. È possibile fare molto in questo lasso di tempo per contribuire a ridurre il rischio di sviluppare, in età giovanile e adulta, alcune patologie anche molto gravi, tra le quali sicuramente il diabete.

In occasione della Giornata Mondiale del Diabete, che ricorre ogni anno il 14 novembre, vi raccontiamo quali sono le azioni che mettiamo in campo con le donne e i bambini che seguono il nostro programma 1000 Giorni per promuovere un approccio salutare e informato anche all’alimentazione.

Iniziamo con il dire che la futura mamma può iniziare a prendersi cura dello stile di vita e dell’alimentazione sua e di suo figlio ancora prima della sua nascita. Per questo alle donne in gravidanza che aderiscono al programma 1000 Giorni proponiamo incontri di gruppo e consulenze individuali con una nutrizionista. È infatti importantissimo sapere che cosa si può mangiare e cosa invece bisogna evitare in gravidanza per non andare incontro a eventuali problemi relativi soprattutto alla crescita del feto. Informiamo le donne sulla giusta quantità di calorie da assumere e sulla loro equilibrata distribuzione nell’arco della giornata, al fine di scongiurare l’errata convinzione che una donna incinta debba letteralmente mangiare per due. La nostra nutrizionista insiste molto sulla necessità, per una donna incinta, di variare la dieta, assicurando un apporto di tutti i nutrienti necessari per sé e per la crescita del bambino: vitamine, proteine e sali minerali soprattutto. Informiamo infine le donne sull’aumento di peso ottimale durante la gravidanza e, se ce lo chiedono, le aiutiamo a monitorarlo.

Un altro focus importantissimo del nostro percorso sull’alimentazione nei primi mille giorni di vita riguarda naturalmente l’allattamento al seno. I più recenti studi confermano che il regime alimentare seguito durante l’allattamento e ancor prima in gravidanza condiziona fortemente anche la secrezione lattea. È per questo che al lavoro avviato dalla nutrizionista si affianca quello di promozione dell’allattamento al seno portato avanti dalla doula sin dagli ultimi mesi di gravidanza. Non si contano infatti più gli studi che dimostrano come il latte materno sia il miglior alimento possibile per un neonato: contiene tutti i nutrienti necessari affinché il neonato goda di buona salute e cresca bene.

Dopo la nascita del bambino, prosegue in parallelo il lavoro della doula e quello della nutrizionista. Le neo-mamme vengono informate del fatto che durante l’allattamento il fabbisogno calorico aumenta più che in gravidanza, e che dunque deve aumentare anche l’apporto giornaliero di calorie. Anche adesso, come durante l’attesa, è tuttavia importante che l’alimentazione materna garantisca l’apporto dei principi nutritivi fondamentali. Vengono dunque illustrati gli alimenti che non devono mai mancare durante l’allattamento e quelli invece assolutamente da evitare, e vengono proposti dei menu settimanali per facilitare il compito alle neo mamme.

Infine, altro momento molto delicato per la coppia madre-bambino, nonché per una corretta gestione alimentare di tutta la famiglia, è quello dello svezzamento. Dal sesto mese di vita il latte materno da solo non è più sufficiente a soddisfare i bisogni nutritivi del bambino. Si può avviare dunque il cosiddetto svezzamento, con l’aggiunta di cibi solidi e semisolidi (biscotti, frutta, minestrine). In questa fase interviene nel percorso il nostro pediatra, che presenta alle mamme di 1000 Giorni i primi cibi diversi dal latte da offrire al bambino, rispettando tuttavia le scelte materne, le preferenze e i gusti del bambino e le specificità alimentari tipiche di ciascuna cultura. Esistono infatti tanti tipi di svezzamento: l’importante è informare adeguatamente le mamme delle sostanze nutritive che non possono assolutamente mancare nella dieta del bambino e, più in generale, della famiglia, e dei cibi e delle abitudini legate all’alimentazione che invece vanno evitati per mantenersi in buona salute e gettare, sin da subito, le basi per uno stile di vita sano.

Un anno di 5×1000

Si è concluso anche per il 2018 il periodo in cui era possibile scegliere di devolvere il proprio 5×1000 a una onlus al momento di presentare la dichiarazione dei redditi.

In questi anni sono stati in tanti a scegliere Pianoterra al momento della dichiarazione dei redditi. Vorremmo avere modo di ringraziarli uno per uno. Molti li conosciamo, sono nostri sostenitori storici, persone sulle quali sappiamo di poter contare e che hanno contribuito a costruire assieme a noi in questi dieci anni la rete di interventi e attività per mamme e bambini di Pianoterra. Tanti altri però non li conosciamo direttamente, poiché come sapete le donazioni del 5×1000 arrivano alle onlus in forma anonima. Di questi nostri sostenitori sappiamo tuttavia che ci seguono e che naturalmente condividono la nostra mission e il nostro metodo. E abbiamo pensato che il modo migliore per ringraziarli fosse raccontare come Pianoterra ha scelto di utilizzare l’importo ricevuto.

Innanzitutto, le cifre. Dagli ultimi dati in nostro possesso, quelli relativi alla dichiarazione dei redditi dello scorso anno pubblicati sul sito dell’Agenzia delle entrate, 547 persone hanno sostenuto Pianoterra con il loro 5×1000, consentendoci di raccogliere oltre 90.000 euro. Si tratta di una parte importante del nostro bilancio annuale. Nell’infografica di seguito, riferita all’anno 2017, un dettaglio dell’incidenza di questo tipo di raccolta fondi sia rispetto al bilancio complessivo, sia rispetto ad altre forme di donazione.

5x1000

A rendere particolarmente preziose queste donazioni è stata soprattutto la possibilità di utilizzarle per rafforzare la sostenibilità dei progetti più strategici per Pianoterra, primo fra tutti il programma 1000 Giorni per donne in gravidanza, neo-genitori e bambini fino ai tre anni di età. Nel 2018 sono inoltre aumentati gli interventi a favore delle famiglie più vulnerabili, soprattutto a Napoli, ed è stato per noi fondamentale poter adeguare anche le risorse umane a questo incremento, ponendo sempre al centro la qualità delle attività offerte alle persone con cui entriamo in contatto e delle relazioni che costruiamo loro. Anche in questo caso i fondi del 5×1000 sono stati preziosi, consentendoci di sostenere questo aumento di attività attraverso l’ingresso di nuove risorse nel nostro staff.

È stato dunque un anno intenso per noi, un anno pieno di attività e iniziative a favore di mamme e bambini, rese possibili anche grazie anche al contributo di chi ha scelto di sostenerci devolvendo a Pianoterra il suo 5×1000. A tutti loro va il nostro più sentito ringraziamento!

 

Nutrimento per un bambino, una mamma, una comunità

Nella Giornata mondiale dell’alimentazione condividiamo con voi una riflessione che Rossella Mancino, psicologa e responsabile dell’area Autonomia ed Empowerment di Pianoterra, ha scritto sull’idea di nutrimento, pubblicata nel nostro bilancio “10 anni di Pianoterra“, non a caso una delle parole chiave che abbiamo scelto per raccontare il senso dei nostri interventi al fianco delle mamme e dei bambini che incontriamo ogni giorno.

Nutrimento

Nutrire un bambino, ma anche una madre, una famiglia, un gruppo, una comunità: il concetto di nutrimento è uno dei cardini di Pianoterra, in senso sia letterale che simbolico. Per crescere armoniosamente abbiamo bisogno di nutrimento. Ci nutriamo mangiando ma anche giocando, sorridendo, condividendo, raccontando e ascoltando i racconti degli altri.

Per Pianoterra nutrire una famiglia in difficoltà vuole dire, tra l’altro, sostenerla e incoraggiarla affinché essa stessa si offra come fonte nutritiva per i membri che la compongono e per l’intera comunità di cui fa parte. In altre parole, significa offrire uno spazio di possibilità grazie al quale quella famiglia possa intraprendere un percorso di emancipazione, liberarsi degli ostacoli che non le consentono di riconoscere le proprie potenzialità e aspirazioni.

A Pianoterra lavoriamo sempre dal concreto all’astratto. Sappiamo che è impossibile il nutrimento simbolico se prima non è stato soddisfatto il bisogno di nutrimento materiale. Perciò, quando ci rendiamo conto che per una mamma, per una coppia, l’assillo della mancanza di cibo è reale e motivato, interveniamo con aiuti materiali. Gli interventi di questo tipo hanno una funzione “decompressiva”. Nella maggior parte dei casi si attivano in una situazione di emergenza, ma non si limitano al sostegno materiale; al contrario, si offrono come un momento zero, come un punto di partenza da cui costruire un percorso insieme alle utenti, tracciare appunto una strada verso l’emancipazione dalla condizione di bisogno. È questo il senso del “patto di reciproco impegno e responsabilità” che stabiliamo con le mamme e con le famiglie che prendiamo in carico.

A Pianoterra iniziamo sempre dalle mamme e dai bambini. Secondo la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ogni bambino ha diritto alla vita, alla sopravvivenza e a una crescita sana. Ma in Italia, secondo i dati Istat, nel 2017 c’erano 1 milione 208 mila minori poveri in termini assoluti, cui era negata persino la soddisfazione dei bisogni più basilari, tra cui quelli relativi a una corretta alimentazione.

Per quanto riguarda i neonati, è noto che per loro l’alimento migliore è il latte materno. È un alimento specie-specifico privo di possibili effetti allergizzanti e ricchissimo di immunoglobuline; è un alimento vivo che varia in base alle necessità del bambino durante la poppata e nell’arco della crescita. Ai vantaggi nutrizionali si sommano quelli psicologici: allattando al seno, una madre si sente in grado di prendersi cura al meglio del proprio bambino, mentre quest’ultimo continua a sentirsi protetto e custodito, in un’ideale prosecuzione della gestazione intrauterina. La maggior parte delle madri può allattare al seno il proprio bambino; i casi nei quali è sconsigliato sono piuttosto rari.

Eppure l’allattamento al seno non può essere dato per scontato. Ogni donna, soprattutto se alla prima esperienza di maternità, dovrebbe essere incoraggiata e preparata all’allattamento sin dalle prime fasi della gravidanza. Negli ospedali il personale medico e paramedico dovrebbe sempre fornire alle neomamme e alle future mamme tutte le informazioni di cui hanno bisogno e creare le condizioni migliori perché l’allattamento inizi subito dopo la nascita del bambino.

Anche se oggi sono aumentati i presidi ospedalieri che seguono i protocolli dell’Oms e i dati sull’allattamento al seno mostrano un incremento notevole (almeno nei primi sei mesi di vita del neonato), le cose si complicano molto quando si tratta di donne vulnerabili da un punto di vista sociale ed economico. I dati raccolti negli ultimi anni segnalano che, in generale, le donne meno istruite e quelle straniere hanno minori capacità di cogliere le opportunità assistenziali: per esempio, ritardano la prima visita in gravidanza e partecipano meno ai corsi di accompagnamento alla nascita. Sono quindi queste le donne che più dovrebbero essere sostenute nell’allattamento al seno: ma non è sempre facile, soprattutto in strutture pubbliche come i consultori, abituati a lavorare con un certo tipo di utenza (secondo i dati Istat ai corsi partecipano soprattutto le donne più istruite e quelle occupate), o negli ospedali, che hanno in carico centinaia di pazienti e sono fondati su una logica prettamente aziendalistica.

A Pianoterra sosteniamo attivamente l’allattamento al seno. La nostra esperienza dimostra che, quando si riesce a coinvolgere le future mamme nei primi mesi di gravidanza, si possono ottenere buoni risultati. Per esempio, finora nessuna delle donne che hanno partecipato al programma 1000 Giorni ha richiesto il latte artificiale, almeno nei primi sei mesi di vita del bambino.

Ma lavorare a favore della mamma e del bambino non significa promuovere l’allattamento al seno senza se e senza ma. Conoscere le donne e le loro storie, conoscere ciò che si portano dentro, anche i loro fantasmi, ci ha fatto comprendere che per alcune l’allattamento aveva implicazioni molto particolari e che la scelta di non allattare, più o meno consapevole, andava accolta, compresa e rispettata. Penso in particolare alle donne immigrate che sono state vittime di tratta o quelle che hanno subito altri traumi legati al corpo.

Il programma di sostegno all’allattamento Diritto di poppata ha l’obiettivo di promuovere l’allattamento al seno e di intervenire solo nei casi in cui questo, per ragioni diverse, non è possibile. Considerando i costi esorbitanti del latte in formula e la difficoltà di ottenere bonus ed esenzioni, è facile comprendere che, se la madre non è in condizione di allattare al seno, un bambino che nasce in una famiglia povera, con scarsissimi mezzi di sostentamento, sarà probabilmente un bambino malnutrito. Diritto di poppata punta a scongiurare, per quanto possibile, i rischi legati a una scorretta alimentazione nei primissimi mesi di vita di un bambino.

Dal 2009 a oggi abbiamo preso in carico più di 600 donne e circa 700 bambini dalla nascita fino a un anno di vita e distribuito oltre 150 kg di latte al mese. Le donne che fanno richiesta di sostegno all’allattamento sono in gran parte straniere; molte sono sposate, ma nella stragrande maggioranza sono sole nella gestione dei bambini e del ménage familiare, vivono in condizione di grave povertà e spesso di isolamento. A Pianoterra accogliamo quotidianamente domande delle madri cercando di analizzare al meglio le loro necessità; ma ci rendiamo anche conto, con sempre maggiore evidenza, che è necessario muoversi velocemente per soddisfare quel bisogno urgente, quella preoccupazione legata al nutrimento del piccolo che mette in ombra tutto il resto, copre ogni altra possibilità e potenzialità.

È fondamentale che le mamme sappiano che il latte è un bene che possiamo garantire per tutta la durata della presa in carico, che lo avranno sempre se rispettano le regole e il patto di reciprocità che hanno sottoscritto.

Perché sia veramente efficace, la presa in carico deve essere sempre integrata. In particolare, la procedura mediante la quale una mamma riceve il latte formulato prevede che i servizi sociali territoriali attestino, dietro indagine socio-ambientale, lo stato di bisogno economico del nucleo familiare e che i pediatri di famiglia certifichino la necessità di allattamento in formula, specificandone anche le dosi necessarie. Tale procedura ha il duplice obiettivo di allargare il più possibile la rete di protezione intorno al nucleo familiare e di coinvolgere attivamente gli attori istituzionali.

D’altro canto, il patto di reciprocità implica che la mamma si impegni in quel percorso di emancipazione dalla condizione di bisogno a cui accennavo all’inizio. È un percorso progettato e negoziato individualmente, caso per caso, che prevede attività diverse a seconda delle situazioni: incontri di sostegno alla genitorialità, laboratori di cucito, corsi di italiano per stranieri.

Nel caso delle madri immigrate ci sono molti altri aspetti di cui tenere conto: l’isolamento, le reti familiari e comunitarie ridotte, le fragilità connesse al rischio di un maternage impoverito. Le esperienze dei gruppi di mamme, le attività di spazio giochi interculturale, i gruppi di donne impegnate in percorsi di formazione costituiscono contesti strutturati di socializzazione al femminile che possono fronteggiare alcune criticità. Per poter accogliere il figlio, la madre deve a sua volta essere accolta: se la maternità nella migrazione può essere un momento critico, è importante conoscerla nei suoi vari aspetti per aiutare le donne non solo a integrarsi, ma anche a essere protagoniste e riattivare le loro conoscenze, i loro processi di socializzazione, di libera scelta e di soggettività.

Lavorare a Pianoterra mi ha permesso di toccare con mano il fatto che nutrire, in una delle sue accezioni, vuol dire anche accogliere, ascoltare. E che è necessario un grande senso di responsabilità da parte di tutti, servizi compresi, nel saper ascoltare sia le donne portatrici di un proprio background, sia quelle donne con pochi riferimenti, che tendono ad assorbire le informazioni in modo meccanico, senza renderle proprie. Ascoltare le mamme, ascoltare i genitori, richiede di assumere la posizione di chi non interviene subito, ma osserva quanto accade all’interno della relazione, valorizzando per esempio le competenze di base che spesso l’altro non sa neppure di avere.

Ogni processo di nutrimento, quindi di crescita, parte da qui. È a partire da qui che nutrire significa creare, dare forma, plasmare, e che il nutrimento svolge la sua funzione meno visibile ma non meno importante: quella di creare simboli, significati, possibilità.

Giuseppina e la strada verso l’autonomia

Ospitiamo con una profonda gratitudine la testimonianza di Giuseppina, una delle nostre mamme più affezionate, che oggi partecipa al progetto “Un ponte per l’autonomia“, sostenuto per il 2018 da Intesa San Paolo, e ha voluto restituire con queste bellissime parole la sua esperienza con Pianoterra. La condividiamo con voi perché, come spesso accade, le storie concrete e reali riescono a raccontare più di mille parole il senso globale e profondo dei nostri interventi, indirizzati sempre verso una riconquista dell’autonomia e della serenità nonostante le difficoltà.

 

Mi chiamo Giuseppina. Ho conosciuto l’associazione Pianoterra tramite il passaparola di una persona generosa che conosceva mia madre. Inizialmente mi sono avvicinata a questa associazione solo perché ho avuto vari problemi personali che mi hanno portato a una forte forma di stress, quindi a perdere il latte dal seno e a essere economicamente non indipendente.

Ero andata solo per un aiuto materiale, perché avevo bisogno del latte in polvere, invece mi si è aperto un mondo.

Le persone dello staff interno, costituito prevalentemente da donne a cui si aggiunge anche Ciro, sono molto professionali e contemporaneamente umane, nel senso che stanno ad ascoltare anche quando a volte risultiamo un po’ ripetitive o “pesanti”, ma lo fanno con uno spirito che non si ferma al semplice lavoro, anzi a volte trovi delle valide confidenti e soprattutto non ho mai visto nessun tipo di discriminazione per il colore della pelle, la nazionalità o la religione, siamo tutte sullo stesso piano. Un arricchimento e un aiuto concreto è pervenuto anche dai collaboratori esterni all’associazione, come la ginecologa, la nutrizionista, l’insegnante di ginnastica e il preziosissimo pediatra che mi ha aiutato a risolvere un problema abbastanza serio di mio figlio.

Adesso sono 6 anni che frequento l’associazione, ho aderito a tantissimi dei suoi progetti, dedicati alle mamme ma anche ai bambini (come il preziosissimo “Nati per leggere“), trovando ore di apprendimento sia dai temi proposti in ogni gruppo, sia dalle varie culture e vite altrui che insegnano tanto… Inoltre ho trovato ore di piacere con la parrucchiera e la truccatrice, che collaborano proprio per non permettere a noi mamme di trascurarci e per riabilitare la nostra figura dal punto di vista estetico (perché per noi donne dietro un taglio di capelli c’è tutto un significato profondo).

Ma queste ore sono anche state di distacco da tutti i miei problemi, che purtroppo non sono pochi.

Sto dedicando la mia vita totalmente a mio figlio, finora non ho avuto neanche un secondo di distacco da lui tranne che per momenti di scuola. Inoltre, nonostante prima di avere mio figlio avessi già intrapreso un percorso professionale e di studi abbastanza elevato, in questo momento della mia vita non risulta spendibile. Per questo, per un discorso economico e per una questione di rivalutazione e riabilitazione personale ho deciso di aderire all’iniziativa del “bilancio delle competenze” nel progetto “Un ponte per l’autonomia“, un percorso che permette attraverso un’analisi sistematica delle caratteristiche personali e dei fattori ambientali, di mettere a punto un progetto professionale spendibile nell’ambito lavorativo. Ho avuto così la possibilità di poter intraprendere un percorso di studi che da sempre mi appassiona, quello nell’ambito del sociale e dell’infanzia, e seguire un corso per diventare Educatrice per l’infanzia (Epi). Anche se questo percorso è solo all’inizio, mi entusiasma e mi affascina sempre di più.

La mia speranza è quella di poter esercitare una professione che amo, mentre la mia gratitudine (e quella di mio figlio, che ormai considera l’associazione come un luogo sicuro, quasi di famiglia) sarà sempre per chi lavora e collabora nell’Associazione Pianoterra, anche per le tirocinanti che in questi sei anni hanno accompagnato il mio percorso di vita e che nonostante si siano alternate nel tempo ricordo tutte con sincero affetto.

Dieci anni di Pianoterra: le origini nelle parole di chi l’ha fondata

Per inaugurare questo nuovo spazio abbiamo pensato di condividere un testo che i soci fondatori di Pianoterra hanno scritto per la pubblicazione “Dieci anni di Pianoterra. Un bilancio” e intitolato semplicemente “Pianoterra”.

Buona lettura!

 

Pianoterra
Pianoterra, l’associazione che abbiamo fondato insieme dieci anni fa a Napoli, prende il nome da un libro di Erri De Luca. Abbiamo scelto questo nome perché meglio di ogni altro descrive il nostro approccio: il piano terra è al livello della strada, al livello di chi passa e magari si ferma, spinto dalla curiosità o dal bisogno. È un nome che riflette la nostra prospettiva, quella di uno “sguardo dal basso” che favorisce l’ascolto, il dialogo, la relazione.

Del resto, Pianoterra è nata anche sulla spinta delle relazioni che legano da molto tempo noi tre: due cugine (Alessia e Flaminia), una moglie e un marito (Flaminia e Ciro). Volevamo utilizzare le nostre diverse competenze e la nostra rete di conoscenze e risorse per creare una piccola onlus che potesse realizzare progetti a sostegno delle persone più vulnerabili. Alessia è una fotografa che nei suoi viaggi ha avuto l’opportunità di toccare con mano le conseguenze della povertà e delle diseguaglianze, soprattutto sui bambini. Flaminia e Ciro, invece, hanno una lunga esperienza in ambito riabilitativo, come psicomotricista e psicoterapeuta lei e come logopedista lui: nel loro lavoro si sono spesso trovati a dover “rieducare” bambini che in realtà non avevano nessuna patologia specifica, ma soffrivano le conseguenze di una condizione sociale svantaggiata.

Il punto è molto semplice, benché ancor oggi trascurato: il disagio e la precarietà sociale comportano non solo povertà, ma spesso anche un basso livello di istruzione, problemi di salute, dipendenza, devianza e altre problematiche che tendono a trasmettersi da una generazione all’altra. Riflettendo insieme, abbiamo capito che per spezzare questo circolo vizioso è necessario intervenire alla radice, sostenendo le famiglie più vulnerabili proprio quando nasce un bambino. Così, dopo aver studiato per elaborare un progetto che andasse in questa direzione e che ci permettesse di utilizzare in modo efficace le nostre esperienze, nel 2008 abbiamo fondato Pianoterra.

In fondo, l’associazione è nata per rispondere al nostro desiderio di giustizia sociale. Crediamo nell’uguaglianza tra gli esseri umanie, allo stesso tempo, nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze che li attraversano. Pensiamo che la solidarietà, l’accoglienza e l’ascolto siano le risposte più giuste e più efficaci al disagio, alla vulnerabilità e alle diseguaglianze. Confidiamo nel fatto che il cambiamento è possibile, e che spesso ha bisogno soltanto di una piccola spinta iniziale. Sappiamo che il mondo è un insieme di connessioni e interdipendenze; per questo siamo legati al concetto di responsabilità, e grazie a questo abbiamo sperimentato il valore delle relazioni basate sul rispetto e sulla reciprocità.

Sin dall’inizio abbiamo messo al centro del nostro lavoro la diade madre-bambino. Sosteniamo le donne in gravidanza e le neomamme che si trovano in difficoltà a causa delle loro condizioni sociali ed economiche, sia per dare ai loro figli maggiori opportunità di crescere sani, sia per aiutarle ad attivare le risorse necessarie in questa nuova fase della loro vita. Solo così è possibile svolgere quel lavoro di prevenzione che, secondo le ricerche più autorevoli, dà i risultati migliori sotto tutti i punti di vista (compreso quello economico, a medio e a lungo termine).

Il primo progetto di Pianoterra, avviato insieme all’associazione I Diritti Civili nel 2000 – Salvamamme/Salvabebé, è stato Diritto di Poppata, ovvero un sostegno all’allattamento al seno e la distribuzione gratuita di latte formulato a donne che non possono allattare e che non hanno abbastanza soldi per comprarlo, allo scopo di evitare rischi di malnutrizione nei neonati.

In questi dieci anni Pianoterra ha dato vita a molti altri progetti con diversi partner, attivando e talvolta creando delle reti che hanno contribuito a idearli e a realizzarli. Ma, ancora oggi, Diritto di poppata per noi è emblematico, perché racchiude alcuni aspetti fondamentali del nostro approccio. In primo luogo, punta a un coinvolgimento delle istituzioni e alla collaborazione con queste ultime: il latte viene dato soltanto in presenza di un certificato del pediatra che ne attesti la necessità e di una relazione dei servizi sociali che confermi lo stato di grave difficoltà economica del nucleo familiare.

In secondo luogo, c’è un ragionamento sui bisogni e sui loro effetti. L’ansia generata da un bisogno primario urgente – come il latte per il proprio bambino – blocca le energie necessarie per rispondere ad altri bisogni, forse meno urgenti ma altrettanto importanti: per esempio trovare un lavoro, uscire dall’isolamento, imparare la lingua del paese in cui si vive. Dare gratuitamente il latte formulato alla mamma di un bambino che rischia la malnutrizione significa non solo soddisfare quel bisogno, ma anche decomprimere quell’energia e permetterle di attivarsi su altri piani.

Di qui il “patto di reciproco impegno e responsabilità” che Pianoterra stabilisce con le famiglie in tutti i suoi interventi: il bene gratuito in risposta a un bisogno urgente – latte formulato, vestiti, accessori per la prima infanzia e altro – è l’inizio di un percorso personalizzato che, grazie al lavoro specialistico di équipe, punta al rafforzamento delle capacità genitoriali, al recupero della fiducia nelle proprie capacità e competenze e alla riconquista dell’autonomia. È questo il senso dei corsi, dei gruppi e dei laboratori che abbiamo avviato in questi anni: per esempio, i corsi di italiano per straniere come primo passo verso l’integrazione e l’autonomia, i corsi pre-parto e gli incontri dedicati alle mamme e ai papà come strumenti per rafforzare le capacità genitoriali, il salone sociale di estetica come esercizio della cura di sé, il laboratorio di cucito come spazio per stringere nuove relazioni e acquisire nuove competenze. Alla base, c’è sempre l’idea che rispondere a un bisogno urgente non solo abbia valore in sé, ma liberi le energie necessarie per iniziare un percorso all’insegna dell’emancipazione e dell’autonomia.

Un percorso del genere non può essere fatto in solitudine. Un altro caposaldo del nostro lavoro è che qualunque intervento di sostegno, perché sia veramente efficace, debba fondarsi su una relazione. Come ha affermato il direttore della Fondazione Zancan Tiziano Vecchiato, “non posso aiutarti senza di te”. L’esperienza di questi anni ci ha insegnato che soltanto all’interno di una relazione autentica, fondata sull’ascolto e sul rispetto, è possibile attivare in chi ha bisogno di aiuto le risorse per uscire dalla spirale della dipendenza e dell’indigenza. Si tratta spesso di risorse (competenze, capacità, conoscenze) che ci sono già, ma sono state oscurate o neutralizzate dall’ansia del bisogno, dalla marginalità, dall’isolamento. Il “patto di reciproco impegno e responsabilità” è, di fatto, la forma che abbiamo dato alla relazione tra la nostra associazione e le persone che si rivolgono a noi.

C’è un’altra dimensione relazionale che ci sta altrettanto a cuore, quella che in questi anni si è creata anche tra le stesse donne che frequentano Pianoterra: nuove amicizie, piccole reti di solidarietà che scattano quasi da sole, fino a relazioni più strutturate come quelle che le nostre “mamme tutor” instaurano con le nuove arrivate.

Infine, ci sono le relazioni di Pianoterra con altri enti, pubblici e privati, formali e informali. Nel tempo, abbiamo costruito una rete di rapporti e di collaborazioni che include organizzazioni del terzo settore come Save the Children Italia o l’Associazione Culturale Pediatri, strutture pubbliche come ospedali, consultori, servizi sociali, gruppi di volontari che sono sorti sul territorio. Tutto questo ci ha permesso da un lato di articolare il nostro sostegno alle famiglie più vulnerabili in modalità che inizialmente non avevamo neppure immaginato; dall’altro, di diventare interlocutori affidabili anche per le istituzioni.

Oggi Pianoterra ha una sede a Napoli e una a Roma. I nostri interventi si svolgono soprattutto in aree considerate difficili, come il rione napoletano della Sanità e il quartiere romano di Tor Sapienza. Con il progetto Nest, avviato nel 2018, abbiamo esteso la nostra rete anche ad altre città italiane – nello specifico Bari e Milano.

Tracciare un bilancio dei primi dieci anni di attività di Pianoterra significa cucire assieme tante esperienze fatte di sfide e piccole vittorie, problemi e passi avanti, emergenze e nuovi progetti. Senza trionfalismi, perché la realtà è difficile e complessa, ma con la consapevolezza che lo sforzo di capire, l’impegno concreto e la fiducia nelle relazioni basate sul rispetto possono davvero fare la differenza.

(Alessia Bulgari, Ciro Nesci e Flaminia Trapani)

Dieci anni di Pianoterra… e un blog!

Nel decimo anno di attività di Pianoterra abbiamo deciso di inaugurare un blog, che vorremmo far diventare una finestra sulla realtà del lavoro che svolgiamo al fianco delle tante famiglie che incontriamo ogni giorno.

È un lavoro fatto di tante cose, sfide e piccole vittorie, problemi e passi avanti, emergenze e nuovi progetti. Ci piacerebbe raccontarvelo più nel dettaglio, senza trionfalismi, perché la realtà è difficile e complessa, ma con la consapevolezza che il nostro sforzo di capire, l’impegno concreto e la fiducia nelle relazioni umane basate sul rispetto possono davvero fare la differenza nelle nostre vite e in quelle delle mamme, dei papà e dei bambini con cui lavoriamo ogni giorno.

In questo spazio virtuale troverete perciò le storie e le testimonianze delle famiglie che popolano il nostro “pianoterra” e delle operatrici e operatori che le affiancano nei vari progetti, ma anche riflessioni e approfondimenti sui temi che più ci stanno a cuore e che danno sostanza alla mission di Pianoterra e notizie su iniziative speciali.

Seguiteci!